Pia Rimini.
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IL GIUNCO.
Parte 1.
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1930. Casa Editrice Ceschina, MILANO.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
          Fondazione Ezio Galiano onlus
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      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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        Testo fornito dal Progetto Manuzio.
           Associazione Culturale "Liber Liber".
              http://www.liberliber.it/
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Presentazione.
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Primo romanzo di Pia Rimini, pubblicato nel 1930. L'autrice indaga il percorso interiore di Maria, restituendoci il ritratto di una donna diffidente verso convenzioni e istituzioni, tesa verso rapporti autentici; che pur se combattuta tra agguati dei sensi e illusioni del sentimento, non rinuncia a coltivare la sua idea di Amore, unico e sincero. Scontrandosi con una realt fatta di eventi tragici e rapporti umani velati di ipocrisia, la giovane protagonista si rifugia sempre pi in un ideale in cui vuol avere fede. Un ideale che per rientra ancora in un immaginario in cui la donna  figura umile, docile e sottomessa, per cui l'unica via di fuga che le  concessa  quella del sogno.
Lattesa della maternit dovuta ad una relazione con un ingegnere che la abbandona  descritta con vera maestria; vediamo il delicato affetto e lattaccamento ai genitori, sentimenti che la inducono a trascorrere il periodo di gravidanza presso unanziana insegnante, il turbamento dovuto al rapporto con il cognato che vorrebbe rivelare il fatto ai genitori di lei ai quali lei stessa era riuscita a tenerlo accuratamente nascosto, e la nascita del bambino morto: il tutto  narrato con essenziale efficacia, decisa rivendicazione del diritto di maternit nonostante e contro le ipocrisie convenzionali.
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L'AUTRICE.
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Nata a Trieste nel 1900, segnata giovanissima da una gravidanza senza matrimonio che si concluse con un bimbo nato morto, Pia Rimini si distinse ben presto per le sue qualit letterarie e le capacit di conferenziera, ottenendo negli anni Trenta unampia popolarit, con le raccolte di novelle e i romanzi Il giunco e Il diluvio che prendono spunto in primis dalla sua esperienza personale.
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IL GIUNCO.
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Indice di questa parte.
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PARTE PRIMA: MATERNIT.
PARTE SECONDA: PIET.
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Fine Indice.
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PARTE PRIMA.
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MATERNIT.
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Volle bussare ancora sebbene sapesse che se all'ora solita la porta non era socchiusa, Cesco non c'era.
Aspett volgendo le spalle al muro, guardando la finestra alta che dominava, spalancata su un azzurro denso, senza nuvole.
Ribuss; ma non attese. Volle andarsene sperando che quando sarebbe stata a met scale, la porta si sarebbe aperta in alto e una voce sommessa l'avrebbe richiamata. Pi che una voce, un gesto: furtivo, sorridente.
Dopo i primi gradini, si volse, e aspett per sentire se un passo s'avvicinava. Poi scese lentamente. Le parve che per le scale s'addensasse l'ombra. Vide all'orlo di un gradino dei truccioli che forse qualche garzone di falegname aveva perduti dal suo fagotto. (Imagin un ragazzo svelto, biondastro, con la faccia punteggiata di lentiggini, il naso camuso e gli occhi chiari, mobili, piccolissimi. Il cappello sul naso, le braccia nude, i calzoni troppo lunghi e larghi scendenti dai fianchi.) Avrebbe voluto chinarsi a raccattare quei truccioli perch esprimevano una solitudine che pareva vicina alla sua tristezza. Sperduti, dimenticati all'orlo di un gradino, dispersi domani da un colpo di scopa.
La portinaia mise la testa fuori dal suo stambugio e salut.
Questo stup Maria, perch in tutti quegli anni che ella veniva da lui, la portinaia aveva l'ordine di non vederla. Ordine sonoro nell'energia della voce, sonante nel tintinno metallico che l'accompagnava. A quella, ci penso io sorrideva Cesco.
Bel tempo, signorina! attacc discorso la donna, mentre il giallo accartocciarsi delle grinze si fendeva in un riso obliquo. E apparve sulla porta: secca, strisciante nell'atto tanto da parer curva, la fronte bassa che si sollevava a tratti con la lentezza circospetta della tartaruga che sporge la testa fuori dal guscio per ispezionare l'aria, e s'abbassava poi per nascondere il lampo dello sguardo.
Maria passandole innanzi sorrise impacciata.
Tempi difficili sospir la portinaia e, con un fare distratto, le tagli il passo: per noi, povera gente.
Maria sent il sorriso oscurarsi in un'oppressione fra il disagio e l'ira, ma tent di sorridere ancora.
Specie adesso continu la vecchia che l'ingegnere  partito. Da lui si pigliava sempre qualche cosa. (Maria fece un gesto; ma subito si riprese; e non sentiva che il cuore.)  partito l'altro giorno con tutta la roba. In paese nessuno lo sa.
Ascoltare era come confessare: tradirsi; ma rispondere voleva dire inasprire la donna, farsene una nemica. Ma anche, se il racconto sapeva di bugia, qualche cosa di vero ci sar stato.
Che in paese si creda che sia come le altre volte mi disse. Ora i lavori sono finiti, e torno in citt.
Era prudente trattarla con le buone; pure Maria l'interruppe, decisa:
Che c'entra, scusi, questo con i tempi difficili? La voce era aspra. La donna se ne accorse e alz il tono anche lei, con il fare arrogante dei creditori:
Nella fretta "lui" si  dimenticato di pagare quello che mi doveva. Ti mando poi, il meccanico! A chi credere, se anche i signori ci dovessero imbrogliare? E chi l'ha visto, il meccanico? Ho sulle spalle mia figlia con quattro bambini.
Quattro? domand Maria tanto per dire qualche cosa, contenta che il discorso prendesse un'altra piega, sebbene ella gi lo sentiva strisciare verso una conclusione che le stringeva la gola di paura. Ma subito fu invasa dal martellare di un pensiero:  partito con tutti i bauli. E non mi ha scritto.
La donna strinse i pugni:
Quel manigoldo che s' preso mia figlia,  scappato in America. (Maria taceva. La donna ne approfitt.) La signorina avr pur conosciuto l'ingegnere! E arricciava le grinze intorno agli occhi, melliflua e ambigua.
Maria cap dove l'altra voleva arrivare e desider che si spicciasse; poich si doveva parlare di questo, era bene dirlo subito: il suo pensiero appariva chiaro nell'atteggiamento d'attesa irritato e quasi ardito; la donna lo sent e, presa alla sprovvista, poi che era convinta di dover giungere al fatto con raggiri pazienti e circospetti, sulle prime perse il filo, balbett:
Non dico che "lui" l'abbia fatto apposta. Ma intanto i bambini hanno fame. Le solite storie: prestiti, debiti e stropicci le dita gialle, poi tese la palma cava e rugosa: E adesso li rivogliono tutti in una volta.
Maria taceva, impaziente, mordendosi il labbro, fissando la punta d'una scarpa.
La signorina  ricca... caritatevole... La gente mena la lingua per sentire che ce l'ha in bocca. Invidiosi, cattivi tutti. Ma io so a chi devo prestar fede. Una ragazza di cuore, la signorina, non faccio per dire, si vede al primo sguardo... Anche suo padre se sentisse dei bambini...
Mio padre non pu fare niente interruppe Maria. Come tutte le volte che capiva di dover agire, affront il fatto semplicemente: Mio padre ha i suoi poveri. Sarebbe inutile io ne parlassi a lui.
La portinaia cedeva, sbavando parole di lode nel tremolo di pelle vecchia che le penzolava tra il mento e il vestito.
La signorina era un tipo spiccio: poche parole, ma chiare. L'avrebbe servita.
I signori mi pagano. Nei loro affari non c'entro. E alz la voce: Vedo e non fiato.
Far quello che posso Maria fece l'atto di andare.
Aspetti la ferm la donna, aspra, stringendole il braccio; ma subito si pent del gesto e guard per terra. La signorina non sa quanto mi serve.
Quanto? (La donna taceva.) Quanto? ripet Maria.
Cinquecento sillab la donna, soffregando con la punta smussata della ciabatta, una macchia di grasso che aveva veduta allora sulla pietra.
Parliamo chiaro. Non le nascondo che questa somma non ce l'ho. Capir che non  poco. Maria parlava seria, severa, eppure quasi con una certa bont nella voce, perch dopo lo scatto di sdegno, il pensiero d'essere giunta a una conclusione le infondeva una grande calma. Le ripeto ed ebbe nello sguardo un lampeggiare cos vivido, che la donna abbass gli occhi che mio padre non deve sapere niente. Siamo intese?
La donna port la mano al petto, solenne:
Capir che non sono nata ieri...
Vedr di avere il denaro Maria si ascolt, quasi estranea alla propria voce. Le parevano parole di un'altra; e a quella avrebbe voluto domandare: dove prenderai i soldi? Aspetti qualche giorno.
Non posso.
Non ud: le turbinava dietro la fronte una domanda incalzata da un'ansia crescente: dove prendere il denaro? Aveva detto: le prometto, con voce calma. E aveva mentito. Tent di ricordare il tono della propria voce in quelle parole; perch le parve che in quella calma avrebbe trovato un suggerimento. Se in quel momento che aveva detto alla donna: le prometto! non le fosse balenato un mezzo per trovare il denaro, e che ora nello sgomento, ella doveva aver dimenticato, come avrebbe potuto avere quella calma che ancora adesso, ripensando alle parole dette, sentiva nella propria voce?
Mi servono domani.
I pensieri cominciarono a girare intorno a un punto fermo: cinquecento lire. Non guardava la donna, fissava la grata di ferro del portone, tortuosa e impolverata, che disegnava curve e rami. Sul vetro, una mosca, la prima mosca di quell'anno, saliva segando il luccicore con un ronzo che infittiva nel silenzio.
E in quanto a me, pu star sicura.
(Domani? si domand Maria.) Poi decisa, presa da una smania di fuggire: Li avr domani.
La donna la rincorse:
A che ora posso venire?
Maria era gi sulla strada, le rivolse una faccia stravolta:
Verr io. Mi aspetti a quest'ora.
La strada era deserta: era gi l'ora del pranzo.
Aprile sonnecchiava pigro e trasognato; e solo il mezzogiorno ne svegliava il tepore e le promesse in un largo riso d'oro.
Maria.
Le parve fosse la voce di lui. Si volse: nessuno.
Svolt e sal di corsa il viale che costeggiando il paese, la portava verso casa. Il pensiero del pranzo le diede quasi un senso di allegrezza. Desider un pezzo di pane cos violentemente che ne trasal di sgomento: il pensiero che da giorni le logorava il cuore, la prese per il petto; prov un grande bisogno di poter dire a qualcuno la sua pena.
Guardando il selciato, ricord le grandi porte vetrate di casa, che a quell'ora nel pieno sole, dovevano riflettere sul bianco della scala dei triangoli rossi e verdi. L'atrio era tutto soffuso dal fluttuare di quelle due luci contrastanti, l'una ridente, l'altra suadente, quasi consolatrice. E vide dinanzi a s sul bianco arido della strada, quei triangoli rossi e verdi da cui emanava un che di casalingo, come una bont che aveva la voce sommessa per dire: non pensare... non pensare.
Avrebbe voluto rifugiarsi in un pensiero qualunque per acquetare la sua ansia. S'abbandon al desiderio di assaporare l'ora: il ristoro del pranzo e il riposo della sua cameretta. La sua stanchezza s'intiepid d'attesa e di benessere al pensiero del piatto colmo; affrett il passo.
 venuto il portalettere? domand, chiudendo il cancello, al giardiniere.
L'uomo si alz, si tolse il cappello:
Non saprei, signorina. Quando s'ha da lavorare, e chi le sente le ombre che ci passano dietro le spalle? Il suo sorriso si afflosciava nella mollezza delle labbra cadenti. Forse ridevano solo gli occhi: chiari, infantili.
Sta bene, grazie Andrea. Ma stia comodo. Per me, tante cerimonie?
Quando non lavora, il vecchio impiega il tempo a tirar su con un gesto lento, i calzoni che gli cascano dai fianchi, o a strofinare sul naso il dorso della mano. Il cappello gli sta in testa per incanto, poggiato su un orecchio, e farebbe ridere se di sotto a quel cappello, non spiovesse una morbidezza di candore. Quando fu troppo vecchio per il lavoro dei campi, il babbo lo fece giardiniere.
Andrea  uomo di poche parole. Pare brusco, rude; invece  un sognatore. Tutti gli anni rifiorisce con la primavera.
 devoto a Dio, alla terra, al padrone. Ama i figli, la sua vecchia, i fiori, il vino, la pipa; e tra i fiori, la piccola padrona: Maria; gli pare di guardare in lei la Madonna giovane. Per questo non sa parlarle con il cappello in testa.
Con i cristiani parla poco, perch dicono cose inutili; ci si guadagna di pi a parlare con le bestie che, quando parli, non hanno la mana di contradire.
S'intende con gli uccelli che hanno sempre una voce, ma sanno dire tante cose diverse; raccoglie gli uccelletti caduti dal nido e li imbocca, materno nella voce e nell'atto; e a coloro che tendono le panie, pianterebbe un pugno nel muso.
Vuole portarli alla padrona? Sono dei rami fioriti.
Del mio ciliegio?
Il ciliegio di Maria cresceva in giardino. Tante volte il babbo aveva voluto farlo abbattere, perch gli alberi da frutto dovevano stare nell'orto. Pure Maria aveva ottenuto che lo lasciassero in giardino: era il suo albero. Aveva seguito foglia a foglia, ramo per ramo, quel miracolo che  lo spuntare e il crescere di un arbusto da un noccilo che una mano di bambina aveva seminato un tempo, per gioco, e da cui s'erano alzati, allargati, tendendosi all'azzurro, tremolii di bianchezza e fruscii lievi di verde che sognavano e meditavano nella liscia sveltezza delle foglie, slanci verso il sole, mentre la loro succosa ricchezza gocciava poi, lucida e pesante di rosso, tra i rami.
No, li abbiamo tagliati nell'orto. C'erano troppi fiori sui rami. Vede come sono belli! Li vuole? O verr su io, poi...
Maria sorrise al ciliegio:
Bello....
Nel giardino c'erano anche un pesco e un albicocco che aveva cresciuti lei. Ma il ciliegio le pareva pi suo.
Primavera era tarda. Il ciliegio pareva d'argento: aveva messo i primi fiori, poi le foglie s'erano scartocciate dal viluppo dei germogli; e cos vestito di tremolii bianchi tra cui albeggiava il verde tenue delle foglie, pareva respirasse l'azzurro e l'oro, per profumarne dopo i suoi frutti. Contro il raggio di sole le foglie parevano gialle: si tingevano di un soffio d'azzurro, quasi a specchiare il cielo. Foglie e fiori erano immoti; vi s'insinuava, a tratti, un alito di vento che li faceva vibrare lievemente. Qualche passero saltellava di ramo in ramo, e ogni ramo sussultava, scosso; e pareva che l'albero tentennasse la testa. Dopo il passero saettava via, tagliando l'aria con il suo strido; e pareva che un poco del bianco del ciliegio si diffondesse nell'aria da quel solco di freschezza che la rigava e su cui l'azzurro richiudeva le sue onde, come il mare sul solco che la chiglia incide.
Maria rigir dietro la casa attraversando l'orto e buss all'uscio del fattore.
Orsola, la moglie del fattore, balz in piedi:
Giovannina non c' borbott a bocca piena, strofinando una manica sul viso, per pulirsi la bocca. Oggi non  venuta: c' da fare in casa.
Maria entr in casa per la porta di servizio. Nello stanzone a fianco della cucina, Giovannina riempiva di piuma dei guanciali, scosse la testa, soffi tra la piuma che turbinava, tese un braccio, a bagnare le dita in un recipiente, per togliersi la piuma di tra le ciglia. Incipriata, spalle, petto, viso, capelli, rideva fra tutto quel bianco. Maria la interrog con lo sguardo.
Niente accenn la ragazza con la testa e con gli occhi; poi conciliante bisbigli: Verr domani. E l'alito caldo del suo riso apr un cerchio chiaro nel bianco polvero della piuma che saliva e scendeva, sospinta dal fiato.
Pure sapendo che erano parole dette per dire, poi che Giovannina non lo poteva sapere, Maria si sent il cuore alleggerito di speranza.
Per le scale la cameriera le scese incontro:
Sono gi all'arrosto. La signorina  in ritardo. Faccia presto.
Appena suo padre la vide sulla soglia, accaldata, spettinata, ansante, con il cappello in mano, la invest di rimproveri. La mamma la rimprover solo con gli occhi.
Dove sei stata?
Fuori.
Si capisce! Dicevo: dove? Sempre in giro! Una volte le ragazze stavano in casa.
Suo padre aveva ragione; ma tante cose tormentavano Maria, che l'asprezza di quelle parole la irrit. Anche i rimproveri, adesso! Come se oggi non ne avesse gi abbastanza! Aveva bisogno d'una parola buona; ma pi di tutto era urtata perch incalzandola di domande, suo padre non la lasciava mangiare. Era tanto stanca; ora non sentiva pi d'aver fame; l'ira le stringeva la gola. Solo una stanchezza irritata da cui sorgeva, gonfia, violenta, una volont di ribellione.
La mamma le aveva scodellato la minestra.
 fredda... si scus hai tardato tanto.
Le sta bene. Poteva venire prima. Sempre pietose, voialtre donne, fra voi.
Maria pos il bicchiere e interruppe suo padre alzando la voce; cap subito di aver detto parole cattive, dallo sguardo accorato della mamma e dallo stupore che invecchi di tristezza la fronte del babbo il quale tacque e prima, la fiss con uno sguardo che pareva indifferente, poi volse la testa ed evit di sfiorarla con gli occhi, seguitando a pelare una mela, con grande cura.
Maria buttava gi la minestra; gli occhi gialli di grasso all'orlo del piatto le fecero salire in gola una strana ripugnanza che sorse da tutto il suo essere e le serr i denti in uno spasimo di ribrezzo.
"Mangia, mangia!" si disse. "Non posso." Si impose: "Devi!" "Ma che cosa sar, questo?" si domand sgomenta "Niente!  stata l'ira; prima tutta quell'ansia, poi sei corsa per fare presto e adesso ti sei arrabbiata. Non  niente. Mangia..." Ma non poteva mangiare. Guardava di sottecchi suo padre che mangiava di gusto quella mela, povero, caro pap! Ora avrebbe preferito egli la rimproverasse, perch il suo silenzio diceva una pena che le faceva dolere il cuore. Gli guardava le mani; mani sane, salde, operose, ancora giovani, che tradivano, a tratti, come una stanchezza, nel sottile tremito delle dita. Una grande piet le strinse il cuore; avrebbe voluto chiedergli perdono; e non sapeva. Non era orgoglio; non osava parlargli, al pensiero della risposta aspra che avrebbe avuta; o forse, anche, per orgoglio.
Pap fumava, silenziosamente, guardando il soffitto. S'udiva l'acciottolo dei piatti e i passi della donna che sparecchiava. Maria guard nella cesta del pane, un pane piccolo del giorno innanzi: e pens di prendere quello perch era vecchio e gli altri non lo avrebbero mangiato. Sorrise di s: avere compassione di un pezzo di pane! Questo le parve puerile e triste. Ma una dolcezza era in lei, e la piet di s si confondeva alla piet per quel piccolo pane vecchio.
Notizie di Giacomo? domand brusco pap.
La mamma si rabbui in viso:
Tanti giorni che non scrive!
Oggi scriver al direttore.
Il babbo respinse la sedia quasi con ira. Al suo posto, ora, restava il tovagliolo spiegazzato; e la tovaglia era piena di briciole; in questo, che diceva un presente gi divenuto passato, c'era una grande tristezza.
Non scrive, hai inteso?
Maria sobbalz.
Chi?
Giacomo. Che ne abbia fatta una delle sue?
La mamma aveva una grande tenerezza per quel figliolo scapestrato e birbaccione quanto era svelto e affettuoso e generoso.
Scriver... Maria s'accorse di dirlo senza convinzione, distratta, e si pent di essere cos poco vicina a sua madre, tutta assorta nei propri pensieri. Il ricordo di Giacomo le ridiede l'affanno e la responsabilit del suo stato; e sent che lei e suo fratello erano cattivi figli.
Abbracci la mamma:
Non scrive perch non avr studiato o avr qualche cosa da nascondere.
Tre figli sospir la mamma e nessuno mi somiglia!
Neppur io? scherz Maria, allontanando il busto, ma tenendo la mamma per le spalle: Guardami: a chi somiglio io?
Tu pi che gli altri hai l'aria di famiglia... Ma Anna... Giacomo poi...
Giacomo somiglia tutto a pap. Per questo una mamma che io conosco, rinnegherebbe gli altri figlioli per un dito di Giacomo...
Taci... La mamma le mise una mano sulla bocca e Maria baci la cara mano che sapeva tutti i gesti della bont.
Perch non gli hai chiesto perdono?
Mi aveva sgridata!
Fai tanto soffrire anche la tua mamma, quando rispondi male a tuo padre.
Vado adesso.
Ora sar uscito: deve firmare un contratto di lavoro per l'autunno.
La parola le ridiede il senso di ci che era: l'autunno. Allora, la cosa sarebbe stata chiara a tutti. A quell'angoscia si sovrappose un'ansia pi vicina: le cinquecento lire.
Il pomeriggio fu una ridda di pensieri che si sdoppiavano, per riconfondersi nel logoro di un pensiero che ingigantiva, minaccioso, sospeso sul filo del tempo. D'intorno tutto stringeva il cerchio del pericolo: avrebbe dovuto lottare, ma si sentiva cos sola, sperduta, che un momento pens di abbandonarsi; avvenisse quello che voleva.
Neppure la piccola camera con la cara vecchia voce dell'orologio, le parve come in altri tempi un rifugio. La stanchezza la abbatt; si assop: un dormiveglia allucinato, balzante d'incubi che assumevano giganteschi e mostruosi caratteri di cifre e le s'ergevano contro, mentre ella lottava con mani, piedi e ginocchia. Credette di cadere e s'aggrapp al guanciale: piomb rotolando in un abisso, sorse in piedi.
Le parve di udire una voce di donna, in casa, estranea, dire il nome di lei e ripetere, insistente: l'ingegnere. Balz verso l'uscio, si protese in ascolto: nessuno.
Allora sent che doveva trovare un modo di salvarsi: la sua volont e la sua giovinezza si sollevarono, violente, in un bisogno di salvezza. Un pensiero le stringeva le tempie e in ogni cosa si profilava una domanda: diventava tortura, incubo, ossessione. Un peso... Un peso: le cinquecento lire. Le cose d'intorno la sfioravano appena. Era come una sega dietro la fronte; e che non aveva tregua: le cinquecento lire.
Vedendo una formica sul pavimento ricord che da bambina osservava le formiche, quando era triste (perch quando era allegra, non ne aveva il tempo), e pens che se ella fosse stata una formica, ora non avrebbe sofferto.
Se fossi quella formica, non dovrei pensare a trovare il denaro; non sarei triste per Cesco. E subito un altro pensiero si sovrappose a questo: Ma se fossi una formica, Cesco non mi avrebbe amata. Idee fanciullesche: ebbe piet di s perch nell'ingenuit puerile di quelle idee, le pareva di sentire la propria debolezza. E non sapeva se pensare che sarebbe stato meglio essere una formica, o se essere contenta di soffrire per Cesco.
Nel silenzio della notte, l'orologio mette nella camera una presenza amica: pare che il suo battito si diffonda a lievi onde vibranti per il silenzio e che l'oscurit s'intiepidisca d'un calore di protezione. Nell'ombra, quel ticchetto acquista una sonorit pi pastosa e assurge quasi a un'estensione vastissima di vibrazioni, poi che nella notte tutte le cose sorgono dall'ombra, ingigantite, sormontate da un loro volto misterioso.
Quel battito pare l'eco d'un passo che prosegue verso il domani e incoraggia a camminare, o forse solo a tenere gli occhi aperti al buio, per tentare di ghermire la ridda degli attimi sfuggenti all'incalzare di una bufera che ha un nome dal suono pacifico e bonaccione e di cui si ha inteso parlare gi da bambini: e che s'imagina quale un vecchione dalla lunga, fluente barba d'argento, sonnacchioso e affaticato, curvo sotto il peso di un fardello misterioso, e che trascina i grandi piedi stanchi, silenziosamente: il tempo.
Adesso idee, imagini, domande, speranze, tutto sfuggiva nel martellare di un punto lucido: per il tocco bisognava avere le cinquecento lire. Maria ne aveva solo ottanta; occorrevano altre quattrocento venti. O la donna avrebbe parlato.
Si sent fredda e sudata dalla paura.
In fondo a lei una voce insisteva, supplice: Perch non ha scritto? Perch  partito? Il pensiero di Cesco le diede coraggio: si vergogn di aver pensato a cedere; e la sua energia s'avvent a cercare il modo di trovare il denaro. E intanto dietro a questa ansia, quasi inconsciamente affioravano dai ricordi, echi di parole lontane: e Maria vi scrutava l'imagine di s come se si curvasse sorridendo, verso una sorella piccola, spensierata, per cui aveva una piet chiara fra le lagrime e il sorriso. Si vedeva fresca e felice, fra i ricordi dell'infanzia, accanto a suo padre, svelto nei gesti e giovanile nel riso; e ora avrebbe voluto alzarsi e correre da lui, svegliarlo per chiedergli perdono delle parole cattive del giorno innanzi. Sentiva che un giorno il ricordo di quelle parole le sarebbe pesato sul cuore, come una colpa. Per acquietarsi si promise di non rispondere pi male a suo padre. Se quel giorno gli avesse chiesto perdono, pap si sarebbe rabbonito subito; la colpa era di lei.
Si disse: cattiva figlia. Vedeva le parole scritte: e le lettere che balzavano su dall'ombra, l'una dopo l'altra, come i caratteri battuti sui tasti d'una macchina da scrivere.
Anche Cesco aveva una macchina da scrivere nella sua stanza. Maria lo vide come tante volte lo aveva sorpreso alle spalle, intento a battere una lettera d'affari: volgersi poi d'un tratto, sorridendo, senza essere meravigliato di vederla, come se egli avesse saputo ch'ella avanzava in punta di piedi, rattenendo il respiro, e avesse voluto, sempre un poco sostenuto di fronte alle irruenze e agli impeti giocondi di lei, interrompere quell'ansia giocosa che appariva troppo puerile all'uomo che egli era.
Pensando a lui, ogni altro pensiero sbiad; ma su dall'ombra sorgevano ancora lente, le parole: cattiva figlia. Per distrarsi, prov a leggerle da destra a sinistra, rovesciando la parola a contro pelo: e questo la fece pensare a una mano che s'insinuasse in senso inverso nel pelo d'un gatto. Le lettere le sfuggivano; e per ritrovarle dovette leggerle ancora nel pensiero, da sinistra a destra. Si disse che non sapeva apprezzare la fortuna di avere suo padre; e d'un tratto cap, e lo sent nell'orrore sconfinato come di un abisso, la deserta tristezza del troppo tardi.
Da bambina aveva capito che cos'era il dolore, nella voce della Nonna materna. Nonna Maria: limpidezza sorridente che affaccia lo sguardo chiaro su dai ricordi e mantiene un sorriso sulla sua vita, come un raggio: una grande ala luminosa che la protegge.
Quante volte Maria si era divertita a impaurire un cardellino che Nonna Maria teneva in una gabbia nella sua camera davanti alla finestra: gli parlava a voce alta, battendo le manine e sporgendo il viso ridente fra i capelli scomposti, verso la gabbia; il cardellino urtava le penne contro le grate nel frullo delle ali, e buttava acuti stridi di paura, sparpagliando tutto intorno chicchi di miglio che rimbalzavano dalla gabbia sul pavimento. Nonna Maria accorreva a difenderlo; ma dopo non volle tenerlo, poi che cos tormentato, le faceva pena; e lo promise in dono al fattore. Maria ricorda il giorno prima che la Nonna lo mandasse al fattore: ancora s'era divertita a far paura al cardellino, ignara di far male, cedendo a una delle sue esuberanze di vivacit; Nonna Maria alz il viso dal libro: Oggi ancora, lo puoi tormentare. Domani non ci sar pi. Era una chiara giornata trasparente: pareva che le parole si distendessero nell'aria come piume sospinte da un alito di tristezza. Maria vede questo come se fosse ora: vede il raggio di sole che entrava per la finestra giocando con un turbino di pulviscoli: stelline bianche, in un fascio d'oro sbiadito. Qualche cosa s'apr nella voce di Nonna Maria, una stanchezza lenta, accorata. Nessun rimprovero nello sguardo; anzi la Nonna sorrise. Ma occhi e bocca dicevano nel sorriso un qualche cosa che era molto pi che una parola triste e che la bambina sent toccarle il cuore e poi salire alla gola in un offuscarsi di pianto. E le parve di avere commesso una grande colpa.
Ora i ricordi buoni dell'infanzia acquetavano l'ansia; e in quel riposo s'illumin un pensiero (e Maria si stup di non averlo pensato prima): avrebbe potuto vendere i soli gioielli che aveva, gli orecchini di brillanti.
Smani impaziente; e desider che fosse gi giorno, per poter agire subito.
Per la strada, una donna le chiese l'elemosina: Maria le diede una lira.
Non  bont questa! comment una voce entro lei. Lo hai fatto perch la vendita ti riesca bene. Era scontenta di s.
L'uomo, a sentir aprire l'uscio, alz la testa di dietro la piccola vetrata che circondava il banchetto d'orologiaio e, corrugando la ciglia destra per reggere nell'arco il monocolo cavo e fondo della lente d'ingrandimento, la guard con l'altro occhio: attento, interrogativo. La riconobbe e le si precipit incontro con il berrettaccio in mano:
In che posso servire la signorina?
Maria aveva voluto andare da un vecchio orologiaio che faceva un po' di tutto, e con cui suo padre aveva trovato a ridire sui prezzi, sapendo che se l'uomo avesse chiaccherato in paese, almeno non avrebbe potuto accusarla a suo padre.
 un uomo che parla in fretta per investire il prossimo nell'irruenza delle parole e poter trarne profitto: fa le domande e vi risponde lui.
La signorina Maria! Che onore! E che bella figliola s' fatta! Io l'ho vista bambina e glielo posso dire. Si figuri che la mamma e il babbo presero gli anelli da me. La signora era molto bella; la signorina le somiglia: gli stessi occhi, lo stesso sorriso... Quando le dico: tale e quale. La signorina comanda?
Sono venuta per un favore.
Un favore? Sono tutto orecchi.
 un omettino saltellante, irto di pelo tra il biondastro e il grigio: gli occhi perduti tra le grinze e un arruffo di sopracciglia spioventi.
Uno di quei miopi cui la miopia non ha dato un rallentare tra il sognante e il trasognato, fra ciglia e ciglia, ma ha atteggiato il raggrinzire delle palpebre alla tensione d'una vigilanza acuta e sospettosa che non conosce riposo, dissimulando la diffidenza sotto un sorridere mellifluo e un parlare serrato che vuol parere distratto.  un uomo che somiglia al proprio gatto.
Quel gatto che adesso sul banco, accanto alla bilancia, al rumor delle voci, ha alzato l'imbuto tronco di un orecchio e ha mostrato poi subito tra il pelo, l'allargarsi rapido, balenante d'una fessura e, dopo, il suo indifferente rallentare e restringersi sul verde lucido che s'era aperto nel grigio sporco del pelo e che vi spar. Accanto sta un piatto vuoto dall'orlo unto, ma diligentemente lustrato nel centro, dall'appetito.
La bottega  scura, percorsa dal ticchetto eguale che insegue in un gioco ritmico, la corsa degli attimi.
Un orologio d un senso di sicurezza e di fiducia; molti orologi insieme destano come un'inquietudine.
Qualche compera?
Maria ha fatto l'atto d'aprire la borsetta.
Un rapido palpebrare: l'uomo che s'era tolta la lente, se la riconficca nell'orbita. Rimette il berretto in testa.
No: guardate.
L'orologiaio s' seduto.
Venga pure avanti. Maria gira dietro il banco:
Tenete. (Le stavano molto bene al viso gli orecchini di brillanti. Lo diceva Cesco e le prendeva gli orecchi tra le dita, lieve lieve, in una carezza.) Volevo sapere quanto possono valere. (Perch ho detto: volevo? Dovevo dire: voglio!)
L'uomo adocchia la roba; schiarisce la voce. Ci prova gusto ad aver l'aria di non capire. Alza un poco la testa, curvo sul banchetto di lavoro: nella mano sinistra la macchina d'un orologio, la destra alta; ambiguo nello sguardo inafferrabile, tra il socchiudere delle palpebre, che la scruta di sotto in su, mentre la lente ingrandisce e d una lucentezza strana, inquietante, all'altro occhio.
Lei li vuole acquistare? e tende la mano lentamente.
No. M'interessa sapere quanto valgono.
Allora li vuole vendere.
Voi ve ne intendete. Siete un uomo di fiducia. (Un grugnito di sodisfazione la interrompe: eh come no!) Voi capite... Le ripugna parlargli quasi da pari a pari, e deve pensare alla propria angoscia per poter balbettare: Siamo vecchi conoscenti... Se voi li comperaste?
L'uomo ha un impercettibile movimento delle spalle.
Maria  pentita: non  il modo quello, di fare gli affari.  irritata contro s stessa perch l'impazienza l'ha tradita. (Facile dire: essere calma, avere la testa a posto!)
Le pietre sono brutte! L'uomo s' rimesso ad aggiustare le rotelline reste nella macchina dell'orologio che aveva in mano.
Il silenzio  incalzato come da un affanno crescente nel ticchetto che corre e domina su per le pareti. I pendoli di molti orologi dnno un freddo disagio che sferza l'impazienza.
Non sono brutte. Guardate e dopo un lieve esitare: Quanto mi potete dare?
All'uomo non sfugge che nella voce trema, inconsapevole, una nota supplice.
Maria non riesce a sorridergli; le tremano le labbra.
Il silenzio si dilata in un senso di terrore.
Quanto? L'uomo si chiarisce ancora la voce, rigirando gli orecchini tra le dita sporche; sul tavolo davanti a lui, l'orologio rivoltato, aperto, mostra il vecchio congegno di rotelle affaticate, che, stuzzicate, prima s'erano messe a girare nervosamente a sbalzi e ora, forse sentendosi inosservate, rallentano stanche con nei lievi sussulti, un desiderio di riposo. Maria ne segue il rallentare e non ha il coraggio di levare gli occhi: pensa che se alza lo sguardo, l'uomo dir una cifra inferiore a quella che le occorre. Non osa quasi respirare, teme che egli parli ed ella non ne afferri subito la parola in cui forse ci sar la sua salvezza.
Ma... potranno valere... tutt'al pi, dico... trecento lire.
Ella sobbalza, impallidisce:
Sono brillanti grossi!
Di pi non le posso dare. L'uomo ha i suoi sistemi. La sbircia tra un palpebrare distratto e glieli tende: Tanto per quello che posso farmene! E riprende un piccolo ferro che insinua tra le rotelle che cominciano a girare prima lievemente, poi affannosamente.
Affanno. Affanno: trecento lire sono poche.
Il gatto s' risvegliato: s'allunga, si stira, si rigira e s'arrotola accanto al piatto vuoto.
Ho ancora questo. Le trema gi dalle dita una catenina d'oro.
 ancora l? Poi condiscendente: Dia qua.
L'uomo pesa la catenina nel cavo della mano, poi gratta l'oro con una pietra e lo scruta. Maria lo guarda fare: si sente come il colpevole che aspetta la condanna.
Faremo qualche lira di pi.
Quanto?
Che potrei darle?
Dite quanto! La voce  pi sonora. Di faccia a lei Maria ha visto un quadro, un cartello di qualche prodotto alimentare per bambini: una donna che tiene in braccio un bambino. Una grande forza le gonfia il petto: O mi date il prezzo giusto o non se ne parli pi. La voce scende, arrochisce: O vado qui di fronte dal nuovo orefice... (E se la lascia andare da quell'altro? Quelli conosce suo padre.)
Un attimo: l'uomo corruga la fronte, brusco:
Dica lei di quanto ha bisogno.
Maria respira e, incoraggiata, badando ad ostentare un'aria offesa:
Non  che ne abbia bisogno. Devo fare un regalo alla bambina di mia sorella... (S' rinfrancata.) Mio padre pi di tanto non vuole spendere.
Sono cose che non mi riguardano. L'uomo sorride: un vuoto nerastro tagliato dalla sega gialla dei denti. Io faccio il mio mestiere. Lei vuole che io non parli, bambina mia? S'interrompe vedendo l'istintivo gesto di lei; poi riprende scotendo la testa: Alla mia et ne ho viste di ben altre! E a una bella figliola, chi non farebbe un favore? Sorride sodisfatto; ancora avvicina all'occhio i brillanti, cauto; e butta le parole come se non facesse caso a quello che dice: Quanto le serve?
Qualche cosa le fa piegare all'indietro la testa e le indurisce nelle spalle la stessa fierezza che le inarca le ciglia; poi Maria riabbassa gli occhi:
Pi di quattrocento lire.
Cspita! Una risata asciutta gli gratta la gola: Un regalo prezioso! Incontra lo sguardo di lei: Cose che non mi riguardano. Ancora alza gli orecchini contro luce poi li inumidisce, li strofina in una stoffa scura, li avvicina all'occhio, vi batte col dito: Quattrocento, no.
I pendoli che vanno su e gi tra un orologio e l'altro, sulle pareti, addensano in lei una stanchezza che sprofonda nel grigio freddo di un vuoto.
Ancora un silenzio in cui l'affanno  un martellare sordo negli orecchi, mentre il battito degli orologi incalza nel petto un'angoscia crescente.
Il gatto strisciando guardingo, va ad annusare il piatto poi, seccato, s'allontana spazzando la bottega con la coda grigia di polvere.
Un gesto da signore:  sulla miseria degli uomini che i miserabili si fabbricano l'illusione della propria potenza:
Proprio perch  lei, per non rifiutare un favore a una cos bella figliola. Vecchio sono, ma non si potr dire che per una bella donna...
Un pollice che striscia sull'umidit bavosa delle labbra, per arrotolare l'orlo di alcune carte in cui i numeri si rincorrono in un dubbio ondeggiare.
Quattrocento non bastano.
Ancora dieci.
No: venti.
Una mano che si tende e uno sguardo che s'abbassa.
L'uomo la ferma sull'uscio:
Suo padre ce l'ha con me. Io non dico per aggiustare gli orologi, perch se oggi uno ci dovesse vivere! Parlo per gli affari grossi. So che adesso va da questo cialtrone dirimpetto. Non le dico n oggi n domani. Quando lei vede che  il momento, gli dica una buona parola. Una mano lava l'altra.
Maria rinchiuse la porta e corse via spiando a destra e a sinistra se qualcuno l'avesse veduta; infil la solita via che sgusciava di tra la monotonia grigia delle case senza respiro e si apriva in un viale chiaro, che metteva tanti alberi timidi, invecchiati dalla polvere della strada, ma allineati l'uno accanto all'altro, come un esercito di ragazzi che non sono stati mai giovani, ingobbiti sui libri e ansiosi di crescere. Questi alberi facevano pensare a un'infanzia che del sole, conosce solo il raggio alto che rallegra le soffitte, veduto dall'ombra d'un cortile il quale, sprofondato tra le mura grigie, alte, del casamento, pare il fondo di un imbuto.
Maria ricord un piccolo pino che aveva portato da una passeggiata nel bosco per tenerlo sul suo davanzale; un albero che cresceva in un vaso: gracile, d'un verde giallo cos tenue e sconsolato, che pareva gli tremasse tra ago e ago un rimprovero detto a voce sommessa. Pensando a questo piccolo albero portato lontano dalla sua famiglia di pini e dalla freschezza ariosa del bosco, ella provava il rimorso d'un tempo, quando aveva raccolto sulla strada un passero e lo aveva tenuto fra le vetrate della sua camera.
Un grande passero, la sua mamma, era venuto a battere il becco sulle vetrate e puntava le zampette, scure e acute, contro la lastra e, tentando di aggrapparsi a una speranza, scivolava su quel lucido liscio e intramezzava le strida alte con rapidi accenni di volo, sbattendo con le alette, in un bianco polvero, la neve raccolta sul davanzale. Una madre.
Altri passerotti volavano pi lontano, ma scendevano bassi, buttando richiami che rigavano l'aria, aspri, trascinati come nastri d'un colore acre che tagliava l'oro freddo della giornata invernale.
Dietro la finestra Maria teneva nella mano atteggiata a nido, il passerotto spaurito che era tutto un palpito e un tremore di morbidezza tepida, un arruffo di paura in cui brillava il nero tondo degli occhi cos lucidi e vellutati, da raddolcire l'acutezza del becco. E pure Maria non aveva capito. Ora s che capiva, e sentiva d'essere stata molto cattiva. Questo pensiero accorato fluttuava sulla sua ansia, quando entr nella casa.
La portineria era chiusa; le tendine, accostate. Cerc sul cartello degli inquilini il nome di Cesco, per la gioia di leggerlo. C'era ancora. E ne accarezz con gli occhi le lettere.
Nel salire le scale con un altro pensiero, anche la casa le pareva diversa. Ora le pareti, le scale e anche l'arco del cielo che sormontava i tetti delle altre case di faccia (ella aveva tanto amato quella scala libera che guardava sull'azzurro e mano mano che la scala saliva, appariva pi basso, quasi che a tendere il braccio nel quadro della finestra, si potesse affondare un dito in quella chiara e densa morbidezza), le sembravano se non ostili, sconosciuti.
La casa che ella aveva amata, le mostrava una faccia fra nemica e opaca d'indifferenza. Anche la porta del quartiere di lui le parve un'altra. Per un momento volle quasi sostare; ma affrett il passo e arriv alla soffitta, anelante.
Voci di bambini, odore di cucina, di chiuso e di miseria. La donna le fece festa: loquace e complimentosa. Maria ridiscese di corsa e quando pass davanti alla porta di lui, guard dall'altra parte.
Ora voleva aggrapparsi al tormento di quell'altro pensiero, per soffocarvi la tristezza.
Entrando in casa, ud da una porta aperta, la voce di Giovannina: stizzita e irriverente; e and correndo verso quella voce. La mamma rimproverava la ragazza che, a sentir la gente, tutte le sere usciva con l'uno e con l'altro durante le ore di servizio.
Ragazze leggere disse la mamma in casa, non ne voglio.
Chi l'ha detto, ha mentito! Se mi hanno vista con lui avevo il permesso d'uscire.
Uno s l'aveva: ed egli l'avrebbe sposata. In fondo chi  che non ha qualcuno? Parlando, Giovannina lanciava occhiate strane verso Maria e quando non si voltava a guardarla, faceva un cenno con la testa e pareva buttasse le parole dietro le spalle, per accennare a lei, atteggiando le labbra a un piccolo riso: forse la signorina non aveva interceduto per lei presso la signora, per farle avere qualche ora di libert alla sera?
Che c'entri tu? Severa, la mamma guard Maria negli occhi: Giovannina  al mio servizio. E tu stessa del resto, dovresti dare dei consigli migliori a una ragazza.
Dietro le spalle della mamma, Giovannina mostr a Maria sotto il grembiale, un angolo di bianco che sbucava dalla fessura della tasca; e con cenni furtivi l'incitava a parlare.
E Maria tent di sorridere per rabbonire la mamma.
Sopra tutto mi addolora che tu, parli cos la mamma scosse la testa e riprese a rimproverare Giovannina che aveva nel fare e nello sguardo, un che di torvo. Per questa volta, non lo dico a tua madre, ma se un'altra volta tu andassi in giro di notte...
Una povera ragazza ha sempre torto brontol Giovannina. (Una punta di sorriso guizzava nelle parole.)
Che intendi dire?
Maria tremava. (Non parler. Non aver paura diceva a s stessa. Fa cos perch  stizzita. Non  cattiva.) Le aveva pur mostrato la lettera. O forse l'aveva fatto perch la difendesse. Maria voleva ricordare una parola, un tratto di Giovannina, che ne dimostrasse la bont, per far sentire a s stessa l'assurdit della sua paura. ( buona. Fa cos perch difende il suo amore.)
L'insolenza della voce rafforzava le parole:
Quando uno  povero, tutti gli stanno addosso.
Da te la mamma appariva triste non mi aspettavo queste parole. Tu che si pu dire sei cresciuta in casa. Adesso va.
Maria aspett la ragazza in camera sua; ma volgeva le spalle all'uscio. Giovannina entr diritta.
Quante volte ti ho detto di bussare? si volse Maria.
Giovannina accost l'uscio, cauta pi per istinto che per volont di esserlo ora; s'avvicin, confidenziale e aveva nei modi e nella voce, l'aria di un uomo che entra in casa d'altri con il cappello in testa:
Ne ho abbastanza, io. Lei mi conosce: buona buona, ma quando mi secco...
Perch te la pigli con me?
Lei doveva dire una parola.
Domani.
Ma lei non aspetta quando si tratta delle lettere!
Maria non dimostr di aver udito e neppure domand la lettera; la ragazza ci speculava per ottenere qualche cosa.
Parlare adesso alla mamma, sarebbe farti un danno. Tu sai che se prometto, mantengo.
E anche ci pensi lei che la padrona non mi offenda. Ragazza leggera, ragazza leggera! Sto poco io a dire quello che so. E poi vedremo, altro che ragazza leggera! Aveva alzato la voce.
Maria avvamp d'ira; ma subito un pensiero ne soffoc l'impeto: un angolo di bianco, nella fessura d'una tasca. Disse a voce bassa:
Che c'entro io?
Lei allora parli: e badi di farmi uscire alla sera. Lui mi aspetta.
Per conquistare Giovannina ci voleva un regalo. Maria vide in s rapidamente, le cose che le poteva dare: una veste di seta, un mantello quasi nuovo, una sottana chiara. Ma se poi la mamma lo avesse saputo?
Andiamo, non fare la cattiva... Apr l'armadio; la ragazza cap e s'ammansiva, abbassava la voce, brontolando, tanto per avere un passaggio dall'ira al sorriso.
Maria aveva ancora un'altra catenina d'oro. Frugando nell'armadio pens: E quando non avr niente da regalarle? L'oro le scintill nel cavo della mano
Tieni. Ma non farla vedere a nessuno. E il suo sorriso implorava: che prendesse e non dicesse niente e che le consegnasse la lettera.
Giovannina trasse la busta di sotto al grembiale; poi di sull'uscio le sorrise conciliante:
Ci penso io a fargliela avere, quando ne viene un'altra.
La lettera diceva poco: lo chiamavano dei lavori in citt. Le avrebbe scritto. Poche righe; ma era la sua lettera!
Una lettera: un foglio che diventa un muro. Che cosa ci sta dietro a quelle parole che non rispondono all'affanno delle domande, ma ripetono una voce, un'apparenza a cui la mano le ha improntate, forse in fretta e distratta? Leggendo quelle parole, qualche cosa s'intorbidava in lei. Nella citt stava tanta gente! Tante donne. Vedeva Cesco che sorrideva ad un'altra donna; e quel sorriso brillava tanto, che Cesco le appariva diverso; ed ella ne cercava la solita espressione, affannosamente.
Ma Cesco voleva bene a lei. Se lo disse; e per poter dare una voce alla sua speranza, anche cerc in s il ricordo delle parole in cui egli glielo diceva; ma volendo ricordare le parole di lui, s'accorse di essere tanto sola. Non riesciva a ricordare: era tanto tempo che Cesco non le diceva di volerle bene. Ebbe paura di pensare, di trovarsi di fronte a s stessa.
Inseguiva i ricordi dei primi tempi, cui si sovrapponevano altre imagini; d'un tratto vi scopr un che di estraneo, come nei sogni quando dietro a una figura conosciuta, balza su il volto dell'inganno. S'accus di tormentare s stessa con pensieri assurdi. Mi vuole bene... Mi vuole bene.
La fissit del pensiero non riesciva a convincerla. Le sorgevano dinanzi tutte le ansie che erano confuse con l'imagine di lui: le cinquecento lire alla portinaia, le minacce di Giovannina e l'altro pensiero, quello che le rubava il sonno e la pace. E che Cesco non avesse una parola per quel suo soffrire, che la lasciasse sola, le sembrava una cattiva azione. Quando si sorprese a pensarlo, se lo rimprover; e subito ne chiese perdono a lui. Come poteva Cesco sapere la sua pena se ella non gliene aveva parlato? Era lei che aveva torto. E poi che poteva incolpare s stessa, la sua pena si rischiar; ed era come un anelare verso la speranza.
Le querce giovani che si drizzano in cima al colle, si profilano tutte dalla radice al tronco, sin la punta delle braccia sottili, contro il cielo, nitide e snelle, tese su quella vastit di luce e d'azzurro: un respiro gagliardo di giovinezza e di promessa.
Maria  salita al mattino per tempo, nel querceto ripido che si estende dai poderi su per il colle;  questa fra le terre di suo padre, quella ch'ella predilige, perch incolta, selvatica, lontana e fitta: un rifugio.
Visto da lass, il paese con il nucleo delle sue case bianche e sorelle, che poi si fanno pi rare e si sparpagliano tra il verde, solitarie, ha un che di amico e d il senso del focolare. C' qualche cosa di fraterno in questo costruirsi le dimore vicine, quasi a tendersi la mano gli uni e gli altri. Guardando gi dall'alto sul paese, si pu credere alla bont degli uomini. E tutto questo  cos piccolo di fronte all'estendersi della terra, al folto misterioso dei boschi, alla trasparenza dell'azzurro, che ci si sente sperduti nell'immensit: un bisogno anche di essere buoni, di stringersi vicini.
Ora pap vuol fare lavorare il querceto; verso l'autunno abbatteranno le vecchie querce. D'autunno: la limpidezza che le ha messo dentro la luce del mattino, s'offusca. D'autunno "si vedr".  vero che se gli altri "sapessero" non capirebbero che cosa  voler bene? Viste da lass, quelle piccole case sembrano tanto buone.  vero che l dentro sta gente che non comprende l'amore?
 una gioia pensare al ritorno: per la strada si coglie e si porta con s una speranza. Pare che l'assenza abbia mutato la tristezza dei pensieri dimenticati nella casa per tendersi incontro alla trasparenza del mattino; e si vorrebbe rallentare il passo, indugiare, per poter credere ancora, per poter ancora aspettare. Forse al ritorno Giovannina le verr incontro e accenner con gli occhi e con il sorriso: una lettera.
D'improvviso le balena dentro un pensiero,  un trasalire nel dubbio: uscendo, ha chiuso il cassetto dove tiene le lettere di Cesco? Un'angoscia soffocante, tagliata dal guizzo freddo della paura. Un'imagine lucida: la chiave  nella toppa. Un'ansia di correre, d'impedire, di violentare il tempo e la distanza. La discesa per il querceto attrae come un precipizio. Lo spavento le assilla i fianchi, nella corsa pazza: i campi non sono che fruscii di erba calpestata. Fa male correre tanto. (Non posso. Mi fermer un attimo.) L'affanno sale: solo poter fermarsi per prendere respiro. (No. Corri! Corri! La chiave  sul cassetto aperto.) Il luccicho fermo d'una chiave, nell'ossessione frusciante d'erba calpesta. (Che la mamma non entri nella camera. Che non apra il cassetto!) La volont difende da lontano, le lettere. Nella ventata folle della corsa, un freddo la percote e la incide di spavento sin ai capelli: se quando ella entrer in camera sua, vi trovasse sua madre di fronte al cassetto aperto?
Affrontare il dubbio. Come punge il petto, e tutto pesa, opprime, soffoca.  tutta molle di sudore: arde. Se s'arresta, divampa. Le dolgono le gambe, i piedi le pesano, gonfi, dolenti.
Una delle donne  sulla porta di casa:
Che cosa ha? Si sente male?
La mamma?
Maria non pensa che ad incontrare gli occhi della mamma; perch anche il cassetto in ordine non le direbbe nulla, poi che la mamma potrebbe aver veduto, e rinchiuso il cassetto. Sono cos limpidi, cos sereni gli occhi della mamma, quando Maria la trova nel guardaroba, fra le pile della biancheria stirata che odora d'aria e di verde.
Senti che buon odore? L'abbiamo messa al sole. Sei affannata, Maria?
Bisogna sorridere, andare via cantando, perch quel pensiero si spiani sulla fronte della mamma, e quell'ombra si dilegui nel caro sguardo.
Ho corso. E non corro sempre? Quando mi hai vista camminare soltanto?
Cara figliolona bambina: la mamma scote la testa, sorride anche lei. Maria allontanandosi sente la sua voce:
Quante lenzuola dici, Pierina?
La chiave  sul cassetto e nessuno l'ha toccata. Come ha corso! Maria  stanca. (Un tempo correre cos non mi faceva niente. Adesso non posso.  una pazzia questa corsa, se " vero".)
Salva! Le lettere sono l, nessuno le ha vedute. (Perch piangi, adesso? Se prima quando avevi paura, non piangevi!)
Lettere invecchiate. (Cesco! Cesco! Perch non scrivi? Perch mi dimentichi?) Quando si piange, non si  soli.
Vedere un fiore che si sfoglia, un petalo che cade da un albero, lieve e furtivo nella sera,  respirare un poco la vita delle foglie e dei fiori.
Nel silenzio si sente che le cose hanno una loro vita cui alla luce, si sovrappone il riflesso della nostra vita, mentre nell'oscurit l'anima delle cose affiora, bisbiglia ed offre le sue segrete voci che sembrano misteriose solo perch sono fatte di semplicit.
Un passo, dei rami smossi e il frusco delle foglie complici che si chiudono su quel passo. Maria attravers il giardino verso il punto da cui era venuto il rumore. Non se lo disse, ma tutto il suo essere si protese e sbocci e fior di speranza: forse era Cesco. Non ragion, ch il pensiero avrebbe sfiorito quel trepidare gioioso. Rattenne nel grido della speranza il nome di lui. S'arrest. Un frusco vicino, di tra il folto degli alberi. Se era lui, si sarebbe avvicinato.
Si stup di non avere paura e questo le parve fosse come scoprire sotto la luce d'un lampione, che la sua persona non proiettava un'ombra. Ebbe la rivelazione di una propria personalit ignota e ignorata che la sgoment; e questa confidenza con le cose estranee dest in lei una specie di diffidenza verso s stessa. Ma questo fu un attimo che ella attravers mentre, inconsapevole, ne avvert solo il disagio, tesa con l'anima a cogliere ancora l'eco di un passo, un respiro, un frusco. Avrebbe voluto chiamare il nome di lui, perch egli sentisse la sua voce; ma non os.
Ripeteva in s il suo nome, volendo imporre a lui con la fissit del pensiero, di risponderle. Il nome di lui la percorse tutta: ed ella non fu tutta che il suo nome fatto ansia e speranza, affanno e preghiera. Disse a voce bassa:
Chi ?
Tremava. Ripet:
Chi ?
Allora i rami si scostarono e una voce ne sbuc, roca:
Sei tu?
Maria tese le mani. Giacomo inoltr d'un passo. Ella gli apr le braccia e il ragazzo singhiozzando, le s'aggrapp al collo. Maria non gli domand nulla; gli accarezzava i capelli, quasi sollevata, che contro la sua pena battesse la pena di un altro cuore, infantile ma cos vasto nel raccogliere nel pianto tutta l'angoscia del mondo.
Giacomo... Giacomo... Poi ansiosa: Perch sei qui? E severa: Che hai fatto?
Pareva Giacomo bambino: compunto, con un vocione d'uomo che balbetta: Sono scappato. M'avevano cacciato in prigione. Ma io non ci ho colpa.
Maria sorrise:
E la colpa dovrebbe averla il direttore?
Sono sceso di notte nel giardino del collegio per fare una passeggiata.
Soltanto?
Volevo andare in citt.
Allora Maria gli circond le spalle con un braccio:
Avrai fame?
Non mangio da ieri. E poich ella s'avviava: In casa, no.
In camera mia.
Pap pu sentirmi.
Pap dorme.
Non vengo.
E vuoi star qui tutta la notte?
Ora Maria provava una strana tenerezza per questo ragazzo che chiedeva protezione, non aveva sentito ancora in un calore cos vasto, d'essere sua sorella. Lo rivedeva bambino, curvo sui quaderni, sotto il lume. E ripeteva entro s: Giacomo; e provava lo stesso stupore che aveva avuto un tempo vedendo un bambino oppresso da quel nome gonfio, accigliato e pesante, che pareva lo invecchiasse e lo curvasse sotto il peso dei pensieri e degli affanni da venire.
Un bel nome solenne, Giacomo: rotondo e pur disteso, energico e gagliardo, ma fatto per un uomo, troppo greve per un bambino; ch l'infanzia non vuole che ariosa levit e scintillo di sorriso.
Tenendolo abbracciato e proteggendolo di s, mentre il ragazzo s'affidava a lei per l'atrio silenzioso, per la scala buia e nella camera di lei, le pareva quasi che quel chiedere protezione a lei fosse bont, fosse un riconoscere in lei una limpidezza che poteva far scudo, e avesse un valore di cui ella era indegna; e s'affannava a rafforzare con gesti e parole, sorrisi e bisbigli, quel senso di salvezza che Giacomo doveva trovare in lei; e la voce materna penetrava il ragazzo che dopo la corsa, la paura e la fatica, sentiva gli occhi pesanti e le membra intorpidite anche dal benessere di quel pasto furtivo offerto dalla sorella, ed era tentato dalla morbidezza invitante delle lenzuola. Giacomo s'addorment sull'atto come un bambino, nel letto di Maria; ella gli tolse le scarpe, gli copr i piedi; poi seduta sulla sponda del letto, tenendogli una mano fra le mani, a poco a poco si curv su di lui e s'addorment. Ma nel sonno che l'affanno percorreva di un'acutezza vigile, le pareva di proteggerlo; pi che sonno, dormiveglia.
Al mattino Maria usc in punta di piedi. Il ragazzo dormiva.
Svegliami quando fa giorno le aveva detto. Non voglio che pap mi veda.
Quando Maria scese, la mamma le corse incontro:
Giacomo  scappato dal collegio. Ha telegrafato il direttore. Ansava; faceva pena vederla.
Giacomo  qui! E Maria sapeva che questo non era tradire suo fratello.
Giacomo! Giacomo! sorrisero gli occhi della mamma.
Pap quando lo seppe, non disse niente. Ma: Giacomo! Giacomo! cantava il suo silenzio.
E l'indomani Giacomo, accompagnato dal fattore, fu rimandato in collegio.
 incinta. Non v' dubbio.
Alla mattina le si apre nel petto come un vuoto di ribrezzo. E se poi chiude gli occhi, le pesa nella nuca una spirale che la trascina e la fa piombare con la testa in gi dentro a un abisso in cui tutto si attutisce, girando vorticosamente.
Che sia questo il segno che  incinta?
Allora Maria balza dal letto e tenta di cantare. Per illudersi, per credere che se ella canta non pu esistere in lei tanta angoscia; e anche perch se la mamma la sentisse silenziosa, potrebbe guardarla, e scrutarla e vedere il suo viso pallido e i suoi occhi stanchi.
Ha inteso dire un tempo dalle donne di casa che se una donna  incinta, si vede dagli occhi. Occhi strani, occhi torbidi diceva la moglie del fattore. Tutte le mattine si osserva nello specchio, con l'anima tesa d'ansia: i suoi occhi? Strani? Torbidi? Sono sempre i suoi occhi. Forse pi tristi e adesso spalancati in un pensiero affannoso e poi subito oscurati da una tristezza che si fa selvaggia, per nascondersi.
E d'improvviso la sua paura si rischiara, si dirada come alla promessa d'una voce che dice entro di lei, che non  vero. Anche, ora che s' alzata, si sente bene; forse quel vuoto nel petto e quel peso nella nuca, non sono che stanchezza. Tutto intorno dice ora una gioia spensierata. C' tanto sole. E stamane  fiorito il gelsomino di Nonna Maria; ieri offriva alla luce lo schiudersi trepido dei primi fiori.
Maria si sente leggera, va e viene per la casa cantando. Anche Cesco torner: non pu averla dimenticata. E le dir ancora parole buone come sorrisi.
 una foga d'agire, di occuparsi di tante cose svariate, di cercare nel volto del domani ch'ella vuole sorridente, l'illusione dell'oggi che si fa speranza e diventa fede. Le piace parlare con s stessa di cose ancora lontane nel domani e fare tanti progetti, perch questo  come sapere che non  incinta: perch se ella sa che nell'inverno avr una veste di seta con il colletto chiaro, vuol dire che sar ancora nella sua casa; e che il pensiero di avere un bambino non sar stato che una imagine della paura.
Per dare una realt al pensiero del vestito, cui il suo affanno torna con fissit ansiosa e cui s'appunta per smarrirvisi, Maria un giorno  salita nella soffitta a cercare in un vecchio baule delle trine con cui far il colletto alla veste. Pensare questo e tradurlo nel gesto  come non credere a quel pensiero che le logora l'anima.
Nel baule ci sono anche libri di quando era bambina e una scatola con tante cose di Nonna Maria. Stoffe, vesti, carte; e da tutto s'alza quel sorriso buono e tremulo di timidezza che pare dire a tutti: perdonate se non so darvi di pi. Il sorriso di Nonna Maria.
La sera sorprese cos Maria su quei libri polverosi e ingialliti e su una scatola piena di vecchie cose.
Negli angoli, l'ombra s'addensava tetra, e si diffondeva d'intorno e saliva verso l'abbaino che guardava sul cielo ancora chiaro.
Maria s'alz, le trine che aveva in mano le parevano pesanti della tristezza che da lei si rifletteva su tutte le cose e che ella trovava in tutte le cose come in uno specchio. E le lasci cadere nel baule: inutili. E anche l'imagine del vestito per l'inverno, di cui prima ella vedeva chiare le pieghe della sottana, impallidiva nel pensiero. Da quelle pieghe s'era alzata una voce buona a consolare, ora anche quella s'allontanava, si smorzava taceva.
Alla sera Maria cercava un rifugio nel sonno, s'addormentava pensando che l'indomani si sarebbe svegliata tranquilla.
Forse non era che un dubbio.
Ma quando d'un tratto la coglieva una fame violenta, strana, che non era che un bisogno di inghiottire, una furia di masticare per inghiottire e colmare quel vuoto che le pesava nel petto, Maria trasaliva di sgomento: era incinta. Qualche volta aveva il senso del distacco da tutte le cose d'intorno: tutto s'allontanava; vedeva le pareti e le cose lontane e i contorni delle cose sbiadivano, s'offuscavano, si perdevano e questo le dava il senso d'essere sospesa sull'immensit. Se poi chiudeva gli occhi, ritrovava in s l'imagine vicina delle cose, ma ne udiva i suoni lontani, smorzati, come se una densit nebbiosa ne attutisse la sonorit. Un attimo.
Tentava per riprendere coraggio, di ricordarsi quello che aveva inteso dire delle ripugnanze per dati cibi, che hanno le donne incinte; e che ella non aveva. L'impensieriva solo quella fame strana e quel suo invogliarsi dei cibi che vedeva, quei desideri che ella subito voleva accontentare, istintivamente, gi materna: non per s stessa, ma per il figlio che doveva nascere, perch a sentire le donne, il bambino poteva poi portare le tracce di qualche desiderio della madre.
Madre? Ella cos piccola, portava un bambino dentro a lei? Era come sbigottita di fronte al mistero che maturava in lei. Ma non era un bambino, ancora: non era che una tenerezza infantile che dilatava il petto: una tenerezza in cui s'incontravano il gesto del bambino che tende le braccia alla mamma e il gesto della madre che accarezza il suo bambino.
Un bambino suo: qualche cosa di lei e di Cesco, un legame tenace, il loro amore fatto vita. In quella tenerezza che le allargava il respiro e le gonfiava il petto nella gioia che d solo un pensiero di bont, Maria sentiva dietro a s come un'imagine che ella non poteva vedere perch le proteggeva le spalle con due braccia di mistero, ma di cui sentiva la luce in lei; e ne vedeva il riflesso dirigerle i passi e rischiararle una via lunga che andava diritta. E cadeva in ginocchio con le mani sugli occhi; e oltre la nebbia rossa delle palpebre premute dalle palme, vedeva in s un salire di luce: madre. Era madre.
Allora ella sent Maria e ne port il nome con umilt e fierezza, come un'aureola. Si sent forte, si sent grande: suo figlio!
Ella viveva un poco ripiegata in s, sopra questa voragine di luce in cui guardava per non vedere d'intorno l'ombra. Non pensava al domani. Vi sono cose nella vita che, a pensarvi da lontano, ci fanno dire: io farei cos e cos; e poi nel dover viverle, ci sembrano diverse, perch ci si adagia nella loro verit e pare che quel silenzio in cui ci si nasconde, distrugga la realt estranea alla luce che  in noi, e ci isoli con la sua forza, nell'ombra.
Solo qualche volta Maria si piegava a guardare il domani e se lo costruiva da s, come lo voleva. Si vedeva: ella che non aveva varcato la soglia della sua casa, sarebbe andata ora nella vita, fiera, fiduciosa e vittoriosa, solo perch in lei s'ergeva la volont del bene, un bisogno di franchezza e di bont. In questo maturavano i suoi tratti di bambina; era stata cos anche un tempo; quando a scuola le dicevano di raccontare con parole sue una prosa del libro di lettura, ella non vi traeva che lo spunto per sbizzarrire la fantasia fervida e vagabonda, che aveva nell'ala agile e audace, una sete sconfinata di voli e di spazii e un'inarcarsi gagliardo, prepotente, che superava le altezze. Non  cos le dicevano. Ma ella rispondeva che non aveva potuto limitare le idee nelle linee di un fatto veduto da altri. C'era chi non l'aveva capita e aveva creduto questo fosse un bisogno di falsare la verit, solo la signora Giovanna, la maestra elementare, capiva che Maria doveva improntare di s tutte le cose, per un bisogno di dare colore, luce e movimento, al volto delle cose che le sembrava troppo semplice. Solo dopo, Maria aveva sentito che ogni cosa ha la sua vita ricca di echi, di toni e di espressioni; e allora ella s'era anche sentita vicina a queste voci che trovava dovunque ed ascoltavo curiosa e le aveva raccolte in s, per viverle nella loro pura semplicit.
Ma quel bisogno di foggiare i fatti con la propria volont, persisteva in lei e ora ella si raccontava la storia di s stessa riflessa nel domani: vedeva una donna sperduta nella citt, in cerca di lavoro, nutrire il suo bambino patendo la fame; semplice, fiduciosa, con il cuore pesante di felicit.
Ma dopo cominci a vedere le cose senza voli di sogni; una camera, bisognava pagarla e anche le vesti semplici; e il bambino crescendo, avrebbe avuto bisogno di altro che del latte con cui ella, immersa anima e vita nel dolce martirio materno, gli versava la vita, favilla a favilla. E per nutrire di s la sua creatura, per trasfonderle la sua vita, anche a lei ci voleva altro che pane semplice.
Apr gli occhi, la mente snebbiata, e guard: si sent sospesa su un abisso. Nel suo costruirsi il domani, aveva dimenticato suo padre e sua madre. Il dubbio s'accontentava di storie campate sul domani, come ali di sogno balzanti dalla poesia; ma da quel dubbio ora sorgeva una certezza. Era incinta. E un giorno, questo si sarebbe veduto.
Una mattina incontr per le scale la mamma con le donne che portavano nelle cantine la roba d'inverno da riporre negli armadi, con legati nella stoffa a mo' di spighe, dei mazzi di lavanda. La mamma le sorrise:
E pensare a ogni passo le suonavano le chiavi tra le mani che presto riporteremo la roba nelle stanze, e l'inverno sar qui!
L'inverno: allora si sarebbe gi visto. In ogni cosa Maria vedeva un accenno alla sua angoscia; le pareva strano che la gente andasse e venisse tranquilla, e che ancora ci fosse chi poteva parlare sorridendo di cose indifferenti, quando in lei esisteva questo e il domani era fatto d'ombra e di minaccia.
Di Cesco non aveva notizie. Gli scriveva sempre, pensando che egli fosse in viaggio e che le avrebbe scritto quando, tornato in citt, avrebbe trovato le sue lettere e saputo di suo figlio. Anche un padre doveva traboccare nell'anima di quella gioia commossa, pensando che dal suo amore germogliava una vita in cui la donna e l'uomo erano legati e confusi. Questi pensieri riposanti sprofondavano poi nello spavento. Come tutto sarebbe stato fresco e lieto, se ella non fosse stata incinta!
Ora ritrovava nel ricordo la freschezza dei suoi risvegli di fanciulla, la gioia limpida delle piccole cose: Oggi  fiorito il rosaio! E le prime ciliege! E la raccolta dell'uva! E le corse per i campi! I gran fasci di fiori da cui schizzava via qualche grillo pigro, imprigionato fra gli steli stretti nella piccola mano impaziente, o su cui qualche ragno operoso filava la sua tela, indisturbato. Era lontana, la limpidezza dei sogni in cui la fanciulla abbandonava la testa pensosa sulla spalla e la donna alzava la fronte e tendeva occhi, labbra e braccia in un sorriso: e la freschezza dell'infanzia vicina si congiungeva al brivido caldo dell'adolescenza irrequieta di oscure ansie e di stimoli selvaggi; e tra la nebbia dell'illusione s'alzava un sorriso lieve e profondo che confondeva infanzia e giovinezza in un germoglio ancora smarrito, resto al gran sole: la donna.
Maria aveva quasi rimorso di pensare con rimpianto ai giorni spensierati, vi trovava come una colpa verso la sua creatura. Ma dietro a questo pensiero s'addensava e saliva una grigia, stanca malinconia: la vita non aveva pi per lei la nebbia dorata dell'ignoto.
E pure: forse non era incinta. Ma come fare per saperlo? A chi domandarlo?
Una mattina la mamma la chiam nel giardino, per fare festa a una loro ragazza di servizio che s'era sposata e portava a vedere il suo bambino. Come Maria avrebbe goduto di quella chiara giornata, giocando con quel bambino, se non avesse avuto dentro il logoro di quel pensiero. Si disse che voleva vivere quella giornata come se la sua angoscia non esistesse; ma non sapeva ritrovare la sua spensieratezza, perch da ogni cosa s'alzava l'ombra di quel pensiero. La vedeva anche negli occhi di quel bambino.
Ogni giorno che passava le diceva che non doveva illudersi; e la sua forza cedette. Suo padre e sua madre non dovevano sapere. Nelle notti insonni meditava di fuggire; ma non sapeva pi raccontarsi le storie d'un tempo: ora che bisognava dare un nome e un volto a quella donna sperduta nella citt con un bambino in braccio, ora che il pensiero della fuga non le diceva che l'ansia e la tristezza dei passi furtivi nella notte, della porta che le si sarebbe chiusa alle spalle, e della strada buia nel silenzio, ella non voleva pi fuggire. Meglio era morire.
Questo pensiero la occup: a poco a poco vi pens come a una cosa che doveva fare. Solo la rimandava di giorno in giorno: a quando si sarebbe veduto. Ora non si vedeva ancora; e quasi s'illudeva: avere un figlio era un cos grande mistero che quasi non ci credeva.
Un giorno allib: spogliandosi aveva visto che i seni le si erano ingrossati. Le dolevano; nel gesto che ella fece quasi per proteggerli, vide che da una delle punte usciva un siero. Ne fu atterrita. Non c'era scampo. Bisognava morire.
E s'attacc alla vita con una sconfinata volont di vivere. Si sent vicina alla terra, con una commozione in cui ritrovava le sue lagrime di bambina; cap quello che prima non sapeva sentire nella sua sacra verit: un fiore che sbocciava, il bttito d'ala di un uccello, il frusco di una foglia, un petalo piegato sotto il peso dolce della rugiada, un lembo di cielo tra le nuvole rotte, un insetto con la zampetta ferita, una foglia caduta, un fuscello disperso, una piuma abbandonata. E soffr di non essere vissuta pi attenta, di non essersi curvata sulle cose di tutti i giorni, per sentirne le voci che forse sanno la felicit, di non aver saputo assaporare la gioia di mordere in un pezzo di pane morbido che ha un fresco e salso sapore di bianchezza solo quando il pensiero, libero da tormenti, riposa e l'anima gode la sana gioia di vivere, semplicemente.
E ogni foglia che sbocciava la inteneriva d'una commozione gioiosa e insieme accorata. Si sorprendeva ad osservare le formiche: ne spiava l'andare rapido, l'attivit tenace e le brevi soste quando s'incontravano all'orlo d'una pietra, sul filo d'una foglia, sul margine d'una fessura o d'una macchia e pareva si parlassero per proseguire poi con i loro fardelli di fogliuzze, brciole, fili e foglie secche, e penetrare nelle loro case che un polvero di terriccio circondava con spreco di abilit costruttrice. La prendeva una grande curiosit di sapere come erano fatte le case delle formiche: ne imaginava le gallerie lunghe, sinuose; e s'abbandonava ad approfondire il pensiero con la stessa avidit di sapere di quando era bambina. Si ritrovava in quelle ore assorte, di faccia a s stessa bambina; e si sorrideva, accorata e pensosa. Forse i bambini sanno guardare in fondo alle cose: ma guardano senza vedere; dopo quando con gli anni si sa vedere, non si sa pi guardare; e si vorrebbe avere negli occhi la fresca comprensione delle cose, che  solo nella forza di non sapere.
Maria and una mattina con suo padre per i campi. Aria, sole, alberi, piante, fiori, tutto diceva una felicit che ora a lei pareva irraggiungibile e pure tanto vicina. E la mordeva il pensiero della serenit e del dilatarsi di tutto il suo essere spensierato in quella trasparenza, se ci che era non fosse stato.
Un sottile alito di vento s'insinuava tra l'erba, e qualche filo ne oscillava; ed era in quella lievit un'espressione cos potente di vita e di bellezza, che Maria ne pat. Quel fremere che era in tutte le cose, cantava l'amore.
Pap era allegro, la frusta fra le mani gli ringiovaniva il gesto divenuto quasi impetuoso; di tanto in tanto egli si volgeva, aprendo una sosta nel nembo della pipa, per guardare Maria, socchiudendo un occhio, mentre l'altro occhio ammiccava allegro. Povero pap!
Che fresca, bella cosa avrebbe potuto essere quella corsa nella luce, se l'angoscia di quel pensiero non fosse stata, o se Maria avesse potuto liberarsene, scrollando la testa nel vento fresco del mattino che pareva rapisse i pensieri tristi per sfaldarli e disperderli come i resti della bruma notturna che il sole dissolveva nell'oro del suo riso saliente.
Sfilavano, correvano e parevano rincorrersi gli alberi ai lati della strada bianca, tra i campi dove le spalliere sinuose della vite ripetevano il loro intrecciarsi che esprimeva nel suo ripetersi, l'eterno sacro gesto delle vite unite. Iddio ha detto una parola d'amore in ogni cosa.
Questo pensiero diradava il rimorso che le mordeva il cuore guardando i chiari occhi sinceri di suo padre: non  colpa amare, anche quando l'amore  sprofondato nel segreto, se l'amore  limpidezza, se la donna sta dinanzi all'uomo nella pura sincerit della sua fede, nella gioia sgomenta del suo dare.
Saliva dalla freschezza del mattino una bont profonda; Maria si distraeva a guardare gli alberi tutti fratelli e tutti dissimili tra loro, come gli uomini, e pur tanto superiori agli uomini, nella loro fresca semplicit, tocca dalle tempeste, ma chiara anche nell'ombra.
Che vuoi tu, albero, che io dica agli altri tuoi fratelli che pare si tocchino avvicinando le chiome inquiete, per bisbigliarsi misteri freschi di verde, l in fondo al filo della strada bianca? Ma anche tu sei gi lontano e se mi volto indietro a guardarti, mi pare di non saper cogliere le voci dei tuoi fratelli, che ti seguono nel vento della fuga. Perch subito non mi dici l'ansia o la speranza che  nella sveltezza frondosa dei tuoi rami? Gi lontano anche tu.
E gli alberi e il vento disperdevano i pensieri che subito rinascevano, sorgendo in lei scuri e tenaci. Ora Maria soffriva di non aver saputo un tempo, capire la bellezza d'una mattina di sole fra i campi, quando ella non aveva pensieri che oscurassero la sua vita. Perch non poter tornare indietro? Tutto il suo essere si torse in una ventata di ribellione.  tanto bella la vita! Perch dover morire, mentre il sole rideva di tanta luce e la terra fioriva e cantava con i suoi colori e le sue voci, con battiti d'ali, sussulti di petali, fruscii di foglie, respiri di fiori; e tutto diceva una sola ridente, palpitante verit: vita?
Vita: promessa di polpe succose offerte alla bocca socchiusa che scolorisce nel riso per il tremore improvviso di un desiderio, promessa di azzurro infinito, di limpidezze immense, d'ali e di vette, offerta al desioso dilatarsi del respiro; promessa di nembi e di tempeste vorticose, offerta al petto gonfio di sospiri e smanioso per l'arsura delle conquiste sognate: nembi che il sole, irrompendo, disperde gagliardo, con la freschezza trionfante del sorriso.
Giorni di sole; cupi, tristi giorni per lei chiusa nel cerchio del suo segreto. La sua giovinezza s'aggrapp violenta, alla vita; e insorse e si torse e smani, furente e convulsa, url nei contorcimenti del suo dolore, lott, pianse e fu tutta una preghiera: Dio! Dio! fammi vivere! Io non voglio morire cos giovane. Voglio vivere.
Notti di pianto; giorni di lotta dietro la spensierata maschera che sorrideva per la casa, tesa nella disperata volont di non tradire le improvvise debolezze, i mutevoli stati della gravidanza. Delle ripugnanze insostenibili la sollevavano di fronte al piatto colmo; ma doveva mangiare, dissimulando il disgusto mentre in un sudore freddo, aveva il senso d'uno smarrimento in cui le pareva le sfuggisse il calore, e il cuore le s'arrestava in gola dallo spavento di tradire il suo stato, cadendo svenuta.
Dopo i primi turbamenti fisici, la sua giovinezza ebbe il sopravvento; e le parve di fiorire.
E pure bisognava morire. Presto si sarebbe veduto; era gi un miracolo che la mamma e le donne di casa non si fossero avvedute di niente.
E fu deciso; pens a ogni dettaglio come se non si trattasse di s; ma non aveva ancora deciso come morire.
Non sapeva pensarci.
Ma un giorno le parve che fosse gi convenuto: avrebbe preso di nascosto il veleno nella farmacia di Antonio Ravesani. Doveva fare presto. Andare nella farmacia e rubare il veleno le pareva fosse gi un atto decisivo che avrebbe rinsaldato il suo coraggio per giungere al resto. E tutti i giorni diceva: domani. Ma ogni giorno c'era troppo sole.
Avere il veleno voleva dire dover uccidersi subito, poi che sentiva che non avrebbe dovuto indugiare, perch poi non ne avrebbe avuto il coraggio.
E le pareva strano che gli altri non capissero che ella doveva morire, e potessero parlare, indifferenti della vicina estate, dell'autunno, fare progetti per l'inverno, quando fra pochi giorni ella doveva morire. Se sua madre, se suo padre avessero saputo!
Un giorno mentre la mamma suonava il pianoforte e canterellava una vecchia canzone di quando era fanciulla, e questo in lei esprimeva una serenit spensierata, Maria ebbe quasi il rimorso di quello che stava per fare.
Cap il dolore che avrebbe dato ai suoi; e la prese un grande bisogno di dire tutto a sua madre. Non avrebbe la mamma cos buona, capito e perdonato? Ma subito insorse un istintivo, selvaggio pudore: non poteva dire. C' qualche cosa che vela di segreto tremore il maturarsi alla vita, nei figli: dire che non si  pi bisognosi di protezione, e gi tocchi dal caldo alito delle tentazioni,  come offuscare l'aureola di quella sacra imagine in cui padre e madre stanno alti sopra le cose terrene. Non ci sono che due che non vedranno i nostri capelli bianchi, e diranno sempre: mio figlio, come se dicessero: il mio bambino. Babbo e mamma.
Maria ascoltando la canzone, avrebbe voluto abbracciare le care spalle materne che ondeggiavano lieve nel ritmo della canzone e far sostare la cara voce, e dire, gridare, urlare, supplicare:
Mamma mia, salvami tu.
Solo sua madre avrebbe potuto salvarla. Ma come la mamma si volse e il suo sorriso s'oscur:
Che hai? Piangi? Maria sorrise: l'abbracci, le accarezz i capelli:
No mamma, non ci badare. Suonavi la canzone di quando ero bambina... e si asciugava gli occhi: Sciocchezze...
Di giorno la sua pena era pi lieve; alla notte salivano dal silenzio gli affanni: vedeva la tragedia della famiglia ignara che d'improvviso avrebbe saputo. Una notte, ud (e tanto fu terribile che l'ebbe entro di s giorni e giorni, come un incubo) l'urlo di sua madre, quando gliela avrebbero portata.
Vedeva sua madre e suo padre intorno a lei; e non soffriva che del loro dolore di cui ella era colpevole. Non voleva lasciarli, non poteva lasciarli. Era una smania torturante: alla notte, avrebbe voluto alzarsi e andare da loro e dire: No, non lo far. Voglio vivere.
Diceva a s stessa che non lo avrebbe fatto; e singhiozzava parole rotte nell'affanno. Ma l'indomani ritrovava con la luce, lo spavento del suo stato. Forse gli stessi genitori avrebbero preferito che ella fosse morta, piuttosto che vederla sola, con un figlio.
Fu allora che and da Antonio Ravesani. Di quando in quando usava andare a trovarlo, per mantenere una consuetudine dell'infanzia e anche per affezione. S'era informata abilmente, fingendo un'aria distratta, dei veleni pi potenti; e aveva scelto tre barattoli che stavano nelle scansie basse e di cui si sarebbe impadronita pi facilmente.
Una mattina entr ridente nella farmacia:
Indovini zio, che cosa le ho portato.
Zio Ravesani alz la testa grossa e lustra, sormontata da un berettino scuro e, socchiudendo le palpebre arrossate, fendendo la faccia in un largo riso:
Una ricetta per qualche povero.
Un francobollo!
Di valore? Aveva piantato sul banco un barattolo colmo d'una polvere biancastra in cui faceva piroettare delle pillole: Fa vedere.
Qui no. Pi tardi, quando non avr da fare; andremo di l e mi far vedere la sua collezione. Ne ho inteso dire meraviglie.
Non tremava; non pensava quasi a quello che doveva prendere e a che cosa ci le serviva, assorta nella volont di riescire ad allontanare zio Ravesani.
Per questo egli scosse il barattolo posso anche prepararle poi. Non  roba che preme e tendeva la mano: Lo hai qui?
Aspetti.
Di che paese ? Dove lo hai pescato? Zio Ravesani non vedeva che la nuova preda:  per me?
Nel retrobottega egli trasse un libraccio da un cassetto e, preso dalle sue manie, le chiacchiere e i francobolli, pur volendo affrettarsi, indugiava nel dire degli acciacchi che impigrivano le sue dita paffute. Maria attendeva; ma gi viveva in s ogni gesto: nel banco a destra in un cassetto stavano tante scatole di cartone, vuote. Avrebbe preso la polvere da quel barattolo in basso sulla parete sinistra, verso la porta. Strisci dietro le spalle dello zio Ravesani che la richiam:
Dove vai?
Andavo a vedere.
Che cosa?
M'era parso che qualcuno avesse aperto la porta.
Vado io.
Zio Ravesani s'affacci sulla soglia del retrobottega:
Nessuno.
Ma dopo poco il campanello di una delle due porte che si apriva, squill: Buon giorno. Una fresca voce di donna.
Il farmacista usc nella bottega, rientr per pigliare una bottiglia, vi vers dell'acqua, la tenne contro luce, nel vano della porta, la scosse. Poi ritorn al tavolo e tenendo il francobollo tra due dita, lo osservava, diffondendo il sorriso per le mille grinze del viso.
Maria cerc con lui la pagina e lo spazio:
Ci vuole un poco di gomma per appiccicarlo.
Ho la carta gommata. Guarda.
 asciutta. Vado a prendere la polvere di gomma
Lascia fare.
So dov'. Le prometto di non fare disordine.
Di sulla porta, poich egli non aveva detto nulla, Maria si volse per vedere se la seguiva. Aveva tanto pensato e vissuto in s ogni dettaglio, che i suoi gesti ebbero una rapidit precisa. Un bambino cantava per la strada. Con la scatola di cartone in mano, prima di prendere il barattolo, ma gi vicina alla scansia, Maria disse a voce alta, per sentire se zio Ravesani udisse o se per caso venisse nella bottega: Ecco: trovato Sillab: Gomma arabica con l'anima tesa a cogliere tra voce e voce, una parola di lui. Teneva d'occhio le due porte, perch la farmacia era nell'angolo della casa e i clienti potevano entrare da due parti: di fianco o di faccia al banco. S'alz in punta di piedi, prese il barattolo. Le parole scritte sul vetro apparivano solenni. Tolse il tappo di vetro lucido, pieg il barattolo sulla scatola (le tremavano le dita): una polvere bianca che scorrendo crepitava.
Fuori della porta il bambino canta a squarciagola. Sollevando gli occhi, si potrebbero vedere all'altezza della vetrata, i suoi capelli biondi. Un bambino che canta cos, non pu essere che biondo.
Ecco: gomma arabica... ne verso un poco in una carta... e vengo... Parlando, le pare quasi di costringere zio Ravesani a stare nel retrobottega.
Il bambino ha una voce fatta di sole.
Un'ombra tagli il raggio di sole che entrava dalla porta di faccia al banco. Uno squillo di campanello.
L'atto ebbe la rapidit vertiginosa di chi, colto in fallo, cerca un atteggiamento: il barattolo messo a posto, la scatola buttata in un cassetto aperto, a caso. Era entrata una vecchia.
Zio Ravesani! chiam Maria e, mentre il passo del farmacista s'avvicinava, s'accorse che il barattolo sulla scansia era aperto, e che il tappo era sul banco. Ma zio Ravesani era gi nella farmacia.
Maria non ud, non cap quello che la vecchia chiedeva, ebbe solo il ricordo d'uno sguardo dolce e triste e di due vecchie mani scarne; quando zio Ravesani mostr le spalle, d'un balzo ella afferr il tappo. Subito egli ritorn dietro il banco. Maria teneva il tappo fra le dita e quel lisciore la irritava poi che le dita nervose non vi trovavano ostacoli. Quando ud un tintinno di metallo, si volse guardinga e, tenendo d'occhio il farmacista che contava il denaro, alz il braccio: a tentoni trov il barattolo aperto, abbass la mano, la pass dietro la schiena, prese il tappo che teneva nell'altra mano e, rapida, lo alz; in quel momento volse il capo e guard, per non destare, urtando il vetro sul vetro, l'attenzione di zio Ravesani. La donna le pass dinanzi ed usc.
Che facevi qui dietro?
(Zio Ravesani domander della gomma arabica.)
Niente.
Ma il farmacista era gi distratto da un'altra idea.
(Nella scatola di cartone c'era la polvere; l'avrebbe presa dopo.)
Chi era quella donna?
E chi se ne ricorda il nome!
Perch ha l'aria cos triste?
(Parlargli, domandargli qualche cosa, perch egli non faccia delle domande. Purch la polvere non si sia versata dalla scatola aperta nel cassetto.)
Le  morta la figlia. S' avvelenata.
No! La voce  come un filo teso che sta per spezzarsi. Zio Ravesani che dir? Il volto della mamma le appare; e poi le sembra che sua madre vada curva e abbia la voce spenta come quella donna che era entrata oscurando il raggio di sole e aveva lasciato dentro come un'ala di tristezza.
Zio. Ravesani lo raggiunse sulla porta del retrobottega io le chiedo perdono, se... Non vada di l. Mi ascolti.
Cos' successo?
Ella si riprese nel terrore d'essersi tradita.
Volevo cercare la gomma. Ho versato da un altro barattolo della polvere... Era veleno... L'ho buttato nel cassetto.
Chi t'ha detto di toccare quella roba? cominci il farmacista, ma di fronte a quegli occhi imploranti, la sua voce scese a un brontolo da cui s'allarg il suo sorriso: Va l, non ci badare... e le alz il mento: Che bambina!
In fondo a lei albeggiava uno stupore commosso: un bambino suo. Anche lei era vicina agli alberi che domani sarebbero stati oppressi dalla dolcezza dei frutti. Perch soffrire, temere?  una cos grande cosa, questa: un figlio suo.
Si ridestarono in lei vaghi sussulti di maternit che erano germogliati nell'infanzia quando Maria non amava le ricche bambole che riceveva in dono. Allora s'era fatta da s una bambola di cencio, con la bocca ricamata di rosso, due perle cucite sotto la fronte e un ciuffo di stoppa in cima alla testa. Averla fabbricata da s, esprimeva un oscuro e pur potente senso di possesso e di maternit. Le avevano detto che quando una donna ha un bambino, deve stare a letto perch la cicogna, che arriva portando il figlio nel lungo becco, dopo averlo deposto fra le braccia della madre, le morde una gamba. Una volta allorch Maria dovette mettersi a letto con la febbre, port con s la bambola di cencio; e ne consacr la nascita. Sopportava pazientemente la febbre, perch le pareva che in quel soffrire ci fosse il germe d'un patimento che l'avvicinava alla vita dei grandi; e credeva di capire quello che sua madre aveva sofferto per lei; sentiva oscuramente in quelle cupe, irrequiete malinconie che nei bambini sono il fermento delle intuizioni della vita, che vi era qualche cosa di grande nel mondo: e il suo cuore gi lo comprendeva, mentre il pensiero chiuso ne pativa il mistero.
E con il ricordo della bambola di cencio, risorgeva quel sentimento di protezione che Maria aveva trovato nella casa; e che ancora nei momenti di tristezza, ritrovava nella voce della mamma, nel frusco del suo passo, nel suono delle sue chiavi, nell'odore di pipa che nella casa le parlava dovunque di suo padre, nel sorriso di Nonna Maria nel grande ritratto in sala da pranzo.
Vedeva cos chiara la bambola di cencio, che le pareva di saperla rifare oggi: semplice, umile e pure cos vicina al suo cuore di bambina e di donna, e tanto superiore alle bambole vestite di seta che i grandi, ignari della sensibilit infantile, usano regalare ai bambini. I bambini prediligono i giocattoli umili, forse pi che per generosit, per l'illusione di sentirsi grandi di fronte a una debolezza, a una povert bisognosa di protezione.
Il ricordo del suo primo risveglio di maternit, l'inteneriva. E si rimproverava la sua tristezza, poi che questo era come mostrarsi indegna d'essere madre.
Cos Maria s'adagi nella trepida attesa del bambino; a poco a poco non pens pi come sarebbe stato se in lei non fosse vissuto il suo bambino, ma per nascondersi e proteggerlo, cercava quasi furtivamente un rifugio chiedendo a s stessa protezione di s e del suo bambino; e la sua vita era tutta chiusa nella preoccupazione del suo stato, perch gi la madre s'era rivestita di una spensierata parvenza di vita, per difendere il suo segreto: il figlio. Maria cercava nella vita come un muro sotto cui trovare riparo con il suo fardello che talvolta non era che un pensiero, talvolta dolore, ma era cos strettamente fitto nella sua vita, che pensando si sarebbe staccato da lei nel primo vagito, la madre trasaliva di geloso sgomento.
Strano sdoppiamento di due stati d'anima opposti: il senso della propria debolezza che nasceva dall'amare e difendere in s stessa suo figlio; e la grande forza di sentirsi capace di proteggere con la sua, la vita di suo figlio. E saliva da questo desiderio di protezione, un bisogno di proteggere tutto ci che era pi debole di lei: un bambino che solo per la strada, s'attardava a giocare con i sassolini e non badava che nell'aria pesava la pioggia vicina; un fiore smarrito per via, un frutto buttato con la buccia sollevata sul biancore succoso della polpa gi tocca e oscurata dall'aria, come su una ferita. E il gesto le si alleggeriva di un bisogno anonimo di carezza; e nelle dita le fremeva una leggerezza che prima non sapeva. Si sarebbe chinata per via, a raccogliere un fuscello che il passo di un altro avrebbe potuto schiantare, perch lo sentiva ancora unito al tronco e le pareva che l'albero ignoto da cui lo avevano spezzato, ne soffrisse con tutti i rami ma sopra tutto nel tronco in cui respirava un grande cuore materno. Tutto vive e soffre. Fiore, foglia, ramo, fuscello, tutto s' staccato da una forma, vivente di un'essenza sublime che  anima, che l'ha nutrito di s, l'ha fatto sbocciare dal suo patire, ha generato, ha diramato mille vite, per dire poi nell'arido rabbrividire dei vecchi rami, la grande, l'eterna parola materna della terra feconda. Ch ogni cosa  legata alla terra da un possente istinto di maternit.
E questa commozione avvicinava Maria alla semplicit e ai ricordi dell'infanzia. Solitudine ricca di sogni.
La salvezza venne da s. Da tempo Anna scriveva che Maria venisse a stare qualche mese in citt. Questo voleva dire avvicinarsi a Cesco, stare nella sua citt: vederlo, parlargli, chiedergli consiglio, affidarsi a lui. Voleva dire anche sfuggire alla vigilanza dei suoi e portare al sicuro il suo segreto.
Il babbo cedeva lentamente e anche la mamma acconsentiva ma, timorosa di veder partire Maria, ne ritardava il viaggio consigliando d'aspettare l'autunno, poi che l'estate al paese era bella. Maria insisteva, tenace ma dolce: d'autunno sarebbe stato tardi. Giugno scendeva biondo e molle e il terzo mese accentuava a Maria il seno e le anche e inaspriva i turbamenti che ella sapeva nascondere, ma di cui soffriva, tremando ne trapelasse il suo segreto.
Si parlava della visita ad Anna come d'una cosa vicina; la mamma aveva preso in casa una piccola sarta del paese, per fare i vestiti. Pierina, prendendo le misure, rise con le grosse labbra, e strizzava l'occhio, furba:
S'ingrassa, la signorina! Bassa, grossa, solida e impettita: la faccia appiattita, il naso tondo, la fronte sporgente e sotto cui gli occhi chiari parevano sbiaditi; il petto ampio, i fianchi poderosi: Badi a non fare come me, che sembro un barile!
Purch la mamma non s'accorgesse di niente! Ma la mamma non vedeva, cos lontana era con i suoi pensieri, affaccendata a preparare la roba, mettendoci tanto orgoglio che la figliola facesse buona figura. Andava e veniva sorridendo mite di sopra gli occhiali a sghimbescio sul naso, con i suoi chiari occhi un poco trasognati, gi intenti a snebbiare il domani dal tremore che opprime la speranza d'ogni madre quando il figlio s'allontana dalla casa.  per poco, ma chi sa quali agguati sorgeranno dalla strada, quando non gli sar vicina l'ombra vigile della mamma; e la mamma si liscia con le dita smarrite l'arruffo bianco dei capelli.
Cos parlando della citt, ogni gesto ha una nervosit che dissimula una pena; nessuno se lo dice, ma tutti ne soffrono in segreto. Chi ne patisce sin nelle radici del cuore,  Maria. Chi sa se torner nella sua casa. La sua vita ora l'affida a lui. E ogni sera ha un sapore di distacco; Maria ora vede, sente la sua casa come se prima non l'avesse guardata, come se vi fosse vissuta cieca, per tanti anni e solo ora spalancasse gli occhi: e tutte le cose le offrono un volto nuovo. Era tanto dolce vivere qua dentro: perch solo ora ne sente la dolcezza, ora che deve lasciare la sua casa e forse non vi torner. Forse un giorno, molto tardi. Non vi pu pensare; sa che cosa vuol dire il ritorno nella vecchia casa, per la figlia che se n' andata con un bambino. Non perdono, ma tristezza. Forse un giorno la mamma la richiamer a rivedere suo padre; e allora ella non potr pi dirgli: perdono, ch non vi saranno parole, n lagrime.
Pap! Pap mio! Mamma! Nomi dolci che nell'infanzia ella ha chiamati con un senso di primavera. E un giorno un uomo viene e dice: Lascia tutto questo. Calpesta tutto questo! E poi la vita ricomincia nel figlio.
Maria sente di essere vissuta accanto a sua madre e a suo padre, assorta, distratta da troppe cose indifferenti; e di non aver saputo capire che grazia, che grande cosa  avere ancora la mamma e il babbo. Vede le loro imagini lontane, sfuggire sfiorando le sue braccia tese e imploranti e perdersi nelle nebbie dei rimpianti. Mamma! Mamma! Pap mio!
Anche i suoni della casa ora le sono pi vicini; e se ne imbeve l'anima. E ogni giorno va a prendere congedo da una stanza, da un mobile, da un albero in giardino e nell'orto. E sente in ogni cosa una tristezza che dice: addio.
La sera la sorprende con il viso premuto sulla morbidezza di un cuscino, sulla spalliera di una poltrona, sul velluto d'una tenda, sui braccioli di una sedia che le parlano di suo padre e di sua madre: ed ella accarezza con le mani molli di lagrime la stoffa e il legno, per ritrovare quasi in loro le orme delle imagini sfuggenti. Dice addio a ogni cosa: muri, pareti, pavimenti, perch tutto riflette un sorriso sbiadito e pure chiaro, un'eco dei suoi passi di bambina, un'orma delle sue corse, un balbettare, un trillare, un qualche cosa che Maria sente in una sola parola: infanzia; e che vuol dire: sorriso.
Tutto lontano. E si poteva pur vivere felice.
Cos venne il giorno innanzi alla partenza. C'era nell'aria un che di cattivo, come quando vi pesa, e urge e pur rallenta, l'acquazzone. Le rondini volavano basse, rasentavano i tetti sentendo il temporale e gettavano stridi e richiami. Forse erano madri che chiamavano i figli come la mamma che nel pericolo raduna intorno a s i figlioli, per raccoglierli nelle sue braccia e far scudo di s alle vite della sua vita, scaturite da lei in rossi schianti di sole, e che ella ora racchiude nel suo cuore greve d'angoscia e d'amore.
Tra i rami scoppi il fitto strido d'una lite: cinguettii aggrovigliati e palpiti di foglie scosse. Maria pensava alle piume sull'orlo della grondaia, che la pioggia avrebbe inghiottite.
La rattristava di dover partire l'indomani forse senza vedere ancora il sole nella sua casa.
Veniva una strana luce obliqua, non si sapeva da dove: diffusa, metallica, inquieta, mentre il cielo pesava e pareva s'abbassasse cupo, gonfio, e dall'alto fioccava un silenzio come di minaccia. Tutto il giorno fu oppresso da questo silenzio denso in cui ogni rumore aveva una straordinaria sonorit che dava risalto a ogni frusco, a ogni alito; e le nuvole non parevano n lontane, n amiche. Verso il meriggio qualche goccia rada e irregolare macchi di scuro la superfice polverosa della tettoia di ferro sopra la lavanderia; e l'aria s'appesant nell'attesa dello scoppio del temporale, nel nuvolone basso. Pure non piovve; ma doveva aver piovuto nei dintorni, perch come i nembi si diradarono e tra il grigio che s'alleggeriva, s'apr una striscia d'azzurro alitata di verdastro, nell'aria corse una freschezza di pioggia vicina e di terra bagnata. Poi il sole spalanc, violento, uno squarcio d'azzurro limpido, intenso, mentre le ultime nubi, rotte, disperse, incalzate da un vento impercettibile, si dileguavano con sordi brontolii. E la sera fu tepida e serena.
Addio. Addio ciliegio mio, che patisci la mia tristezza, per ogni foglia. Non ti dimenticher con i tuoi fiori, i tuoi fruscii, la tua ombra inquieta sul viale. Addio piccola panca nell'orto, che ricordi le mie soste all'ombra, nei meriggi alti in cui il silenzio arde nell'oro della terra felice. Addio vecchia porta della lavanderia, che sapevi raddolcire la tua voce, girando sugli aspri cardini arrugginiti, quando mi rifugiavo nel tuo silenzio odoroso di sapone e di calore per piangere non vista. E i tuoi gradini sgangherati che ora scendendo, mi par di accarezzare con i miei passi!
Addio viale delle fragole sotto i pini alti. Addio pini, cari, vecchi pini stillanti gli aghi odorosi come parole acute. Addio vecchio cipresso, tu che per primo m'insegnasti la malinconia.
Addio gelsomino abbarbicato al tronco dell'olmo e incipriato di stelle bianche che profumano la notte.
Addio ciliegio, addio pini, addio olmo, addio gelsomino, addio cipresso, questo vostro silenzio dice la vostra pena come nessuna parola saprebbe dire. Solo da voi ho imparato a vivere, a patire, a gioire.
Addio!
Tutto, ormai, non dice che una parola: ieri.
Addio!
E la notte alita incontro l'oscurit: il domani.
Sbagli il numero; richiam: le rispose la signorina d'ufficio. E subito dopo, la voce di lui: distratta.
Ciao, cara. Vengo a prenderti alle otto. Egli disse anche qualche altra parola sfocata che Maria non cap, perch Cesco doveva parlare a qualcuno che gli stava accanto.
No disse Maria Sono io. Una povera voce che avrebbe fatto pensare, se egli ne avesse sentito il tremito, a una pianta divelta che ancora ha nei fili delle radici grevi di terra, un tremolo stanco. L'ansia gioiosa del fargli una sorpresa, agghiacci nel lampo lucido del sospetto. Ripet: Sono io.
Chi parla?
(Egli sa che io soffro, sa che sono incinta ed ha un'altra donna.)
Chi: io? Egli pareva impaziente.
Maria imagin, vide il corrugarsi della sua fronte e avrebbe voluto rispondere. Non doveva parlargli: se egli amava un'altra, ella non doveva neppure ascoltare la voce di lui. (Non voglio che Cesco ami un'altra. Io, gli voglio bene.) Si sent sollevare da una furia d'odio. Imagin una donna bionda, grassa e dipinta.
Pronto... Pronto incalz egli: Chi parla? (Maria non seppe dirgli che il nome.) Tu? e subito soggiunse: Credevo che fosse mia cognata. Dovevamo andare a teatro insieme... Sei l? Parla forte. Quando sei arrivata?
Un singhiozzo si distese nella sua voce:
Sono arrivata poco fa. Ho voluto salutarti subito.
Ti fermi a lungo?
Hai ricevuto la lettera?
Parlando, le parve d'un tratto che essere incinta fosse una colpa e che Cesco l'avrebbe rimproverata. Soffr che egli pensasse ella fosse venuta per insinuare una catena nella vita di lui:
Sto da mia sorella. Sperava una parola buona perch egli doveva capire quanto ella soffriva della sua maternit.
Io parto domani. Un viaggio d'affari.
Parti? (Un che d'ostile era nella sua voce ed ella non pensava a s stessa, ma parlando, difendeva suo figlio. Prima voglio parlarti.
Se vuoi, quando ritorno. Ora no. Sono molto occupato.
Subito. Voleva sembrare calma, ma alz la voce; tremava. (Le pareva che una donna grassa, bionda e dipinta, le volesse prendere suo figlio.)
Non accetto comandi da nessuno. Nella voce, nel tono, nelle parole secche, c'era tutto lui: Maria lo vide. E gli parl violenta come non avrebbe pensato di poter parlare a Cesco:
Ho detto che devo parlarti prima che tu parta. Sono venuta per questo. (Si pent della sua veemenza, ebbe paura di averlo irritato. Avrebbe voluto chiedergli perdono. Raddolc la voce.) Allora dimmi subito che non mi vuoi pi bene... nelle parole tremava il pianto.
Che c'entra questo?
E allora perch non vuoi vedermi?
E chi ti dice che non voglio? Non ho tempo. (Di nuovo ella ud una parola lontana: e pens che egli dava ordini a qualche impiegato.) Ho tanti affari per la testa e ancora tu vieni a farmi delle scenate. Sbrigati! Le donne non hanno da pensare che ai loro amori.
D'improvviso le parve di odiarlo. (Egli non pensa a me, ma non pensa neppure a suo figlio. E a quella donna con cui credeva di parlare dice: cara.) Il suo orgoglio divamp:
Io non ti chiedo niente, non aver paura. Non voglio niente da te. (Egli taceva.) Pronto? Pronto?
Egli sent tanta ansia nelle parole di Maria che ne ebbe piet; pure nella voce di lui pungeva l'ironia (ed ella lo imagin in quella sua attitudine corretta, sorridente, di cui egli affettava la linea, specie quando era arrabbiato):
Aspettavo che tu avessi detto quello che avevi da dirmi.
Ella balbettava fra le lagrime:
Non ti domando niente. Solo vederti... singhiozz ...ti voglio bene... (Si pent di questa questa debolezza, ma subito sent, e ne fu felice, che da quella debolezza nasceva la sua gioia d'essere dominata; e l'orgoglio s'ammorbid): Quando posso vederti? Os; Domani?
Ti ho detto: domani ho da fare.
Ti prego... supplic Maria.
Non insistere. Se tu sapessi come tutto questo  noioso e ridicolo.
Ella scatt:
Allora d che non vuoi.
Maria capiva che Cesco aveva da fare e che stare al telefono nelle ore di lavoro, doveva urtarlo; e pi sentiva che egli ne era irritato, e pi ella s'arrabbiava con s stessa, ma non sapeva staccarsi dal telefono. Non le pareva di parlare a lui. Era un altro; Cesco, lo avrebbe ritrovato poi. Pens di minacciarlo.
D pure che sei stufo. Dillo subito. E allora ti saluto. La voce di Maria stonava con le parole. Egli, che teneva con una mano il ricevitore mentre con l'altra scriveva degli appunti, dettando a scatti qualche parola a un impiegato, alz la testa; gli si illumin un pensiero: questa donna  capace di fare una sciocchezza.
Be'... senti, allora vieni domani... sai l'ora... Guard l'orologio; l'altra gli doveva telefonare e si sarebbe spazientita trovando il numero occupato. Domani (aveva una gran fretta di spicciarsi) a casa mia. E ripet l'indirizzo che Maria sapeva. Non ascolt quello che ella gli rispose.
Per la strada Maria si ricord che gli aveva detto grazie. Ci vuole bene... ci vuole bene:.. balbettava al suo bambino che viveva con lei quell'ansia. E a quella vita che germogliava in lei diceva: Pap credeva di parlare con la cognata. Ed io che dubitavo di lui! Cattiva, la tua mamma. Lo vedi che egli mi ha detto subito di venire.  tanto buono, il tuo pap.
E le pareva che il suo bambino le dicesse tante parole di cui ella sentiva la dolcezza. E non pensava che erano parole che ella diceva a s stessa.
La casa di lui era molto bella; sulla porta su una targa lucente, brillava il suo nome.
Cesco venne ad aprire lui:
Non c' nessuno. Entra. E rinchiuse, cauto, l'uscio.
Nel bacio di lui ella dimentic la sua pena e l'angoscia dei sospetti. Scendendo accanto a Cesco per un corridoio scuro che svoltava, camminava leggera, felice.
Di qua disse Cesco. Sorrideva; era quel sorriso che Maria non comprendeva e che le faceva un poco paura e che anche, ella ammirava come s'ammirano le cose che si sente di non avere o di non conoscere. Non pareva diverso, Cesco. Le tolse il cappello:
Mi sembri un poco dimagrata.
Della stanza ella non vide che la finestra con le persiane socchiuse da cui filtrava un po' di sole; una penombra fresca e silenziosa.
Quando egli l'ebbe spogliata e Maria si sent lambire della sua furia ansante, pens: mi ama. Ma subito le echeggiarono dentro quelle parole: Ciao cara. Vengo a prenderti alle otto. E si scost.
Stupito, seccato, Cesco la interrog con lo sguardo.
Tu vuoi bene ad un'altra... (Ma ella non ci credeva; forse l'aveva detto solo perch egli negasse, perch le dicesse che amava lei.)
Egli non rispose. Divisi, lontani; Cesco non la baciava e non le rispondeva. Maria non osava guardarlo. Adesso si rimproverava di aver parlato; ch se non gli avesse detto niente egli l'avrebbe amata e forse poi, le avrebbe detto una parola buona, forse le avrebbe bisbigliato che l'amava.
Piangeva silenziosa; s'accorse che Cesco le s'era riavvicinato, quando egli la baci. Lo respinse, gli sfugg. Se egli amava un'altra, ella non voleva che baciasse lei. Ma sperava che Cesco insistesse. Pens che se non gli cedeva subito, forse poi Cesco non avrebbe voluto pi baciarla.
Quell'atteggiamento resto lo invogli: egli insisteva con un sussurro saliente e caldo di parole che Maria non capiva, ma che le parevano carezze. Ed ella era contenta di poter cedere; solo perch la voce supplice di lui le piaceva poi che era abituata al suo tono di comando, indugiava e prolungava l'insistenza di lui con un negare tenace: No... No... E forse anche, negandosi, era sincera. Perch vedeva sempre la donna bionda, grassa, dipinta, di cui l'imagine era nata dalla voce di Cesco: Ciao, cara...
Vuoi bene a quell'altra.
Ma chi?
Quella con cui credevi di parlare. (Voleva dire che sapeva chi era; ma a lui non voleva mentire.)
Egli pens che era bene ingannarla abilmente: dire la verit sfacciatamente:
Ti dir... le parlava all'orecchio (e Maria pi che sentire il tepore della sua voce, coglieva le parole con il pensiero teso, per inciderle nella mente): Non credevo che fosse mia cognata. Lo dissi per non ingelosirti, perch ti conosco. Ti dir la verit: era una ragazza, di quelle con cui si scherza. Ti giuro che era solo un capriccio. Bene, ne voglio solo a te. Ora sferzato dal suo negare, egli parlava con un ardore sincero e in quel momento era quasi convinto di voler bene a Maria. Mi ero divertito con lei in qualche sera di noia. Oggi chi se la ricorda? Tu sei ancora una bambina... Bisogna capire un uomo. Sei buona, intelligente, ma non sai che cosa  la vita. Un uomo quando  lontano, non pu stare solo. Per una donna, l'amore  un'altra cosa.
Tutto crollava: nelle parole di lui ella vedeva come egli aveva baciato un'altra donna; lo vedeva abbracciato a una nudit procace di cui ella non sapeva il volto, ma che ella odiava nell'imagine che le appariva: una donna bionda, grassa e dipinta.
No... No... Non toccarmi. Non voglio.
Piangeva. Tutto era finito. Cesco le faceva ribrezzo: ora la baciava e prima, quando ella lontana non pensava che a lui, aveva baciato un'altra donna.
Egli l'avvampava di parole sussurrate e Maria sentiva che quell'ardore era sincero. Questo pensiero che forse era solo uno smarrirsi, soffocava gli altri pensieri in una nebbia ardente in cui Maria piombava premuta da lui, alzata e percossa. Quello che ella aveva creduto un pensiero, si sfaldava. Lo ritrov poi, quando apr gli occhi (e le pareva di essere felice): diverso, in un alone di tristezza, ma buono, quasi sorridente di bont. E pure aveva paura di restare sola, dopo, perch sapeva che lontana da lui, non avrebbe creduto a quel lieve sorridere che persisteva solo come un'eco, dal suo smarrirsi. Quando Cesco parl, ella sent salire un oscurarsi di pianto: e attendeva che egli le raccontasse di quella donna, sperava le promettesse che non l'avrebbe pi veduta. N lei, n un'altra. Ma aveva paura di chiederlo. Solo os:
Ma per ti piace?
Egli cap:
Ancora ci pensi?
Maria non voleva dirgli che non avrebbe saputo dimenticare. Egli intanto era distratto dal pensiero di dover comperare un berretto da viaggio e scrivere qualche lettera d'affari.
A lei dicevi le stesse parole che dici a me? (Non lo credeva, ma voleva che Cesco protestasse, per sentire dal suo sdegno che non era vero.)
Vorresti che uno ricordasse anche le parole? Si dicono tante cose! Se si dovessero ricordare tutte! Rise: Un uomo ha altro per la testa. Rideva senza riflettere il riso nel gesto e neppure nella voce: compassato e quasi ostile.
Maria voleva sembrare imbronciata; ma dopo domand:
 bella? (Egli non rispondeva.) Bionda?
Bionda, bella? Chi se la ricorda? Sorrideva ancora con quel sorriso che poteva sembrare buono o irritato. Guarda! M' saltato un bottone.
Ora Cesco le sembrava lontano: sazio, il suo ardore s'era dileguato e non restava che il ricordo della sua voce: Ciao, cara. Vengo a prenderti alle otto.
E Maria aveva dimenticato il suo bambino; dopo quando fu lontana, si pent di non averne parlato a lui. Ma non pens che Cesco non le aveva neppure accennato al bambino.
Maria parlava sempre con il suo bambino; alla finestra gli diceva: Guarda, che bel sole! Altre volte: La tua mamma ha fame, mangia per te, perch tu cresca gagliardo. Gli ripeteva: Ma tu devi somigliare a pap. Pap  bello, grande, forte. Soggiungeva: E buono.
Un dopopranzo gli disse: Oggi la tua mamma ti porta a passeggio.
Non si vedeva che ella portava in s il figlio; s'era ingrassata e pareva pi alta. Gli uomini per la strada, la guardavano. Uno la segu e passandole accanto, le disse una parola. Prima ella ne soffr, ma poi sent che tutto questo neppure la sfiorava perch il suo bambino e il pensiero di Cesco la isolavano dagli sguardi degli uomini. Trovava quasi un rifugio alla sua pena nel pensiero che Cesco le avrebbe scritto e che quando sarebbe ritornato, avrebbero parlato insieme del bambino. Avrebbe voluto che egli la prendesse per mano e che la sospingesse alle spalle con le parole, e le facesse trovare la strada che avrebbe salvato lei e il suo bambino, poi che egli sapeva tutte le vie e andava diritto, senza indugi o incertezze. Sapeva che egli batteva la sua strada con la sua dura volont; ma poco egli le aveva detto della sua vita; ed ella non gli aveva domandato nulla. Che era un grande uomo d'affari, lo aveva saputo dagli altri.
Qualche volta un pensiero s'illumina come le cose al sole e poi, nell'ombra, appare diverso, opaco, triste. Quell'albero sul viale, rideva d'oro e di verde nel sole, con tremolii di foglie e sorrisi di fiori; ora che quella nuvola ha coperto il sole, l'albero pare un altro: d'un verde che non ride con quella gaiezza lucente che hanno le foglie giovani; pare che lo sfiori una tristezza azzurrastra che si vela e incupisce di grigio. Cos l'imagine di Cesco, al pensiero del loro bambino, aveva avuto un sorriso e una gioia di sole; ma il ricordo di quelle parole dette a un'altra donna, velava quel sorriso; e Maria guardando l'imagine di lui, vedeva gli stessi tratti, che ora non avevano luce.
Capiva, sentiva con umilt docile, devota, la superiorit dell'uomo, anche in questo: l'uomo ha solo diritti; la donna doveri. Ma non capiva come amando una donna, un uomo potesse voler bene ad un'altra. Tu non puoi capire... Sei troppo giovane. Aveva ragione lui. La sua pena si rischiarava: se egli aveva ragione, forse anche quel capriccio di lui non era stato un tradimento. Una donna non sa capire; deve credere all'uomo che sa tante cose. Cesco le aveva parlato con dolcezza e con bont. Bisognava pensare a questo. E anche al suo bambino. E poi, se ella non avesse sofferto per lui, l'amore non sarebbe stato l'amore.
Maria aveva in tasca poche lire; un desiderio puerile le trem nel petto: voleva prendersi una carrozza e andare lontano con il suo bambino; sorrideva. Vuoi? domandava al suo bambino. Sorrise a un bambino che giocava davanti alla porta di una bottega; sorrise a una vecchia che faceva la calza sull'uscio di casa.
Il sole era riapparso; il temporale si dileguava con sordi brontolii lontani cui il sole rispondeva con il suo riso alto. Un sottile guizzare di vento s'insinuava fra il tremolo delle foglie. Una vettura pass. Maria vi sal, e ne godeva perch sentiva che questo piaceva al suo bambino. Lo sentiva sorridere.
Dove? domand il cocchiere.
Dove vuole, purch sia nel verde.
Il tassametro scatt. Nella corsa ella sentiva il vento in faccia e le pareva che le togliesse i pensieri tristi disperdendoli nell'aria. Era fresca, lieve; le fluiva per le vene un sorridere sommesso e brillante. Si sorprese a dire il nome di lui a voce alta; ebbe paura che il cocchiere avesse inteso e ne spi le grinze del collo, nere sotto il bianco dei capelli, che pareva posato sulla rotondit delle spalle le quali distendevano gli strappi della giacca, aperti su un che di bianco. L'uomo non si volse.
Maria sentiva che il vento che s'era alzato e le scomponeva i capelli correndo incontro alla sera, mentre gli alberi diventavano loquaci ed erano tutti bisbigli nell'alito nebbioso che saliva dalla terra, le prendeva il peso della sua tristezza e lo sfogliava come quei fiori autunnali che, freschi, hanno una loro tristezza e, sfioriti, sanno dare un sorriso. Si sentiva vicina anche al vento e ne ascoltava il sussurro come se fosse la voce di un compagno allegro con cui si  stati amici nell'infanzia e cui, ritrovandolo dopo, ci si sorprende a dare del tu, (e si abbassa gli occhi), ma con il quale, poi allo scatto del suo riso franco, sonoro, si riprende confidenza.
Ora la citt le diceva una parola buona con la voce dei suoi giardini; e Maria pens che tutti gli uomini sanno dire una parola di bont, ma che solo bisogna sapere intenderla. Il vento le portava nella corsa, l'odore del cavallo sudato; e questo le ricord le corse nel biroccio di suo padre. Sentiva schioccare la frusta che diceva il buon umore di pap; si volse perch le parve che accanto a lei ci dovesse essere il nembo della sua pipa. Ma vide il tassametro, e trasal. Aveva in tasca poco pi del numero scattato. Tutta la gioia spensierata della corsa si sfald nella tensione del pensiero che seguiva ogni scatto del tassametro, aspettando che raggiungesse la somma che ella aveva. Non sentiva n il vento, n l'alito della terra, che saliva incontro alla sera.
Si fermi.
Dove l'aspetto?
Non occorre. Torner a piedi.
L'uomo le brontol dietro qualche cosa che si perdette nel cigolo delle ruote e nel passo del cavallo, che nel ritmo esprimeva la stanchezza del ritorno.
Le voci degli uccelli, che solcavano l'aria, si facevano fitte e compatte nel tramonto: un nastro di stridore che, saettando, mise nell'aria una sca di freschezza. E altri nastri s'inseguivano, s'incontravano, s'aggrovigliavano per l'aria ammorbidita dalla sera. Passarono come frecce, rondini solitarie; lo strido infitt, nel saetto aspro e acuto, e rig l'aria con una scia di stridore.
Alla sera gli uccelli fanno i capricci prima di dormire; le rondini vanno e vengono affaccendate, irrequiete, smarrite. L'aria  sonora e vibra di stridi saettanti. Da lontano le ali sembrano solcare lo spazio come piccoli archi fermi che volano librandosi nell'aria: archi scuri che tagliano l'azzurro che s'imbianca. Poi la rondine s'avvicina: si vede il battito dell'ala, rapido e inquieto, alzare e diffondere nella limpidit dell'aria che n' scossa, come un trepido frullo di grigiore. Nel battito irrequieto di quel piccolo tratto d'arco scuro, pare che il volo non sia quella felicit che sembra a noi, fermi sotto questo alto vibrare d'azzurro: vi si sente come un soffrire, una fatica che forse  solo sgomento di essere smarriti in tanto spazio il quale cede alla propria sete d'immensit, e di cui ci s'impadronisce non da dominatori, ma da vinti.
Fuori citt le case hanno un'aria che si direbbe di confidenza, la gente lascia porte e finestre aperte: il tepore della casa si diffonde nell'aria, sorridendo agli alberi. Sono pettegole le case, ma bonaccione. Su una soglia stava una donna con un bambino in braccio. Qualche finestra s'illuminava. Maria affrett il passo verso la citt. Nella nebbia lieve e quasi azzurrastra che s'alzava su per il colle, brillava il tremolo di qualche lume, come un fluttuare di lucciole impazienti di accendere in un palpito fugace, il fuoco fatuo dei loro voli. E quei lumi facevano pensare al paese, alla lampada accesa, alla casa bianca e silenziosa nell'ombra del giardino.
Quando Maria giunse a casa, era buio.
C' una lettera per lei disse la ragazza l'ho messa di l sul tavolo.
La lettera era di lui; ella lo sapeva senza vederla. Lesse rapidamente: una sottile nebbia le confuse i pensieri; alz gli occhi come per riattingere la luce nelle cose d'intorno. Rilesse, e non capiva. Non erano molte parole, ma tutte le sfuggirono; solo una frase era chiara: Io non voglio ingannarti.  inutile che tu scriva o cerchi d'incontrarmi. La rilesse.
Camminava su e gi.
Si ricord di un nastro che ella aveva conservato, perch Cesco l'aveva toccato; e nel ricordo di quel nastro le balen chiara, acuta, terribile, quella frase. E scivol in ginocchio, piangendo.
Il silenzio vibrava come di un lontano suono di campane; uno sfaldarsi di onde rombanti che s'alzavano da quel suono e che quel suono poi faceva staccarsi dagli orecchi, in una catena di cerchi bianchi che si susseguivano e che apparivano poi dietro le palpebre, premute da un braccio: bianchi, luminosi, roteanti, sfuggenti in quel suono di campane.
Piangendo, Maria baciava la lettera e le parole che le si conficcavano nella mente. Un pensiero non l'entrava nel cervello: come Cesco potesse farle del male. E voleva rifugiarsi in lui perch egli la difendesse da quel soffrire creato da lui.
Qualcuno buss all'uscio; la voce di Anna disse qualche parola. Pi tardi Anna torn: a Maria pareva che quella voce fosse vicina; ma non volle aprire gli occhi.
(Se apre gli occhi, vive; ma se non li apre, forse pu morire.) Un'idea le attravers il vuoto pesante della mente: la lettera era nell'armadio. Ma pure le parve che Anna sapesse. Un altro pensiero la scosse: il bambino pu morire. Poi non pens pi. Faceva molto caldo. Vedeva un uomo di cui non sapeva il nome, e che aveva visto al paese; e non sapeva perch pensasse a lui; ma quel pensiero la occupava. Vedeva quell'uomo senza il mantello e in quell'imagine ricordava che lo aveva incontrato senza il mantello anche d'inverno. Allora non ci aveva pensato, ma ora lo osservava nel ricordo: e che egli non portasse il mantello, d'inverno, le pareva una cosa buffa. Si sforzava d'imaginarlo con il mantello; ma non ci riesciva.
Pens che aveva visto quel giorno nella stanza, una formica che saliva sulla parete e che pi tardi l'aveva veduta in alto verso il soffitto: e osserv che le formiche e molti insetti camminano pi veloci degli uomini, poi che per quella formica la parete rappresentava quello che per un uomo  una montagna.
L'orologio batteva nell'oscurit; il pensiero le martell dentro lucido, affannoso: la vita  una catena di notti e di giorni; e la notte  una catena di ore; e le ore sono una catena di minuti. Come poteva ella vivere degli anni, se ogni mimato di cui si componeva un'ora, era per lei un'angoscia cupa, lenta, in cui balenavano strane faville? Quanti minuti ci volevano ancora perch venisse il giorno? Una nebbia lenta scendeva su quell'angoscia; e i minuti correvano e parevano il picchietto di un bastone metallico che punteggiava d'acciaio quel grigiore su cui, ora, nevicava una morbidezza che si sfogliava, aprendosi su un cielo d'argento.
Alla mattina il sole non le pareva il sole. Maria si vide per caso, nello specchio, sfiorandolo con gli occhi distratti; ma quando le appar l'imagine di s, la scrut nella lastra: spettinata, gli occhi gonfi, rossi; un'espressione diversa. E subito pens che se Cesco l'avesse veduta, avrebbe detto che era brutta. Non era vero che Cesco non le volesse bene.
Qualcuno buss:
Non dormi?
No. Vengo subito.
Anna non entr. Pi tardi Maria and a cercarla: Anna pettinava Lisa, e quando l'uscio s'apr, si volse a guardare e rimase con il pettine in mano e la mano appoggiata sui capelli della bambina. Dopo, Maria, mentre parlava, voltando le spalle e guardando il cielo, alla finestra, vedeva in s quella mano e quel pettine tra i capelli chiari e lucidi di Lisa.
Volevi dirmi qualche cosa?
Non ho fretta.
Anna s'avvicin, le mise un braccio intorno alle spalle:
Che c'?
Parleremo poi.
Anna non cap dalla voce, se Maria fosse in collera o solo triste. Come un tempo, Maria quando soffriva, nascondeva la faccia.
Pttina Lisa disse ancora Maria senza voltarsi. Posso aspettare.
Anna si rasseren.
Tutte le ragazze hanno avuto qualche disillusione.
Maria sentiva il crepito del pettine fra i capelli e le pareva che quello stridore sottile le strisciasse sui nervi. Una mosca saliva per la vetrata: la imprigion tra la tendina e il vetro, l'accerchi con le dita, ma le lasci un poco di spazio per muoversi. E la mosca con un ronzo fitto, basso, tenace, scivolava tra il vetro e la tendina. Forse quella mosca soffriva quanto ella soffriva; il pensiero di dominare la sofferenza di un altro essere, anche se questi non era che una mosca, le diede quasi un senso di gioia; ma subito pens che era bello sfruttare questo proprio potere per fare del bene. Era stata cattiva; le pass dentro come un rimprovero, il sorriso di Nonna Maria; e ritrasse la mano. La mosca vol alto e subito Maria se ne dimentic.
Lisa correva per la stanza. Maria sent alle spalle lo sguardo di Anna e lo ebbe dentro a s e vi ritrov il proprio sorriso di fanciulla; ma la voce di Anna le parve lontana, estranea, quando subito dopo che l'uscio fu chiuso e gli stridi di Lisa s'allontanavano, le domand:
Adesso dimmi.
Negli occhi di Anna, Maria incontr lo sguardo della mamma.
Non  quello che credi.
Anna sorrise
Lo conosco?
Non te lo posso dire.
Perch hai sempre la mana di camminare quando parli di cose serie? Anna sedette. Non fare tanti misteri.
Io non avrei voluto parlarti di questo, se ieri...
Anna l'interruppe:
La lettera era di lui?
Non mi vuole pi bene.
Qualcuno buss; la serva affacci all'uscio la freschezza unta del viso: C' la lattaia. Quanto ne prendo oggi?
Fa tu. Che tu non sappia da te queste cose! Anna ascolt i passi per il corridoio, distratta. Si dimentica. Troverai un uomo buono che ti vorr bene.
Maria si ferm davanti alla sorella:
C' altro esit, poi la guard negli occhi:  diverso da quello che credi e riprese a camminare.
Anna s'alz, la ferm per un braccio:
Non capisco. Non vorrai dire che hai un amante? (Non somigliava alla mamma, Anna, in quelle parole; forse un poco al babbo quando aveva torto e sapendolo, si sfogava a brontolare agli altri.)
Marito o amante  lo stesso, pur che gli si voglia bene.
Chi ti ha cambiata cos?
Vi sono cose che s'imparano da s. Ma questo non conta. Ti volevo dire altro.
Altro?
Avr un bambino. Lo disse con una calma che sapeva di sorriso. (E Maria dicendolo, sent che se anche Cesco non le voleva bene, la vita poteva ancora essere bella. Non bella nel sorriso: bella nelle lacrime; bella non sapeva come: ma bella.)
E adesso? Anche Anna andava su e gi per la camera, toccando ogni oggetto e mettendolo gi quasi con ira; ritorn alla finestra (Maria tamburellava con le dita sul vetro): Sta ferma, ch non si pu parlare... Anna appariva stizzita: Avrai pensato qualche cosa? (Maria scosse le spalle.) E il bambino? Bisbigli: Oppure... Ma non os continuare, perch Maria si volt di scatto: e aveva la fronte luminosa. Dopo, Anna disse: Nella tua situazione (Maria ascoltava a testa alta)  la rovina della nostra famiglia.
Maria abbass la testa.
Come se non me lo dicessi da tempo! Solo di questo m'importa. La voce s'affievol: Il babbo e la mamma.
Devi farlo per loro.
Fare che cosa? Insorse violenta: Dillo.
Che il bambino non venga.
Maria scatt:
Questo, no. Allora preferirei uccidermi. E ci avevo gi pensato.
Cose che si dicono.
E che si fanno. Non ne ho avuto il coraggio perch... avrei fatto troppo male alla mamma... volle dire: e al babbo. (Una voce in lei disse: Non l'hai fatto, anche perch volevi vivere.) Singhiozz: Sono tanto giovane...
Non dirlo pi... Anna la trasse a s; Maria piangeva sulla sua spalla pensando alla mamma e al babbo, fiduciosi, che la credevano diversa; e piangeva del loro dolore se avessero saputo; e piangeva della loro fiducia: solo di questo si sentiva colpevole. Balbettava nei singhiozzi: Una cattiva figlia. Anna le accarezzava i capelli; ed ella pure, nel ricordo, s'allontanava dalla sua vita nuova che aveva offuscato il passato; anche ella piangeva con le sue lagrime di fanciulla e si sentiva quella d'un tempo, legata ai genitori con ogni pensiero; e si ritrovava pi buona, in un grande bisogno di proteggere e di consolare, come se in lei parlassero sua madre e suo padre con le loro voci di perdono e di bont.
Bisogna che al paese non sappiano. E gi sorrideva fra le lagrime, perch sentiva che sua madre per consolare Maria, avrebbe sorriso. E materna ed accomodante, cercava una via, un mezzo. Si scost, per guardarla:
Egli sa di te?
Questo non conta. Maria parlava tra i singhiozzi, con la faccia premuta nelle mani.
Vuoi che gli parli io? (Maria fece di no con la testa.) Anna insistette: Se gli dicessi di sposarti? Non vuoi dirmi chi ?
No Maria aveva il volto molle di pianto e una ruga tra le ciglia. Egli non mi deve niente. Non mi ha promesso niente.
Ma tu intendi che cosa sia avere un bambino?
Non ho paura. Se non fosse abbass la voce a una dolcezza accorata per loro, direi a tutti che ho un figlio.
Parole. Dopo te ne pentiresti. La gente non perdona.
Che me ne importa degli altri?
Per te forse, no. Ma ci sono i tuoi genitori. (Parlavano calme, sorrette l'una da una grande forza, l'altra ispirata dal senso del dovere e da un bisogno d'illuminare.) A troppe cose, non pensi. Un bambino richiede molto. E i soldi dove li troveresti?
Mi metter a lavorare.
Tu? Anna rise. E dove? Al paese non puoi.
In citt.
Credi che si trovi da lavorare su due piedi? Anna la investiva di domande in cui la sua esperienza di donna pratica s'avventava a demolire le illusioni costruite tra romanticherie e ingenuit. E poi, che sai fare? E credi che il babbo ti lascierebbe stare in citt?
Bisogner pure che lo permetta. Anche un tempo non avresti creduto che pap avrebbe acconsentito ch'io venissi a stare da te. Tutto si ottiene, quando si sa volere.
Anna guardava la sorella e la vedeva diversa, mutata. Quell'uomo ch'ella aveva amato aveva lasciato in lei qualche cosa del suo pensiero; o forse era l'amore, l'amore nato nel dolore e cresciuto negli affanni che l'aveva fatta donna.
Chi ? E come parlando a s stessa: Al paese, vengono pochi uomini a casa nostra. E riflettendo: Dovrei pure conoscerlo.
Perch insisti?
Adesso  in citt. L'ho capito dal timbro della lettera. Ma tu, gli hai parlato? Rispondi; lo vedi che voglio solo il tuo bene.
Non tormentarmi.
 ricco? Potrebbe almeno pensare lui al bambino.
Sono padrona io, dei miei affari.
Ma non sei padrona di rovinare la tua famiglia.
Maria non rispose: non era per s, taceva per il suo bambino, perch capiva che Anna l'avrebbe aiutata e non voleva inasprirla; soffocava la voce del suo orgoglio e in questo sacrificio fatto per il suo bambino, gi ella s'illuminava di un sorriso di maternit. Parl calma, dolcemente:
A lui, no. Non voglio domandargli nulla. Preferirei chiedere la carit per la strada. Una donna non deve domandare nulla.
Sciocchezze. La vita  un'altra cosa.
Anche tu sei donna.
Tanto gli vuoi bene? (Maria non rispose; dalla fronte alle spalle le scese come un'ombra e gli occhi le si empirono di lagrime; abbass la testa.) Un giorno lo vedrai con altri occhi e allora potrai capire chi  questo tuo galantuomo.
Non parlare cos. Non lo conosci.
Perch non pu sposarti?
Non so se non pu. Non ne abbiamo parlato. Quello che egli fa,  ben fatto. Adesso non abbiamo nulla da dirci.
Anna la trattenne:
Ha voluto divertirsi, diventare il tuo amante.
Che cosa vuol dire: un amante? L'uomo cui si vuole bene.
La gente non la pensa cos.
Maria sorrise, lontana:
Ipocrisie. L'amante  l'uomo che si ama liberamente, alla luce.
Tu permetteresti che un marito pensasse a tuo figlio; ma dal tuo amante non vuoi nulla.
Subito Maria non rispose. Guardava per terra: solo dopo disse e aveva una voce strana:
Se me l'avesse offerto lui, forse. Un altro pensiero era in lei: Tu non sai che dolcezza  poter pensare che a lui non chiedo niente.
Anna sorrise scotendo la testa:
Non pensi che un figlio  una catena? Un giorno se tu dovessi amare un altro, ne sentiresti il peso.
Maria si eresse:
Non amer che lui.
E adesso che cosa pensi di fare?
Sono venuta in citt per decidere.
Che t'ha scritto?
Ha scritto che partiva e che non voleva vedermi. Soggiunse sommesso: Almeno avr il bambino.
Dio voglia che non gli somigli.
Maria port una mano al petto:
Spero, voglio che somigli a lui.
Gi lontane, le loro anime che s'erano unite nel pianto per i genitori: e nel ricordo dell'infanzia e dei loro sogni di fanciulle, le sorelle non si ritrovavano.
Posso parlare con Pietro? domand Anna.
Purch non mi dica niente. Sono tanto stanca. E Maria le volt le spalle.
L'indomani per tempo, Anna disse dietro l'uscio:
Sei sveglia?
Entra.
Maria era ancora a letto.
Anche la mamma veniva tutte le mattine quando eravamo a letto sorrise Anna ricordi? Si sentiva che voleva dire altro e non trovava il modo d'incominciare.
Maria cap: E poi?
Che cosa?
Che ti ha detto?
Pietro? Abbiamo parlato a lungo. Vuole che tu ascolti i consigli di chi  pi esperto di te.
Quali consigli?
Non agitarti. Vogliamo il tuo bene. Pietro sente che  impossibile nascondere la cosa.
E allora?
Un giorno se il babbo sapesse, ci accuserebbe di essere i tuoi complici.
Maria l'interruppe:
D piuttosto che Pietro ha paura pap non gli mandi l'interesse della dote.
Tu stessa non sei convinta di quello che dici. E poi quando le parve di poter dire: Dovresti pur capire che per noi sarebbe una troppo grande responsabilit. E anche Anna si guardava le mani  imbarazzante tenerti in casa. Pietro ci tiene al decoro.
Tuo marito allora mi mette alla porta?
Non devi fraintendere. Pietro ha trovato il modo di accomodare tutto. C' un suo amico che  medico... una persona seria, discreta. Con Pietro sono come fratelli. Per fare piacere a lui...
Maria s'alz dal letto (Anna vide che aveva le spalle ancora infantili e il petto gi materno):
Puoi dire a tuo marito che non voglio nulla da voi ripet accentuando le parole con il suo disprezzo: n da lui, n da te. Il tempo di trovare un ripiego, una camera e me ne vado.
Anna insisteva:
Che sar di te? Che vuoi fare sola? Perch rifiuti un appoggio? Ma era contenta che Maria se ne andasse; ella aveva Lisa, la casa e suo marito, e prima d'esser figlia e sorella, era madre e moglie. Pure in fondo al cuore la mordeva la voce di sua madre: che avrebbe fatto Maria, sola? Soldi, ne hai? Se vuoi, in quanto posso io...
Non ho bisogno di niente. Uscir subito a cercarmi una camera. Scusami, Anna, devo vestirmi.
Anna fece un gesto che Maria non vide: come se la volesse abbracciare; ma non os. Di sull'uscio disse:
Non essere orgogliosa, Maria.
Non temere. Troveremo qualche cosa. Camminando, Maria parlava al suo bambino, e parlandogli, le pareva che qualcuno incoraggiasse lei.
Quello che andava a chiedere alla signora Giovanna, non lo sapeva lei stessa. Aveva pensato alla vecchia maestra del paese, come a un'amica che poteva capirla; e l'idea di andare da lei le era balenata parlando con Anna. Sapeva che dalla signora Giovanna avrebbe avuto una parola buona; solo ricordandone il sorriso e la voce, Maria si sentiva alleggerita. E quasi era contenta di dover lottare per il suo bambino, perch questo la distraeva dalla sua pena; e anche perch sentire che gli altri erano cattivi con lei, era come trovare un rifugio nel pensiero di Cesco.
Da quando la figliola aveva trovato un impiego nella citt, la signora Giovanna aveva lasciato al paese i ricordi e aveva trasportato un angolo di quiete fra i pochi mobili salvati dalla rovina, al quarto piano di un casamento che addensava fuori citt in un quartiere popolare, un ronzo di pettegolezzo, il quale per non osava varcare la soglia di quel quartierino dove una vecchia donna dalla fronte giovane e una ragazza sfiorita prima di fiorire, godevano il benessere di chi s'accontenta di tutto, perch non chiede niente.
Chi sar? Chi sar? disse la signora Giovanna, dietro l'uscio, al gatto che le si strofinava ai piedi, mentre ella si toglieva il grembiale, andando svelta ad aprire. Tu?... Lei? balbett e tese le braccia a Maria. Venga avanti. Che piacere, rivederla dopo tanto! E che bella ragazza s' fatta! La signora Giovanna l'allontan per guardarla meglio.
Mi dia del tu, come un tempo.
Figurati, se voglio! Non ti so dire quanto sono contenta. Vittorina, poi! Anche lei s' fatta grande. Ma venga... vieni avanti.
Disturbo? Lei ha da fare. Senza complimenti, se vuole vengo in cucina.
Ti pare? mi aspetti un momento di l, tanto che d un'occhiata alle pentole; e poi sono con te.
La finestra guarda sulla citt che pare affondata nella nebbia; ma le si apre davanti il respiro vasto del cielo, sopra i colli azzurrastri. Nella stanza chiara, Maria ritrova un po' d'aria del paese: una semplicit povera ma sorridente; qualche libro, il tavolinetto da lavoro, dei fiori, qualche ricamo sui mobili e tante fotografie di bambine, dovunque. I suoi occhi si posarono, e ne ebbero uno strano disagio, su una tovaglietta ricamata che era come una bella canzone cantata da una voce stonata: il disegno bellissimo, il ricamo esatto, i colori nemici fra loro. Ma ritrov come un benessere guardando d'intorno: tutto lustro, tutto al suo posto; sul davanzale qualche pianta. Sulla tovaglia che un raggio di sole rischiarava d'una freccia luminosa, vide la polvere cos fitta penetrata nel velluto, che sent come fosse difficile togliere i polviscoli dalla stoffa; e questo le fece sentire la fatica inutile che a volte si trova anche nelle piccole cose; e ne ebbe un tremore di sgomento.
Sono qua. La signora Giovanna  quella d'un tempo: alla buona, vestita cos; gli stessi occhi chiari, sorridenti, lo stesso fare un po' stanco nel reggere l'argento delle trecce girate sul sommo della testa, la stessa freschezza nel volto che per gli altri si rischiara d'un sorriso di bont, quasi puerile. In lei sboccia quella seconda giovinezza che con i capelli bianchi, fiorisce in quelle donne che non hanno avuto una tumultuosa vita amorosa. Vecchie conoscenze: la libreria. Ricordi? E anche la mensola sopra il divano? Ti piaceva giocare con quella figuretta, vedi lass? che tiene un piatto. La salutavi con le manine... Togliti il cappello; mettiti in libert. La signora Giovanna s'affanna ad aggiustare il mantello e il cappello di Maria, sopra una sedia. Ecco... vedi, io non so se posso osare. Anche Vittorina ne sarebbe felice. Si mette un piatto in pi. Alla buona, un boccone in famiglia. La signora Giovanna lascia cadere i guanti e il cappello: Che c'?
Maria le si butta tra le braccia:
Sono venuta da lei come dalla mamma. Sono sola. Nessuno vuole la mia creatura.
La signora Giovanna non capisce. Quale creatura? E anche ora quell'odore che viene dalla cucina, la impensierisce: l'arrosto si sar attaccato alla pentola. E il gatto  capace di fare un salto sul tavolo e di farsi un boccone del pranzo. Ma subito la signora Giovanna si rimprovera di essere distratta da questi pensieri, ora che Maria soffre. Non sa se deve domandare o tacere.
Ho un bambino. E lui non mi vuole pi bene.
Figliola mia... figliola mia... le accarezza i capelli, le spalle la tua vecchia maestra  come la tua mamma.
Maria s'asciuga gli occhi: vedere sul petto della signora Giovanna, quel fermaglietto d'oro, fatto come un nodo di nastro, che le ricorda l'infanzia (e anche Maria ricorda come fissava quel nodo lucente d'oro, quando non sapeva la lezione),  come sentire una voce che incoraggia a parlare.
La signora Giovanna non sa.  stato cos. Un ingegnere venuto al paese per costruire un ponte sul fiume. Gli ha voluto bene. Maria era ancora tanto giovane. Le pareva di essere come marito e moglie. Le sembrava di fare una grande cosa per lui. Forse la signora Giovanna non avrebbe fatto come lei e ora la crede colpevole.
Lei forse non mi pu capire. Se lei mi domanda come  stato, non lo so; lo vedevo sempre, egli mi guardava e mi pareva che nessuno fosse come lui. E un giorno, quando egli doveva partire, gli ho scritto: resti, e gli ho dato la lettera e sono scappata. Dopo egli m'ha raggiunta e mi ha domandato: Perch? Allora io mi sono messa a piangere perch partiva; ed egli mi ha presa fra le braccia e diceva: Allora  vero? Io facevo cenno di s. Ma tu pensi a quello che fai? Io non ti sposo! E che ne importava a me, che mi sposasse, se gli volevo bene! Non sente anche lei, che  brutto dire ad un uomo: io ti voglio bene solo se tu mi sposi? Una donna quando vuole bene, non pensa a farsi sposare. (Nel silenzio della signora Giovanna, Maria sent un pensiero.) Dica. Che voleva dire?
La signora Giovanna accenna che non voleva dire niente; non pu dire a Maria quello che pensava: un uomo quando vuole bene, sposa.
E poi io non sapevo... le giuro che non sapevo... lei mi capisce? che non sapevo che cosa io gli dovessi dare. Mi pareva che gli avrei dato tanto; e volevo farlo felice. Mi diceva: Pensa a quello che fai. Un giorno te ne potresti pentire! Ed io non pensavo che a lui. Alz la testa: Ebbene, sa, io non sono pentita e se questo fosse ancora da fare, rifarei quello che ho fatto. Se soffro,  per il mio bambino.
La signora Giovanna intende: una piet commossa la piega verso quella maternit fresca e infantile fra le lagrime: grande e sacra.
Sono venuta in citt da mia sorella per andare da lui e anche per venire via dal paese. Non si vede ancora, ma presto si vedr. Una grande dolcezza  nella sua voce.
Non ti affannare. Vedremo di trovare qualche cosa. Penseremo insieme.
La signora Giovanna non sa che cosa pu fare per Maria, ma sente che quelle parole sono gi un sorriso.
Maria insiste:
Lei capisce che egli non ha colpa? Un bambino e una donna sono un impiccio per un uomo d'affari. E poi egli non mi aveva promesso niente. Ho io tutta la responsabilit.
No, la signora Giovanna non intende; ma tace. In Maria, ella ritrova la bambina d'un tempo.
Anna e suo marito mi hanno messo alla porta. E i miei devono credere che sto da mia sorella. Maria  gi fiduciosa: Non mi creda vile. Lotter, non mi lascio scoraggiare. E con un riso negli occhi: Un bambino mio!
Una scampanellata che rid il senso dell'ora.
Sar Vittorina. Non voglio che ti veda con quegli occhi. La luce d'un pensiero che sfavilla; uno slancio di madre: due madri vicine in quell'abisso di luce che  la maternit: Resta con noi. Siamo due povere donne; ma tu, non ci badare se la casa  povera.  casa tua.
Dopo la signora Giovanna ci riflette: la gente di casa  pettegola: che cosa dir se, accanto alla figliola, ella accoglie una ragazza abbandonata che  madre? Le si diffonde dentro una trasparenza di fede: Iddio che vede in lei, cinger di bont un'opera buona.
Si sente la voce della signora Giovanna dalla cucina:
Vittorina, svelta: la tovaglia ricamata e un fiasco di vino.  festa. Non lo sai? Maria  arrivata dal paese e si ferma da noi. Metti anche due rose in tavola.
Poi dietro le spalle della Vittorina, Maria prende una mano della signora Giovanna e la bacia.
Che fai? No... No... Maria. (Vittorina volgendosi incontra gli occhi sorridenti di sua madre.) Pensa: Maria voleva togliermi lei un filo dalla sottana.
E in quel sorriso, Maria sente che si pu ancora essere felici.
La signora Giovanna aveva detto:
Tu non dire niente a Vittorina. Le parler io.
E Maria dopo, le parl come se sapesse. C'era fra loro quella disinvoltura che  solo fra due persone che non si vogliono ingannare e che anche tacendo, sanno che un giorno quando l'una dir quello che era nel suo silenzio, l'altra risponder che lo sapeva. Vittorina diceva a volte: noialtre ragazze, quasi che Maria fosse una ragazza come lei. Un giorno Vittorina entr nella stanza d'improvviso, e Maria che cuciva una camicina, volle nasconderla, ma la stoffa le sfugg di mano e le cadde ai piedi, bianca e fresca come un respiro di piume: un fiocco di bont. Maria teneva gli occhi bassi, rossa in faccia e tremante; Vittorina raccolse la camicina e abbracci Maria:
Volevo domandarti se vuoi che di sera t'aiuti un poco a preparare la roba. Per me non ho che fare. E faccio volentieri qualche punto.
La sera riuniva le tre donne sotto la lampada; e la signora Giovanna ci ringiovaniva:
Mi par di preparare le camicine come quando aspettavo Vittorina e oltre gli occhiali, nel guardare la figliola, le ridevano gli occhi.
Si parlava del bambino come di un ospite atteso con impazienza; e Maria sentiva un calore di bont anche in quell'ansia fatta di sorriso.
Tutte le sere dalla cestina di lavoro defluiva una bianchezza di pizzi e di stoffa; e le camicine lievi in cui l'ansia della madre vedeva gi un palpitare roseo di braccia e di gambette, s'ammucchiavano sulle cuffiette e su quelle dolcezze di stoffa preparate ad accogliere il bambino. Quando le camicine furono molte, la signora Giovanna volle metterle tutte nel suo armadio, perch non si sciupassero; e la sera prima d'andare a dormire, mentre Vittorina preparava il pane imburrato per l'indomani, la signora Giovanna che vedeva Maria adocchiare le chiavi e rigirare torno torno l'armadio, senza osare di parlare, le sorrideva:
Vogliamo dare un'occhiata alla roba?
Maria sfiorava con le dita quasi timide quel bianco in cui tremava l'eco della sua speranza e le pareva d'accarezzare il suo bambino. Le tremava la voce:
Sono belle? Non sono troppo povere per lui?
La signora Giovanna rispondeva tutte le volte:
Un reuccio non pu averne di pi belle.
Maria sapeva la risposta, ma pure le piaceva sentirla dire. Fu una sera che indugiavano davanti all'armadio aperto:
M'insegner lei, signora Giovanna, a fargli le scarpette? (La signora Giovanna taceva.) Che pensa?
Volevo domandarti una cosa. Hai pensato dove terrai il bambino, quando tornerai a casa?
Non ho pensato niente.  questo che mi tormenta. (La luce della candela tremolava; e Maria in quella luce pareva pi stanca.) A casa devo tornare, per non destare sospetti. (Maria scosse la testa): Io non ne parlo, ma ci penso sempre. Dove potr mettere il bambino? Se restassi con lui? Allora, a casa saprebbero... E tutto quanto ho fatto perch non sapessero...
Per questo te ne ho parlato. Io sono vecchia e ho bisogno di compagnia; Vittorina  sempre in ufficio e le giornate sono lunghe. Adesso poi che mi sono abituata a stare con te... (La signora Giovanna le mise una mano sul braccio): Dicevo che sono vecchia, ma non tanto da non saper fare da mamma a un bambino.
Lei me lo terrebbe? Signora Giovanna? Maria le prese le mani: Ma lei sa quello che fa per me?
La signora Giovanna quando si schermisce ha una freschezza puerile:
Ma ti pare che valga la pena di dire grazie?  un piacere che tu fai a me, lasciandomi il bambino. E come per non dare importanza alla cosa: Tieni, contiamo le camicine... Guarda quante cuffiette... Ma contando la roba, di quando in quando dice una parola, in fretta perch Maria non senta che le trema la voce: Tu potrai stare in pace, ch io lo terr come se fosse mio; e potrai venire a trovarlo quando vorrai. Se poi al paese venissero a sapere che in casa mia c' un bambino, direi che  figlio di Pierina... Quella mia nipote che il marito ha lasciata con tre figlioli e con un bambino per strada.
Maria esitava, poi disse:
Mi scusi se le dico questo...  difficile dire... Io non ho un soldo... e un bambino costa. So che la paga di Vittorina basta appena per le spese... Vedr di lavorare, ma al paese c' poco da guadagnare. Pensavo di fare qualche lavoretto e di mandarlo in citt. E poi il babbo mi regala sempre qualche soldo. Le dar tutto quello che avr. Aveva parlato in fretta, con gli occhi bassi; e anche la signora Giovanna guardava a terra.
Da lontano tutto pare pi difficile. Non darti pensiero. Si vedr. Anch'io mi diverto a fare qualche lavoro di cucito. No... Maria... ritrae le mani ti pare che io possa permettere questo? Maria riesce solo a baciarle un dito mentre le vecchie mani le accarezzano il viso, i capelli: Alzati... Ti pare? Mettersi in ginocchio? e con un'aria di rimprovero: Non pensi al bambino? La rialza, l'abbraccia, ma anche lei piange. Ed  cos dolce piangere perch qualcuno  stato buono con noi.
Vittorina non era bella. Il suo sorriso non aveva luce; quando ella rideva il labbro superiore scopriva le gengive, mentre il labbro inferiore saliva a coprire i denti, s che il suo sorriso s'allargava sottile: un taglio di pallore anemico tra il grigio delle labbra.
Sua madre la vedeva come era e ne soffriva come di una colpa, perch le pareva di aver dovuto pensare a farla pi bella. Tentava con l'amore che metteva a cucirle i vestiti, di sveltire quell'angolosit maschia, su cui la testa oppressa dai troppi capelli, che sormontavano un viso il quale dal pianto al riso mutava appena espressione, pesava ed aveva una scialba malinconia.
Ed era tutta una malinconia quella ragazza troppo alta, che camminava curva, parlava a voce bassa e se alzava la voce per dire una parola sorridente, aveva un tono di pianto. Vecchia prima di fiorire; e neppure sarebbe sfiorita, perch aveva nello sguardo, nel sorriso opaco, nell'accento della voce, nel color della pelle, nella secchezza sgraziata delle linee, quella tristezza incolore che neppure gli anni sfiorivano. Niente in lei era brutto e niente bello, tranne i capelli bellissimi: un volto senza carattere, una voce senza colore. Nel fare, nel vestire, nella curva dei capelli sulla fronte, nel tremito del labbro che in lei accennava un'allegria, c'era qualche cosa che era come un dire di no: al sole, alla luce, alla vita, alla giovinezza.
Era timida; e passare inosservata era il suo orgoglio. In ufficio s'era fatta avanti con la sua esattezza e con l'attivit di un'intelligenza senza sprazzi, che si poteva chiamare pi che altro buon senso, che la mettevano alta sopra le compagne e la facevano considerare dai colleghi come un buon compagno cui si poteva chiedere un consiglio e stringere la mano da uomo a uomo. Questo, sua madre lo capiva; e la signora Giovanna che era onesta quanto buona, soffriva di quel troppo rispetto prodigato alla figliola con l'ostentazione di un'offesa. Avrebbe voluto parlarne a qualcuno, per sentire come gli altri vedevano sua figlia, per sapere se era davvero tanto brutta da sembrare uomo. Da un lato, il suo affetto di madre le faceva scoprire nella figliola, segreti sorrisi di giovinezza e una grazia delicata ch'ella avrebbe voluto far sentire agli altri, perch imparassero da lei a vedere che Vittorina era bella, nel sorriso, nelle parole, nella voce, nei pensieri.
Qualche volta in casa, Vittorina le pareva quasi bella; e quando le diceva: mamma, la signora Giovanna le scopriva una freschezza e una luce nello sguardo che Vittorina, parlando con gli altri, non aveva; e soffriva che nessuno la vedesse allora. Ma poi di fronte agli altri, sua figlia le sembrava quella di tutti i giorni; e se ne accorava come dell'ombra che opprime in una giornata che si sperava s'iniziasse chiara di sole. Nella sua angoscia di madre, vedeva Vittorina forse pi scialba e sgraziata di quanto era. Ma non osava parlarne con nessuno e trascinava quella tristezza nel silenzio.
Ne parl un giorno a Maria:
Ti sembrer strano che una madre parli cos, e specie una vecchia come me... esitava: Vorrei che Vittorina avesse sofferto... come te... Purch... abbass la voce fosse bella. (Maria alz gli occhi dal lavoro.) Tu sapessi che tristezza per una mamma, vedere che sua figlia non  bella. E aspett che Maria dicesse una parola di protesta.
Maria taceva; voleva troppo bene alla signora Giovanna per poterle mentire; ma anche sentiva che la signora Giovanna soffriva e avrebbe voluto poter dirle una parola buona. Avrebbe voluto che Vittorina fosse un poco bella per poter esagerare quell'ombra di bellezza, per riuscire a vederla bella e, dicendolo, poter essere sincera. Il silenzio era penoso; Maria tirava il filo. La signora Giovanna le ferm il braccio, le spi negli occhi:
Anche a te pare brutta? La sua pena tremava nella voce, era nello sguardo.
Non  brutta e la buga non era che bont. E pure Maria pens che aveva mentito e volle soffocare l'eco di quelle parole con altre parole:  una ragazza che non bada a farsi carina. Ha dei bellissimi capelli (la gioia di essere sincera parlando dei capelli di Vittorina, le ispir tante altre parole buone): e non sa accomodarli con grazia. Ha una bella figura e cammina curva, pesante. Con un poco di volont si potrebbe farne una ragazza elegante. Se ci si mettesse d'accordo lei ed io, per tormentarla? Maria sorrideva: e anche la signora Giovanna sorrideva: una timidezza dolce traspariva in quel sorriso e la domanda fior con una grande luce negli occhi:
Credi che un uomo potrebbe volerle bene?
Ma s, signora Giovanna.
Per una ragazza,  triste non avere nessuno che le voglia bene. Vittorina non parla, ma tante volte io mi domando:  felice? le basta l'affetto della sua mamma? La signora Giovanna arross. Io vorrei non aver detto questo... e con una grande tristezza: Mi pare di tradire mia figlia... e pure queste cose tra madre e figlia, non si dicono... Vittorina non vive; tu hai sofferto, ma tu hai avuto il tuo sole. La vita  solo nell'amore. Una donna sola  come una terra senza sole,  inaridita. Io sono troppo vecchia; vorrei che Vittorina si facesse una casa. Accanto ai bambini, non s'invecchia. Si vive la vita dei figli e si rifiorisce in quella dei loro bambini.
Maria ricorda i giorni di sole; ora che la signora Giovanna  uscita, ella sta con le mani immote sul lavoro; e non sa perch pensi a un vestito che aveva quando era quasi bambina: un vestito blu. Se l'era accomodato da s e attillato in modo da mostrare la persona, per darsi un'aria da ragazza, quando aveva conosciuto Cesco. Vedeva la gonna blu, con la giacca e la camicetta chiara, di seta.
Era stata felice, perch credeva: anche perch le pareva di dargli tanto, pensando che se la gente avesse saputo del suo amore, l'avrebbe disprezzata. Non aveva pensato prima che il suo bambino poteva essere una bambina: una donna che un uomo avrebbe un giorno fatta soffrire come lei ora soffriva, e che gli sarebbe andata incontro cantando, con le mani pesanti di bont, e un giorno avrebbe portato un bambino che avrebbe avuto nome: tristezza.
Io le dir, quando sar grande: pensa a quello che tua madre ha sofferto! Ma subito le parve che dicendole questo, sua figlia avrebbe saputo del padre. Una levit luminosa le allegger il respiro: i figli devono parlare del padre con devozione.
L'altare del suo amore era ancora in lei; forse bastava dimenticare, scivolare lieve lieve, nel sussurro dei ricordi, perch ella potesse vedere Cesco con gli occhi di un tempo.
E poi, perch affannarsi? Forse sarebbe stato un bambino.
Che nome gli metti?
Non so. Se  un bambino... poi indugi.
La signora Giovanna cap:
Fai bene a mettergli il nome di suo padre. (E non domand che nome fosse; e Maria non disse niente.) E se  una bambina?
Pensavo il nome di mia madre... Non so se faccio bene.
Ma s, mettile il nome della mamma. La mamma se sapesse, ne sarebbe contenta.
Crede?
Noialtre donne di fronte a un bambino, sentiamo di non essere che la mamma; perch in ogni bambino c' qualche cosa del nostro bambino. La signora Giovanna sospir; e in quel sospiro si diffuse la tristezza d'un pensiero: pensava a Vittorina e vedeva un bambino che somigliava alla figlia piccina; e ne aveva il cuore stretto d'una speranza che si sfald nel sospiro. Maria non l'intese.
Quante volte penso che la mamma perdonerebbe. Mi pare che se vedesse in me, sentirebbe che non era una colpa amare. Sottovoce, e con gli occhi bassi: Mio padre, no.
Per un uomo l'amore  un'altra cosa. Ricordo mio marito; l'uomo sente l'onore di una donna, come la donna sente l'amore.
Lei che pensa di me?
Per me sei pi pura di qualunque altra donna (Maria aveva negli occhi la domanda) e subito la signora Giovanna le rispose: Una donna  onesta quando dice solo la verit.
Qualunque sia la verit?
S, se questa verit  nata da un sentimento.
La signora Giovanna che  seduta sulla poltrona accanto alla finestra, le prende le mani; Maria fa l'atto di mettersi ai suoi piedi, come quando era bambina.
Maria? Non pensi che fa male al bambino? Vieni qua e avvicina una sedia alla vecchia poltrona. Cos con le mani nelle mani e i cuori vicini, le parole hanno una loro bont: Io penso che quando una donna sa guardare in s stessa e sa capire il perch dei suoi atti, ed ha il coraggio di parlare agli altri con la sincerit che ebbe con s stessa,  degna di tutta la fiducia. Per me, Maria, nessuna  pi bella di te.
Di che cosa si sta parlando? il signor Alberto affaccia la testa di tra l'uscio: Ho trovato la porta aperta. Busso, chiamo. Nessuno! O che dormono tutti?
Buon giorno, maestro, s'accomodi. La signora Giovanna sorse in piedi. Anche Maria s'alz, ma faceva fatica ad alzarsi.
Stia comoda lei, non si disturbi per me. Burbero, affettuoso, il signor Alberto le venne incontro con la mano tesa: Come sta? Bene, a quanto pare.
Ora, Maria lo vede volentieri, perch sotto l'asprezza ruvida delle sue parole, ella sente una bont, una rettitudine, una lealt: un carattere.
Vecchio, povero, sbatacchiato dalla miseria e dagli affanni, ma orgoglioso perch se ha cresciuto quattro figli e ha perduto la moglie nella miseria, pu andar fiero fra tutti. Ha fatto il maestro di musica e il suo pane se l' guadagnato onestamente; e ci tiene a dirlo.
I primi tempi, quando il maestro veniva alla sera per la lezione a Vittorina, Maria s'era irritata con questo vecchio brontolone che diceva male di tutto e di tutti: perch oggi giorno, a sentirlo, nessuno sapeva scrivere musica, n suonare, e neppure farlo a posta, dimenticavano che ci sono Verdi e Rossini, per occuparsi di quelli che in fondo al nome hanno tutto l'alfabeto con l'accento straniero. Il signor Alberto guardava anche con disprezzo le mani di Maria, troppo bianche; non basta avere le mani belle: bisogna che le mani sappiano fare qualche cosa.
Ai miei tempi, le donne facevano la polenta e le polpette. Non lo sa come si fa? Glielo dico io.
Aveva criticato i fantocci di Maria. Per raggranellare qualche soldo per il bambino, Maria aveva sfruttato un'idea ingegnosa della signora Giovanna che, con vecchi ritagli di stoffa, fabbricava pulcini, galletti dalle creste bellicose che servivano a tenere il manico della pentola, un poco per suo uso, un poco per affidarli all'industria di una vecchia amica che li rivendeva e le procurava qualche lira. Da questo Maria aveva imparato a tagliare fantocci e bestie di cencio; lavorando, s'era fatta la mano e costruiva con disinvolta rapidit, bambole e bestiole degni di stare nelle vetrine dei negoz di lusso: pagliacci, pagliaccetti, orsacchiotti, topi, porcellini, somarelli, bovi, elefanti, rane ppere; una confusione vivace di razze e di qualit. La signora Giovanna l'aiutava, ma per lei non voleva un centesimo:
Sono del bambino. E poi sei tu che lavori, io tutt'al pi faccio qualche punto.
Al maestro, quei fantocci e quelle bestie non andavano a genio:
Roba moderna! E questo bastava perch si divertisse a stuzzicare Maria: Quanti topi ha fatto quest'oggi? Quanti somari?
Maria un poco, si seccava; un giorno s'era arrabbiata poich il maestro che era entrato nella stanza d'improvviso e aveva scoperto un grande pagliaccio che Maria aveva fatto per il suo bambino, aveva riso:
Chi comprer questo capolavoro?
Non lo vendo.
Lo regala?
Maria era uscita di stanza.
S' arrabbiata? Donne moderne!
No aveva detto la signora Giovanna lei deve capirla. Fra poco lo vedr anche lei... So che lei  un amico.
Be', s... E che vuol dire?
Maria ha voluto molto bene a qualcuno. Non  sola...  venuta da noi perch i suoi genitori non sapessero. (Il vecchio aveva alzato i grandi occhi azzurri: gli occhi dei vecchi che somigliano a quelli dei bambini, perch sfiorano le cose con pensieri puri.) Il pupazzo lo ha preparato per il suo bambino.
Le dica... le dica... e gli tremava la voce che mi perdoni. E l'indomani era arrivato con uno scatolone: Glieli dia lei aveva detto alla signora Giovanna sono vecchi ricordi: giocattoli dei miei figlioli. Roba vecchia, ma vi ero affezionato. Forse che al suo bambino faranno piacere.
E da allora Maria vide negli occhi del maestro un rispetto affettuoso. Veniva quasi tutte le sere anche quando non c'era lezione; e si sentivano i suoi passi ancora lontani, tra cui s'inseriva il bttito del bastone sui gradini, salire le scale, lentamente; poi il suo buonasera, ruvido e affettuoso. E il suo primo sorriso era per Maria.
Questo uomo onesto che aveva sposato la prima ragazza cui aveva parlato d'amore e aveva detto: ti sposo, come un giuramento, rispettava in Maria, una freschezza e una fede. Non glielo sapeva dire; ma un giorno, le parl di sua moglie. Ella guardava quei chiari occhi, nel viso magro, scavato dalla tristezza, sotto la fronte alta su cui un ciuffo di capelli diceva l'antica baldanza alleggerita dall'argento limpido e luminoso dell'et, mentre il disordine bizzarro del vestire che un tempo completava l'insieme, ora non diceva che un'onesta povert e una tristezza stanca. Il maestro trasse dal portafoglio una fotografia:
Vede, questa  mia moglie da ragazza. (Era una fotografia sbiadita su cui appena si profilava un'imagine di donna vestita come usava un tempo, con i capelli sul sommo della testa, un nastro sul sommo del petto, le mani chiare e sottili e un ventaglio in mano.) E questa  quando ebbe il primo figlio: quello che  in America. Rigirava tra le dita, religiosamente, un'altra fotografia nella quale la donna vestita pareva di velluto, appariva pi alta e pi grassa: Guardi che sorriso! Sorrideva sempre. Sono poche le donne cos. Lavorava e cantava. I figli ci hanno dato tanti affanni; e lei in tutto sapeva vedere un sorriso: ed era il suo sorriso che ella rifletteva in tutte le cose. Guardi che capelli! Ed era tanto modesta; pareva mi ringraziasse, ancora vecchia, d'averla sposata. Aveva avuto un'infanzia triste, cresciuta senza madre, tra i fratelli cui faceva da serva.
Maria sentiva che il maestro faceva molto, parlandole cos; il suo fare aveva un impaccio di fanciullo selvatico, sotto cui trapelava una grande pena.
 triste restare soli e da vecchi... e ripiegava il portafoglio.
E i figlioli?
Uno in America, l'altro gira il mondo con la sua musica; le figliole sposate: una, quella che  lontana, fa la signora; l'altra sta qui in citt. Lei no, poveretta, ma quel suo marito ha detto: fuori il vecchio! In casa, non lo voglio! E io pagavo l'affitto e il vitto. Pare che gli davo noia.
Un giorno, il maestro disse a Maria:
Se li vuole leggere. Le ho portato dei vecchi libri che avevo. Li tenga lei. Che vuole che ne faccia io? Io non aspetto che di raggiungere lei e fece un cenno con la testa.
Anna veniva qualche volta, quando c'era da portare una lettera di casa, ma aveva sempre fretta; e la signora Giovanna si dava allora un gran da fare in cucina.
Anna s'affannava:
Pap scrive anche a me che devi ritornare. Cosa facciamo, adesso? Io non so cosa rispondergli.
Ci penso io. Dir che prendo lezioni di cucito. Pap ci tiene che una donna sappia farsi i vestiti da s.
Non creder. Anna scoteva la testa: E se venisse a prenderti? Se la piglierebbe con noi.
Maria taceva; anche ella aveva pensato che suo padre avrebbe potuto venire in citt. Ma poi ragionava: suo padre non amava viaggiare; e ora aveva troppo da fare nelle sue terre.
Ti trovi bene qui? Anna si guardava d'intorno; il salottino che era diventato la camera di Maria, era allegro; le tendine ricamate, tanti fiori nei vasi, fiori d'autunno, roba da pochi soldi: ma chi sorride sia povero o ricco, dice sempre una freschezza.
Maria non ascolt:
E come sta la mamma con la gamba? Forse non me lo dice. Per questo, sono tanto triste di dover restare qua.
Ti ho portato la lettera Anna guardava in giro pi per curiosit che per interesse: Ti serve niente?
Grazie, niente. Facciamo tutto da noi, io e la signora Giovanna.
A lei, dovresti pur dare qualche cosa.
Si offenderebbe.
Fra le sorelle persisteva un impaccio fatto di parole non dette, che Maria voleva dimenticare in un parlare rapido e allegro ed Anna con una curiosit esagerata dei dettagli.
Non sei molto grossa. Quando aspettavo Lisa, ero il doppio. Quanti mesi ancora?
Tre e mezzo. Sono due mesi che sono in citt. Sono lunghi.
La finestra era aperta, alta sul verde dei giardini pubblici; si sentivano gli stridi dei bambini e degli uccelletti, rigare l'azzurro di freschezza. Maria si sporse sul davanzale; Anna la raggiunse e le circond le spalle con un braccio:
Non affacciarti.
Maria si volse e sorrise:
C' mio figlio.
L'una e l'altra ripensarono a un tempo e l'una sent ci che l'altra pensava.
E lui Anna si guardava le dita piegate verso il pollice ti ha scritto?
Perch avrebbe dovuto scrivere? La voce rispondeva al tono delle parole: lontana.
Arma infil il mantello:
 tardi. A casa mi aspettano. Scrivi tu a pap; e se hai bisogno di qualche cosa, fammelo sapere.
Ora che Anna se ne era andata, di lei non restava che l'eco della voce che aveva ridestato i ricordi della casa: a quell'ora, la mamma girava per le stanze a far chiudere le finestre perch l'aria della sera non invadesse il tepore della casa, nell'aureola della lampada accesa. Maria sentiva il tintinno del suo mazzo di chiavi, diffondersi con un suono lieve e dolce; e il frusco della sua veste aveva come un'eco di ali leggere. Da bambina, Maria pensava che le ali degli angeli avessero il frusco della veste della mamma.
Ora le voci dei bambini salivano dal giardino, pi acute; l'ora infittiva lo strido degli uccelli inquieti prima del sonno e gli strilli dei bambini che prima di rientrare, mettevano nei giochi una gaiezza rumorosa e sfrenata. Nella camera, l'ombra diceva la sera. Fuori era ancora giorno; settembre aveva una mitezza di primavera. A quell'ora al paese, sciami di stornelli scendevano a picco sulla piazza, verso la torre del municipio, tagliando l'azzurro a spirali scure; e nel denso frullo, diffondevano un grigio respiro d'ali che s'incontrano, s'annodano, si snodano, s'ammorbidiscono in sinuosit rapide da cui saetta la punta di un cuneo dalla coda serpentina che poi si slancia verso l'infinito, si perde nelle brume che la terra alita incontro alla sera ancora nascosta dietro l'azzurrit tenue che il giorno sparge nella sua sca, per riapparire come la punta di un triangolo scuro che avvicinandosi, incupisce.  un fitto groviglio di aspre voci, denso come un grappolo di strida che l'ora a poco a poco affievolisce sotto il tetto del municipio; e l'orlo della grondaia d'un tratto appare puntuto di becchi e di code, sin che nell'alito della sera sussulta ancora l'eco di qualche trillo assonnato, che l'aria disperde con un tremolo di piume. Nel sonno, gli uccelli somigliano nella voce a bambini cinguettanti nei loro lettini. E il vento gioca con qualche piuma che scende dall'alto, s'alza, ridiscende, posa; ed ha nel respiro una bianca tristezza sorridente.
Da qualche tempo le scale le pesavano. Un giorno che Maria rientrava, dovette aspettare nel portone e mettersi a sedere sui gradini.
Venga dentro signorina disse Regina, la portinaia. L'aveva chiamata: signorina, i primi tempi, quando non si vedeva; e poich dopo Maria non aveva protestato, aveva seguitato a dirle: signorina, con un che nella voce, che pareva una carezza: materna.
E apr la porta della sua cucinetta che stava di faccia alla scala; e offr una sedia a Maria.
Riposi un poco. Solo parli sottovoce ch Pietruccio dorme.
And di l nella cameretta dietro la cucina e lasci la porta aperta. In una cucina deserta, il silenzio pare pi triste nel luccicho dei metalli di cui l'orologio pare ridica, battendo, le voci monotone e un poco beffarde: un luccicho che neppure rispecchiando le cose, ha un bagliore di quella fiamma che  l'anima di tutte le espressioni, ma ne coglie solo le apparenze liscie e le riatteggia, disegnandone le forme sul muro della sua lucentezza la quale sembrerebbe una trasparenza che fa vedere in fondo, ma non  che brillar di superfice. E neppure quel verde tisico, che par sogni il sole, sul davanzale, basta a dare un senso di confidenza; e neppure il focolare sa animare l'aria di calore. La cucina si anima di altre voci: il coltello che batte, la padella che frigge, la pentola che bolle; quando pentola e padella tacciono, il loro silenzio  pi che una tristezza.
La donna s'affacci sull'uscio; aveva una grande dolcezza tra le ciglia: Glielo far vedere poi. Ora dorme e chiuse la porta.
Maria la guardava con simpatia: una donna giovane, alta, magra, bruna, con qualche cosa di energico, di maschio nei tratti, che contrastava con la morbidezza degli occhi neri, grandi, bellissimi, Regina vide che Maria ansava, e che quel affanno si perdeva nel suo sorriso lieve e quasi infantile.
Sono gli ultimi mesi, signorina. Anch'io avevo l'affanno. E poi che Maria taceva: Se le servisse qualche cosa... anche dopo, quando verr il bambino, ci sono io... senza complimenti.
S'erano incontrate per le scale qualche volta e avevano scambiato qualche parola con quella simpatia che unisce due madri, quando l'una e l'altra sentono che nella maternit la donna  sola. Quel giorno Regina parlava di s quasi per mostrare a Maria che non sentiva il suo silenzio.
Pietruccio avr presto tre anni. Anche per me non  stato facile, quella volta... Si guard il grembiale, attizz il fuoco e vi mise un ferro da stirare. Spieg: Devo consegnare un vestito questa sera.
Lavora tanto!
Bisogna pur mangiare. Lui alla fabbrica, piglia poco. Ci vuol altro. Le pare? Facevo la sarta da uomo anche da ragazza.
Sul focolare, appesi a una corda tesa da un angolo all'altro, stavano un vestito da bambino e delle calzette; il battito dell'orologio sul cassettone, pareva incalzasse le due mani operose.
Vuole favorire? la donna offr un piatto:  la cena di lui; gliela riscaldo stasera. Io bevo un caff e latte. Per noi donne, tutto  buono. Ora provava se il ferro era caldo; poi cominci a stirare, lenta e attenta. Dalla stoffa bagnata, che poggiava sul vestito, s'alzava un vapore sottile. Anch'io ho avuto tante pene. Lui diceva: ti sposo. Gli credevo. Quando seppe ch'ero incinta, compr i letti, due sedie, la tavola, due piatti, due scodelle. Credevo ancora che mi avrebbe lasciata. Ti sposo! E mi pareva che dicesse per burla.
Gli voleva molto bene?
S, tanto. Capir: ero onesta. Ma bene, ne ho voluto anche ad altri, prima. Pareva assorta nei ricordi. Si chiamava Attilio, il fratello di mio cognato Regina guarda lontano, con la mano sul ferro da stirare fermo. Attilio... Guardi, se le dico il nome, adesso, ancora mi pare di sentire quello che pensavo allora. Mi pareva di dire una grande cosa: Attilio! Come se lui fosse il solo uomo... Si  stupide sospir ma forse si  pi contente.
E lui le voleva bene?
Ne aveva cento per dito. Si divertiva; mi diceva: piccola, e mi portava a passeggio alla festa. Un giorno mi baci... avrebbe potuto fare quello che voleva. In quel tempo non capivo, e gli dicevo: cattivo. Adesso penso che  stato un galantuomo.
E dopo come  stato?
 scappato con un'altra. Mi dicevano: Attilio ha l'Adelina. Un giorno venne lei a cercarlo. Suona all'ora del pranzo: vado ad aprire io. C' una, con un fare sfrontato: C' Attilio? Chi? dico io. O bella, Attilio, il mio uomo! E rideva. Era incinta di lui. Lo crede che Attilio non mi pareva pi lui?
Quanti anni aveva?
Chi? Io? Quindici.
Anch'io conobbi lui quando ero tanto giovane.
Il padre del bambino?
S e lo disse col gesto pi che con la voce.
Le due donne tacevano; si sentiva il ferro scivolare sulla stoffa bagnata da cui s'alzava quel lieve vapore; poi un rumore di metallo, ch la donna pos il ferro su una grata.
Ho voluto bene anche a un altro, quando lavoravo da sarta. Un ufficiale che incontrai portando i vestiti per il marito, da una signora. Era bello, elegante; e mi pareva che con me non potesse che scherzare. Anche noialtre abbiamo il nostro orgoglio. Mi prendeva le mani e mi diceva tante belle parole che non capivo. Ma non mi domandava niente; e io avevo paura perch sapevo che se egli avesse voluto, avrei detto di s. Che vuole, una ragazza che non ha n babbo n mamma! E mio fratello che per ogni parola allungava il bastone! E la cognata che mi guardava di sbieco! Si vuol sentire che anche noi povere, possiamo dare qualche cosa, fare felice qualcuno.
Gli voleva pi bene che all'altro?
La donna tacque; poi rialz la testa, vivace, e pareva pi giovane:
Non so. Era diverso. Attilio mi pareva un padrone; l'altro era bello, era un signore, aveva le mani bianche e pure mi pareva uno come me. Attilio che era uno della mia razza, mi pareva un gran signore. Le dicevo dell'ufficiale: un giorno mi mand una lettera, mi disse che non voleva ingannarmi e che mi voleva troppo bene per scherzare. Non poteva sposare una ragazza povera. Mi diede un appuntamento; io piangevo e gli dicevo che dopo di lui non avrei pi amato nessuno e ricordo che dicendolo, pensavo che non dovevo promettere questo, perch avrei potuto voler bene a un altro. Sono sciocchezze, ora se si ci pensa. Ma allora volevo morire. E pure bisogna vivere. Vede: si vive e poi si sorride ancora. Dopo incontrai il mio uomo. Le pare strano che con lui...? Era quasi un ragazzo; e lo sa come sono i ragazzi! Fanno presto. Ma gli ho voluto bene, specie dopo, quando ero incinta. Ci si affeziona. E poi, che vuole, quando ci sono i bambini, l'amore  un'altra cosa. Adesso sono contenta. Lui  buono e non mi farebbe un torto; e quello che piglia, me lo porta tutto.
E non pensa al passato?
Ci penso parve volesse dire qualche altra cosa; ma esitava. Ho saputo che Alberto, l'ufficiale, sta con una donna di teatro. Bene, lo crederebbe? ne ho avuto rabbia. E capir che non sono gelosa. Ho il mio uomo; ho Pietruccio. E pure ne ho avuto rabbia; noialtre donne, si vorrebbe che un uomo non ci dimenticasse. E poi anche questo  buffo: si dimentica l'uomo che si ha amato e si seguita a odiare la donna con cui lui ci tradiva. E ci si domandi come lui ha potuto dimenticarci... Regina guard l'orologio: Vuole venire di l, signorina?  l'ora di svegliare Pietruccio. Venga.
Il bambino dormiva. Le due donne, curve, respiravano lieve per non destarlo; gli sguardi s'incontrarono in un sorriso
Che bel bambino. Dio lo benedica!
Vedr, quando il suo le dir: mamma!
C' un che di struggente nel sonno d'un bambino: qualche cosa che  come la bianchezza di un fiore in boccio che s'intravvede la notte, pura fragilit bianca che si vorrebbe difendere da ogni alito, con il gesto trepido della mano. Il bambino si svegli; la madre lo prese in braccio.
D un bacio alla signorina Regina si volse:  imbronciato, quando si sveglia  selvatico, fa il testardo. Tutto suo pap. Lo sguardo raggiava un sorriso sul bambino che, roseo in faccia, era tutto un arruffo di capelli che imbiondivano alle cime in un oro cos tenue che pareva quasi bianco e inteneriva e metteva nel cuore una piet sorridente. Qualche cosa della luce dei suoi capelli si specchiava nello sguardo della madre, umido di bont.
Me lo dia in braccio preg Maria.
Le pare? Pesa troppo! Segga, glielo metter sulle ginocchia. Gli alz la camicina e, con nelle mani un orgoglio materno che atteggiava le dita alla dolce curva d'una carezza che rispondeva alla rotondit di quella freschezza, gli batteva lievemente le coscie tondette: Guardi che gambette.  un fiore. E a tenerlo cos, pareva che il bambino le fiorisse tra le mani.
Pietruccio prese confidenza con Maria e le stava ritto sulle ginocchia attento a contarle i bottoni lucidi e tondi del vestito con l'indice e il pollice ricurvi; e per ogni bottone aveva un pigolo lieve d'uccelletto: Pi... pi... pi..: Il bambino aveva un tepore di piume e una dolcezza di petali; e odorava di capelli bagnati e del calore che alla mattina, aprendosi alla luce, hanno i fiori dentro la corolla, perch il sudore del sonno infantile  rugiada. Un sorriso era nella madre e affiorava dalle sue parole:
Lo sa che cosa mi dice? Ieri sera cantava: mamma azzurra. Perch per lui tutto ci che  azzurro,  bello; forse perch quando  stato con pap a passeggio, e lui lo porta fuori solo col bel tempo, se gli domando come era, mi risponde: era azzurro. E nel sorriso della donna c'era quella trasparenza che  nell'aria, al mattino, dopo il temporale.
La porta della sua camera era chiusa. Vide, e si stup pi con l'istinto che con il ragionamento, che la porta non era chiara, ma di legno scuro; pure ricordava che la porta della sua camera era dipinta di chiaro. Qualcuno era nella stanza. Non lo vedeva, ma ne sentiva il respiro. L'angoscia la inchiod; l'agghiacci, balenando, il lucido filo della paura. Volle chiamare suo padre; ma qualche cosa le soffoc il grido.
Pap! Pap mio! e non poteva parlare.
Ancora volle chiamare, ma sent che le parole erano pronunciate solo dalla volont: Pap!
Qualcuno era nella stanza: ne sentiva la presenza. Per parlare avrebbe dovuto smuovere un gran peso a cui s'attacc con la tenacia violenta dell'istinto, e con cui ruzzol, cadde. Url:
Pap mio!
Nel grido, si svegli; e se l'imagine della porta della sua camera disparve, persisteva l'angoscia che l'aveva oppressa nel sonno. Pens a suo padre che a quell'ora dormiva; e avrebbe dato tanto per vederlo solo un momento. Il grido che nel sonno aveva invocato suo padre, ora ridestava in lei una commozione infantile. Il pap! Si pu essere donne, ma v' pure qualche cosa che ci attacca a questo grande tronco da cui si  fiorite e verso cui ci si volge nella bufera quando, scrollate dalle troppe tempeste, si pensa alla primavera lontana, fra i rami fidi e protettori, al tumultuante germogliare e al fresco sbocciare delle foglie. Con il sole, no: si pensa solo all'azzurro e si vorrebbe allontanarsi dal tronco, si vorrebbe che il vento venisse e che, scomponendoci i petali, ci sfogliasse, ci sparpagliasse, dolce e pur violento, per l'azzurro.
Pap! C' tutta l'infanzia in quel grido, tutta la freschezza, tutto quello che gli altri non sanno di noi e non vedono e che forse neppure lui, il padre, sa vedere:  la voce del tronco che s' fatta bisbiglio di fiore e tenuit di petalo,  la voce delle radici che confonde tronco e rami e foglie e fiorite, per farne tutta una forza contro le tempeste e tutta una speranza verso il rifiorire. Caro pap! Ne rivedeva i gesti, ne udiva la voce che ora ella capiva meglio e amava nelle lagrime. Quante volte non era stata buona con suo padre; e ora avrebbe voluto chiedergli perdono, dirgli che non ricordasse le parole cattive; dirgli che ella gli voleva bene e che egli era il suo pap.
Un'angoscia cupa era nella sua inquietudine: se suo padre si fosse ammalato, ella non avrebbe potuto andare da lui, cos come ella era adesso. Pap! Pap! Era un grande pianto di bambina.
Un giorno Maria incontr per le scale una vecchia signora che saliva portando un cesto da cui sbucava un cartoccio di mele. Non si conoscevano. Vedendo il corpo materno di Maria, la vecchietta, quasi infantile, trasse il cartoccio dal cesto, e glielo tese:
Ne prenda una, signora. Sono buone.
Maria cap e le sorrise. E da allora si fermarono a parlare tutte le volte che si vedevano. La vecchietta portava il cappello; ma quando andava al mercato, usciva scoprendo il bianco dei capelli. Aveva un tremito di vecchiaia nella testa e nelle mani; e pareva dicesse sempre di s; e anche camminava saltellando. Vestiva cos dimessa che pareva una mendicante; ma aveva modi signorili. Piccola, grigia, con le ciglia scure e fitte; e un sorriso con cui pareva chiedesse scusa di qualche cosa che non diceva. Faceva la maestra di musica; ma adesso che aveva quel tremito alle mani, gli scolari l'avevano disertata l'uno dopo l'altro; ne aveva ancora qualcuno, ma quello che guadagnava era troppo poco. Parlava di s, scotendo la testa; e sempre sorrideva. Aveva due figli: un figlio e una figliola, egli avvocato, ella professoressa. Ma stavano lontano e la madre li vedeva solo a Natale e a Pasqua; e allora era gran festa.
Parlando di loro pareva crescesse e diventasse dritta; l'orgoglio la ringiovaniva:
Non mi pare il mio ragazzo, un avvocato! Mi mandano qualche cosa, ma anche loro non sono ricchi.
A Maria, la vecchietta faceva piet. Un giorno la trov con le lagrime agli occhi.
Che c', cara signora? e le cinse le spalle.
Avevo i soldi per pagare la sarta; mi ero fatta accomodare la veste buona. Vede questa com', tutta rattoppata? Mio marito me li ha presi. E ora come pago il conto? Poi si pent d'aver raccontato del marito; e voleva scusarlo. Maria sapeva dagli altri, di quel vecchio dinoccolato con le gambe a molla, che si perdeva dietro a tutte le sottane e faceva il manesco con le serve del vicinato e si pigliava per questo qualche legnata. Egli aveva anche una figlia con una donna che gli spillava la pensione; e la ragazza veniva tutti i giorni dopo scuola a chiedere denaro; e qualche volta alzava la voce sulla porta e osava minacciare la moglie. La vecchietta non fiatava; e il marito un poco per pagare quell'altra e un poco per compensare il sorriso di qualche serva compiacente, le prendeva i pochi soldi che ella guadagnava con le lezioni e se la moglie diceva qualche parola, erano strilli e legnate. Che ci poteva fare lei, vecchia, debole e sola contro quest'uomo despota e vizioso, che con le altre donne era docile, sottomesso, e sapeva solo con lei fare il padrone? La vecchietta parlava lentamente e quel tremito della testa le dava un'aria buffa e triste che faceva piet.
Se lo sapessero i figlioli! M'ero fatta una veste per quando mi vedono loro; perch loro non sanno che siamo tanto poveri; e quando mandano al padre qualche soldo, credono sia per noi e non per l'altra.
Signora disse Maria pensi che sono come una sua figlia... e le strinse qualche cosa nella mano che si ritraeva; e mentre la vecchietta si schermiva, arrossiva e piangeva, la baci su una gota: Se fossi sua figlia, lei direbbe di s. E allora? Me li torner. Maria pensava che la figlia lontana non sapeva delle lagrime della madre; e anche pensava che se al paese la mamma avesse pianto, ella non lo avrebbe saputo: e avrebbe voluto che qualcuno le dicesse una parola buona.
La vecchietta la invit a casa sua:
Una volta, quando non c' mio marito. Le mostrer i ritratti dei figlioli. Sorrideva. Grazie... grazie.
E alla sera, suon dalla signora Giovanna e le consegn un fiore.
 per la signora... quella che sta da lei. Le dica che l'ho coltivato io e ancora per le scale, si voltava per raccomandare di metterlo nell'acqua, perch non avvizzisse. Aveva un povero cappellino logoro, stinto, con una piumetta malinconica che era tutta una tristezza e nel tremito della testa la piuma oscillava; e pareva che cos curva e scarna, la vecchietta chiedesse piet e si scusasse d'essere al mondo.
Dopo Maria pens che quei soldi erano rubati al suo bambino; ma anche le pareva che Nonna Maria le dicesse che aveva fatto bene.
Al suo bambino, Maria parlava in s con confidenza; ed in questo ella respirava come uno stupore, perch i bambini le ispiravano sempre soggezione. Suo figlio, era il suo bambino.
Con Pietruccio chiacchierava qualche volta per le scale; ma con lui era timida. Provava una grande gioia quando il bambino le mostrava simpatia o fiducia, e quando le prendeva due dita tra le manine: Vieni! ella si sentiva turbata come se un uomo che ella avesse amato, si fosse impadronito della sua mano, in una carezza dolce in cui la tenacia gagliarda di una volont l'avesse sospinta verso ci che la donna desidera e di cui trema. Che il bambino le dimostrasse di volerle bene, la intimidiva; e anche ne aveva una strana commozione. Pietruccio le raccontava lunghe storie, ritto su qualche gradino pi in alto di lei, perch senza piegarsi (ch ora anche questo sarebbe stato per lei una fatica) Maria potesse guardarlo e sporgere il viso attento verso di lui. Raccontava sempre la stessa storia di un bambino cui egli aveva dato le busse come la mamma al gatto quando ruba la pappa: e accentuava il discorso con grandi gesti, con le ciglia aggrottate e nella furia di dire incespicava nelle parole e le ingarbugliava; e allora si aiutava con le mani e con voci gutturali che dovevano, tra gesti e suoni, rappresentare la scena. Maria ascoltava, paziente, senza badare gli inquilini che salivano o scendevano per le scale guardando quella donna giovane e pesante, affaticata dalla vita che le germogliava nel petto e assorta in quel bambino nel quale ella gi amava qualche cosa del figlio che portava in s.
Qualche volta Pietruccio era scalzo e Maria si affannava pensando che l'aria d'autunno gli nuocesse; un giorno gli disse di sedere sulle scale e fece l'atto di prendergli un piede fra le mani; il bambino lo ritrasse e poi che s'accorse che ella poteva prendergli l'altro piede, s'accucci sulle gambe.
Fammi vedere un piedino.
No! Cocciuto e con la fronte buia: No.
Non lo conosco; non so come  fatto un piede.
Pietruccio aveva la logica e la memoria tenace dei bambini:
Se l'hai visto!
Ma non mi ricordo come  fatto. Avr le dita lunghe. Cos?
Cos! Pietruccio credeva che dicendo di s l'avrebbe distratta da quel pensiero e mostr un dito tendendo la manina: Lunghi... lunghi... e alzava le braccine contento dell'inganno, con un brillar di riso furbo tra le ciglia socchiuse. Poi, quando se ne scord e s'alz, Maria gli prese un piede:
Sembri un galletto!
Quei piccoli piedi irrequieti, caldi e sudici, la intenerivano: le parevano dei fiori vivi, rosei oltre la polvere; e giocava con quelle piccole dita e a ciascuna dava il nome di un bambino; e raccontava la storiella di dieci fratellini di cui i mignoli erano i minori e i pollici i fratelli maggiori un poco prepotenti, ai quali gli altri dovevano obbedire. Li chiam i ragazzotti. Dopo, Pietruccio incontrando Maria per le scale, la tirava per le sottane sedendo sui gradini, con un piedino nell'altra mano: Signorina, senti, sono qua i ragazzotti!
E Maria, lieta e leggera, sorrideva.
Tutta assorta nel pensiero del suo bambino, ora non pensava che se Cesco l'avesse veduta cos grossa e pesante, gli sarebbe sembrata brutta. La sua giovinezza sbocciava dalla sua esilit: s'era ingrossata, ma su quel corpo irrobustito, il viso e le mani avevano una delicatezza commovente; e gli occhi sfavillavano di luce. La maternit aveva ammorbidito le asprezze della sua giovent e della sua vivacit scattante; ed aveva dato al suo acerbo germogliare, una pienezza di rigoglio, e al suo passo svelto che prima s'alzava aereo, una lentezza armoniosa che rivelava echi di profondit musicali. Quel che di troppo vivace che era nella sua esuberanza scomposta, rallentando, s'era fatto dolcezza. Affiorava da lei come l'eco di un sorridere profondo che in gesto, sguardo e movenza, diventava soavit. Anche, la maternit aveva ammorbidito le asprezze del suo carattere; e come una lentezza era nei suoi gesti e addolciva la sonorit della sua voce. Un che come l'oro che l'estate mette nel verde aspro della primavera: un sorriso sbocciato dalle lagrime, una bont germogliata dalla tristezza. Solo un giorno ella scatt.
Quel giorno, quando il campanello squill, la signora Giovanna che non voleva Maria s'affaticasse, grid dalla cucina:
Aspetta, vado io.
Maria che era nell'anticamera, apr la porta. Subito non riconobbe l'uomo; n egli, lei. Si guardarono; poi Maria disse:
Che c'?
Ed egli entr e chiuse l'uscio. La signora Giovanna che arrivava camminando svelta e si toglieva il grembiale da cucina, badando a non farlo vedere, accenn cortese, la porta della camera da pranzo:
S'accomodi. Scusi, signore, con chi vuole parlare?
Allora Maria spieg:
 il marito di Anna.
E n l'una n l'altra gli dissero d'entrare. L'uomo esitava, in piedi, sbirciando la signora Giovanna che fece l'atto di ritirarsi; Maria tese una mano verso di lei e la chiam vicino, poi si rivolse a lui:
Puoi dire.
Io vado al paese borbott il cognato, rigirando fra le mani il cappello che doveva esser nuovo e rispondeva al colore del vestito e delle calze.
Il cognato non ispirava fiducia: basso, scuro, con la fronte smisurata, sporgente e unta sotto il lucido dei capelli; gli occhi neri, tondi e sfuggenti dietro la lucentezza degli occhiali; e sul viso in cui la barba lunga, fitta, diffondeva un'ombra a fior di pelle, pungeva un sorridere sommesso e ambiguo che poteva essere impaccio o indifferenza o forse anche ironia: forse pi che altro, ironia, che il naso, piccolo e tondo, avrebbe espresso prodigiosamente con la sua arietta insolente, se la sua piccolezza pettegola e battagliera non avesse dato alla pretenziosit dell'insieme, un'aria ridicola e meschina.
Quando tuo padre mi chieder di te, gli dir che non sei in casa nostra.
Maria non si mosse (la signora Giovanna che le teneva la mano, sent che le tremavano le dita); poi la sua voce parve l'irrompere di una energia metallica fatta suono:
Tu non farai questo! e lo fissava negli occhi.
Io non posso ingannare tuo padre.
Non  un inganno. E tu lo sai.
Buga pietosa, dite voialtre donne. Per noi, quello che non  verit, si chiama buga.
Quella fierezza battagliera che la sollevava, le gonfi il respiro; Maria abbass la testa: sporse un piede, non riesc a vedere la punta della scarpa; qualche cosa le corse gi per le spalle: un'ombra come di umilt.
Tu sai quanto ho fatto perch i miei non sapessero. E tu stesso devi capire che parlare sarebbe... non pot dire. Se non lo fai per me la voce le trem per il mio bambino, devi farlo per loro. Sono i genitori di Anna.
 per questo. Io sono un galantuomo. Non posso ingannare i genitori di mia moglie.
L'ombra che si era diffusa in lei si sfald, un che di scuro, di lucente, le balen nello sguardo: parve ella crescesse. Parl aspra:
Chi ha tanta premura di dirsi un galantuomo, ha l'aria di giustificarsi. Se si trattasse di domandare quattrini a pap, faresti meno chiacchiere.
Maria! La signora Giovanna le circond le spalle e si volse a lui con gli occhi quasi supplici come a dire che perdonasse, perch Maria soffriva.
Pietro approfitt di quella bont che gli si chiedeva per farsene un atteggiamento di orgogliosa superiorit:
Capisco che nelle tue condizioni non sai quello che dici.
Maria voleva soffocare l'odio e il disprezzo; e questo umiliare l'orgoglio le era dolce, pensando al bambino:
Non volevo offenderti. Tu capisci che dipende da te... (Dicendo questo pens che non avrebbe dovuto far sentire a Pietro il suo potere.) Sarebbe infame che dopo quello che ho fatto per nasconderlo, tu mi accusassi. Maria s'irrit con s stessa per l'umilt di quelle parole, ma anche ne era contenta: vi trovava la gioia di soffrire per il suo bambino. Se pap dovesse sapere, ti direbbe egli stesso di non parlare. Raccontando, faresti solo del male, perch quello non cambierebbe la mia situazione.
Il cognato s'avvi deciso:
Non mi presto a questi sotterfugi. Sono venuto per dirtelo: rgolati.
Maria gli sorse dinanzi:
E cos tu credi di poter dire tutto?
Era pi alta di lui e lo dominava anche con lo sguardo; tremava d'ira. (Si disse: Non arrabbiarti ch fa male al bambino.) Tent di sembrare calma: Tu non esci di qua, se non ho la tua parola che non dirai nulla.
 inutile che tu insista.
Come se la tua parola avesse valore! Qualche cosa saliva in lei e le gonfiava il petto; le tremavano le ginocchia; sporse una mano verso la signora Giovanna; si tocc il seno come se volesse cercar respiro; poi s'aggrapp al braccio del cognato: Capisci che non voglio? La sua volont s'inarc per imporre a s stessa la calma. Si disse: Non arrabbiarti! E ripet le parole, meccanicamente, pi che con il pensiero. Ancora disse in s: Non arrabbiarti... non arrabbiarti! mentre tutta la sua volont s'infrangeva contro un'onda che saliva in lei e le si dilat nel petto e la sollev: Non voglio! Ascolt la propria voce e la sent estranea; e questo le diede una tristezza di solitudine, in cui l'ira divamp.
Il cognato, seccato, ritrasse il braccio.
Ti ho avvisata. Adesso fa quello che vuoi.
Maria non vide pi: s'avvent contro l'uscio e si mise davanti all'uomo, con le braccia allargate. Nel balzo urt il ventre e n'ebbe una grande paura di aver fatto male al suo bambino: allora l'odio irruppe:
 infame!
Si pent delle parole concilianti; volle schernirlo con il sorriso; ma sent che il riso si raffreddava e che qualche cosa di convulso le tremava nel viso; i pensieri le sfuggivano. (Si domand: Cosa pensavo?... Cosa pensavo?...) Sent anche la voce della signora Giovanna, ma lontana:
Non fare cos. Clmati... Ti fa male... Maria...
Il respiro le manc; ci fu nel suo gesto che era l'espressione plastica del grido soffocato, l'urlo dell'istinto che cercava il respiro. Soffocava. Non ritrov la voce, ma solo il respiro per ansargli contro, pallida, con gli occhi terribili: Se tu parli... Se parli... (ebbe paura della propria voce che era roca) ti giuro che m'uccido! Aveva detto tutto: sent che cedeva. Non poteva pi lottare; la sua energia si piegava. E qualche cosa che le pesava nel petto, d'un tratto si sciolse e la trasse in un'onda di pianto stridulo; e non le si apriva che un rifugio: un grande rifugio di cui l'orizzonte infinito si spalanca per raccogliere chi soffre: il pianto.
Maria, non fare cos! E nella piet che Maria sentiva in quella voce, cresceva la piet di s che irrompeva nel pianto.
La signora Giovanna si curv su Maria che singhiozzava per terra, appoggiata contro il muro; poi si volse a Pietro e parve diversa: non aveva un sorriso nello sguardo, n una dolcezza nella voce:
Pensi a quello che fa alz la mano e gli occhi; parve grande: Pensi che Egli vede sempre e che giudica. Poi quasi fatta umile dall'eco del gran nome che aveva messo una luce nell'ombra di quel dolore: Non dica niente.  per il bene di tutti. E, mentre gli apriva la porta, accenn Maria: Ha gi tanto sofferto.
Pietro esit; tese la mano, non os, la ritrasse. S'accorse di avere il cappello in testa; allora salut e disse nel gesto quello che la sua voce non aveva saputo dire.
L'ansia che l'aveva presa i primi tempi cresceva con il progredire del suo stato; aveva inteso dire che guardando una cosa brutta, il bambino poi poteva portarne le traccie; e se incontrava una vecchia povera, deforme o soltanto brutta, un mendicante o uno sciancato, se vedeva qualsiasi cosa che le pareva potesse toccare o solo sfiorare oltre lei il suo bambino, volgeva il capo con paura. Adesso alla sera, prima d'addormentarsi, era anche ossessionata da figure strambe e sbilenche, balzate su dalla fantasia, che le ridevano contro agitando le braccia: faccie spaventose di vecchie digrignanti con il taglio osseo delle gengive, occhi enormi, bazze puntute, capelli irti. Maria si dimenava nel letto e tentava di non vedere entro a s quelle imagini, di cancellarle stropicciando gli occhi; qualche attimo di tregua le ridava la speranza di ritrovare una tranquillit riposante in cui il sonno avrebbe soffuso il suo polvero nebbioso; ma subito le imagini allucinate risalivano in lei, sorgevano nitide, stravolte, e le danzavano intorno una ridda paurosa che le soffocava il respiro in un grido.
Allora Maria accendeva il lume; sperava che la luce sfaldasse quei biechi fantasmi; e tentava, paziente e accorata, di pensare e di vedere in s visi sorridenti di fanciulli, fiori, cose gaie cui ella potesse affidare il pensiero del suo bambino, per riposare. Se la mamma le avesse messo una mano sui capelli, quei pensieri allucinati si sarebbero dileguati.
In ogni cosa vedeva un volto, una forma che aveva apparenze umane e la guardava minacciosamente: una screpolatura sul muro, le pieghe di una carta, il disegno d'una tappezzeria, le sembrava disegnassero fantastici volti nemici. L'ansia le prendeva il respiro. Di giorno, andava allora a cercare la signora Giovanna, perch nella dolcezza di quella voce, l'oppressione cedeva. Ma di notte, l'affanno la soffocava. Tentava di pensare a Nonna Maria e la pregava sommesso di farla dormire, come quando ella era bambina e le diceva:
Nonnina, chiama l'uomo con i sacchi di sabbia.
E la Nonna diceva: Ora viene... ora viene...
E nel ricordo della cara voce sorgeva l'imagine dell'uomo di sabbia che da bambina Maria aveva udito salire le scale, con i passi soffici e bussare all'uscio e aspettare ingobbito sotto il suo fardello di sabbia.
Vedi? diceva ora al suo bambino l'uomo di sabbia?
E gli parlava con la voce di Nonna Maria.
Nel cortile si apriva la porta di una piccola stalla dove la lattaia che aveva la bottega in casa, a destra del portone, teneva un asinello. Maria sentiva spesso salire per la finestra della cucina, il suo raglio che era triste. L'asinello pensava forse al paese, ai monti di fieno odorosi nella stalla, ai campi, ai pascoli, all'azzurro che, fuso con l'oro del sole, colora i prati di verde; pensava alle corse sulla strada maestra bianca e amica, alla polvere che nello snodarsi del nastro bianco della corsa,  tutta una soffice promessa di soste fresche d'erba; pensava al silenzio della stalla e ricordava il raglio della madre e il suo fiato umido e caldo che lo avvampava dalle narici frementi d'orgoglio materno.
Anche lui uno sperduto nella citt, con il petto gonfio di nostalgia del paese. Non lo aveva veduto, perch la lattaia lo attaccava al carro all'alba, e l'asinello ritornava con il padrone al meriggio; ma dal suo raglio conosceva le sue povere orecchie inquiete e umiliate, e la sua lunga coda sporca e triste che batteva monotona, per cacciare le mosche dalle croste scure dei fianchi; conosceva il grigio opaco della schiena e il petto chiaro, giovane e scarno, e la curva che la testa disegnava, sfiorando con il palpitare delle narici, il suolo, portando nel collo magro, il ricordo pesante della fatica anche nelle ore di riposo. Un debole; un vinto.
Anche lei, una sperduta; vinta, no.
Qualche volta ascoltando la malinconia di quel raglio salire per la gola scura del cortile, cercando quasi l'azzurro, in alto, tra l'inquadratura del tetto, Maria si sporgeva sul davanzale e guardava in quell'alveare dalle tante finestre scure nelle quali il bianco dubbio o i colori stinti di qualche cencio, avevano l'aria d'aspettare il sole. Ogni finestra sul cortile apparteneva a una cucina; e ogni cucina apriva la finestra su un terrazzino stretto che serviva da mondezzaio e dove s'ammucchiavano tinozze e intristivano piante scolorite e razzavano, pigre, galline spennacchiate e decrepite, galli sfiatati ancora superbi nel lento volgere del capo e, a volte, guardavano anche bambini pallidi, dalla testa troppo grande, dondolante sull'esile corpo che storceva le gambe sottili.
Maria pensava al paese e diceva in s all'asinello:
Torneremo.
La prima pioggia d'autunno; un grigio, denso polvero oscura e confonde cielo e colline; i tetti sono lucidi come di pianto; e gli alberi del giardino pubblico soffrono e si lamentano nel vento, stormendo, frusciando, cedendo alle folate con le foglie che, scomposte e spettinate, non sono verdi, ma d'argento, mentre la pioggia riga l'aria di grigio, fitta e tenace.
Maria, alla finestra, guardava il giardino pubblico: i banchi lavati e solitar; i viali molli che oscurivano affondando la ghiaia; e le pozzanghere lucide come piccoli laghi, nelle quali si riflettevano il nero fermo dei tronchi e il verde sussultante delle foglie, fatte fosche e oscillanti nel gioco della pioggia in un rinnovarsi di cerchi alla superfice. Dall'alto tutto questo pareva lontano ed estraneo. Nelle voci degli alberi tormentati, Maria sentiva le voci degli alberi al paese.
Sotto la pioggia, nel giardino al paese, il ciliegio liscio e lucente, soffriva con tutte le foglie, perch con ogni foglia diceva un'altra parola e pativa un'altra speranza, mentre gli altri alberi nella pioggia, dicevano con tutte le foglie una sola parola di tristezza. Maria soffriva anche con gli alberi del giardino pubblico, di cui i lamenti salivano a lei, specie nella notte, e le parevano grida. D'autunno con la pioggia, in tutto ci che vive c' una parola di soffrire.
Ci doveva essere qualche piuma, sui banchi solitar; ed ella avrebbe voluto scendere nella notte, a cercarla. Le piume disperse fanno pensare al nido. Di giorno, si vedevano gli uccelletti solcare di quando in quando, il grigio dell'aria che pareva non volesse cedere al battito delle ali; ma non si sentivano le loro voci festose. Cinguettavano tra le foglie lamentose nel vento. Chi sa come gli uccelli soffrono per i loro figlioli. Che cosa vogliono dire con quei pigolii? La pioggia mette una nebbia tra le voci e le cose: ci sono cose che s'intendono solo con il sole. Le case chiudono gli occhi: tutte le finestre chiuse; e le facciate oscurate dall'acqua con cui il vento le frusta nelle raffiche, sembrano volti bagnati dalle lagrime. Anche le vetrate sono tristi dopo che il vento le ha spruzzate d'acqua: picchiettate di larghe gocce che si asciugano e mettono sulla lucentezza del vetro, una corsa lagrimosa e bianchiccia.
Adesso la casa pare pi amica: come una persona dimenticata nei giorni di sole e di cui d'improvviso nella tristezza, si sente la voce buona; e alla sera d'intorno al lume si diffonde un tepore di sorriso; ma bisogna essere in due: un uomo e una donna. D'autunno, al paese, la casa aveva una dolcezza sbigottita, uno stupore che congiungeva la vita estiva a quella invernale; era bello trarre dagli armadioni la roba d'inverno che la mamma faceva sbattere e spazzolare dalle donne, dirigendo l'opera e andando dall'una all'altra, come un generale. Cara, piccola mamma bianca, affaccendata, che comprende il mondo fra le pareti della sua casa. Donna d'altri tempi: fresca e ingenua, e cui i capelli bianchi hanno dato una nuova freschezza. Operaia e regina nella sua casa.
D'autunno, una voce invita ad uscire; un'altra le si sovrappone: pi che una voce, un bisbiglio che chiama nella casa tepida e amica.
Si dice: stare nella stessa citt; e pure incontrarsi  difficile. Maria avrebbe voluto incontrare Cesco, ma non osava cercarlo dalle parti di casa sua o del suo ufficio, perch non voleva egli credesse che lo spiava. Ma una speranza le tremava nel cuore: vederlo. Sapere che abitava nella stessa citt, era gi come una promessa. Mille volte era stata tentata di chiamarlo al telefono; una volta lo aveva osato e aveva dato all'impiegato il nome di un'azienda. Ma aspettando di parlare con Cesco, aveva pensato di non rispondere, di andar via per non sentirne la voce spazientita; poi aveva pensato che era dolce anche ascoltare la sua voce d'ira. Quando egli aveva risposto con il suo fare indifferente: Pronto? Maria non aveva saputo restare all'apparecchio; le pareva che il respiro l'avrebbe tradita; ma anche s'era pentita subito, d'aver riattaccato il ricevitore.
Qualche giorno, quando usciva si diceva: Oggi l'incontrer. E ci metteva una grande cura a vestirsi; e appena allora s'accorgeva d'essersi ingrossata, di avere i fianchi larghi e il corpo pesante; e studiava allo specchio il modo di portare con leggerezza disinvolta, una sciarpa che la sveltisse. Di faccia poteva ancora apparire ragazza; e Cesco, incontrandola, l'avrebbe vista di faccia. Pensava tremando, al loro incontro: ella non sapeva se fermarsi o proseguire; ed egli franco, quasi festoso; le sorrideva:
Perch scappi? (Come ama ancora quel sorriso che forse non ha colore, ma che a lei pare cos ricco di una bellezza misteriosa cui ella, troppo piccola, non pu giungere.)
Ella non sapeva sorridere; si voleva guardare le scarpe e soffriva perch sapeva di averle impolverate. (Un'altra volta se le sarebbe lucidate; ma subito anche pensava che un'altra volta, forse non lo avrebbe incontrata.) Il sorriso di Cesco le ispirava fiducia, la incoraggiava: gi gli brillava nello sguardo quel tremolo azzurro balenante di parole imperiose e pure dolci, che in lui diceva l'accendersi del desiderio. Allora nel ricordo, ella ritrovava la sua solitudine e pensava al proprio viso con curiosit.
Un giorno scese per fare le compere per il pranzo e s'allontan un poco dal quartiere popolare; fare le spese per la casa ha una sua dolcezza, fa pensare a una casa propria, all'uomo amato, ai figlioli: ci si mette nella scelta, una volont di far bene; e pare che tutti i giorni, al risveglio ci sia qualche cosa da creare, perch le mani affettuose mettono in ogni cosa un sorriso. C' una dolcezza pi profonda nel dare furtivamente.
Un gran caldo le sal dal petto alla gola: avvamp, agghiacci. A uno svolto, alle spalle: lui. Una donna gli camminava accanto, svelta e leggera. Seguirli: attraversare la strada fu istintivo. Non si domand se faceva bene. Voleva vederlo; e voleva che Cesco la vedesse.
Le sue spalle: il suo camminare e anche il modo di rallentare il passo, a tratti, parlando. Della donna non vedeva che le vesti: eleganti; ma voleva vederla in viso. I due camminavano presto; svoltarono. Maria correva; anche ella svolt: vide che attraversavano la strada; fu fermata da un'automobile ma li segu con gli occhi e respir quando li vide arrestarsi davanti a una vetrina e tent di vederne i visi riflessi nella lastra.
Attraversando ebbe l'impressione di aver urtato una vecchia che portava, uno per mano, due fagotti di verdura e ne soffr e ne ricord i tratti anche dopo quando giunse sul marciapiede. Faceva fatica a camminare, ansava e sentiva il sudore gocciarle per il petto e per la schiena e raffreddarsi nella corsa. Le girava nella testa il ritornello di una canzone che una vicina suonava sul pianoforte e avrebbe voluto (e s'affannava e s'incaponiva e riescirvi) cantarlo nella mente con le note giuste, soffrendo che la canzone ripetesse le stonature che la opprimevano con la legnosit stentata di dita zoppicanti. L'affanno di ritrovare quella melodia con la mente, si confondeva all'ansia di raggiungere Cesco e quella donna, che ora avevano guadagnato strada. Acceler il passo: vide che svoltavano ancora; volle attraversare ma ancora fu trattenuta da una macchina; sgusci tra due file d'automobili che correvano parallele in direzione diversa; e sent che un guidatore l'apostrof con una bestemmia. Raggiunse l'altro marciapiede; una voce sal in lei a rimproverarla: Il bambino... il bambino. Ma non volle ascoltarla. Faceva molto caldo; il mantello le pesava; tutto le pesava, ma anche tutto s'alleggeriva nella speranza di raggiungerli.
Non correre disse una voce in lei; ripensandoci poi, seppe che era la voce di Nonna Maria.
Sapeva che li avrebbe raggiunti, ma soffriva. Non sent che aveva i capelli scomposti e che il cappello le scendeva da un lato e neppure pens che cos accaldata e affannata, gli sarebbe sembrata brutta. La folla le nascose le due figure vicine. Avrebbe pianto d'ira.
Voglio raggiungerli. Le parve che la volont le incalzasse il passo; e non sentiva le gambe, tanto le dolevano. E avrebbe voluto fermarsi un attimo per riprendere fiato; ma per non essere tentata di farlo, acceler la corsa. Cesco e quella donna camminavano davanti a lei; Maria non vedeva che lui e lei. (Bionda? Bella?) Ansava alle loro spalle. Ancora un passo. (Adesso li sorpasso.) Passando loro innanzi si volt: non era lui.
Un soffocare sal in lei: denso e nebbioso. S'aggrapp a qualche cosa che sfuggiva; e in tutta quell'ombra s'apr, rapido, un pensiero e subito si sciolse: Se muoio, la mia mamma soffrir. Anzi non era un pensiero: era come un pianto, era qualche cosa che le ricord in una vorticosa rapidit che fu un attimo (l'attimo in cui ella piomb sul marciapiede davanti a un uomo e una donna che camminavano vicini), quel senso di rifugio che Maria aveva trovato nell'infanzia fra le braccia della mamma; come se qualche cosa imprigionasse le braccia di sua madre, che non potevano raccoglierla, e come se in lei urlasse il dolore di sua madre che vedeva cadere la figlia e non poteva farle scudo di s di fronte al dolore. Grid: Mamma! Ma anche la voce le sfugg. Tutto denso, ronzante, sfuggente.
Il Natale s'avvicinava. Fluttuava nella nebbia di decembre quel silenzio che  come una pausa tra un cantare gaio di campane; e la bruma che fioccava su quel silenzio, diffondeva e confondeva echi lontani: un senso di festa tra voci di campane e luci di sorriso. Si aspettava il vecchio Natale come un ospite che arriva con i piedi felpati, scotendo dalla bianca chioma scomposta, un luccicho polveroso di neve.
Maria ripensava al Natale al paese. Non vecchio: vedeva Ges giovane che faceva cadere nel camino, la notte di Natale, i doni per i bambini buoni. Come l'aveva atteso, giorni e giorni, scrutando il cielo nei rossi tramonti di decembre. E quante sere aveva udito nell'ansia delle sue attese insonni, il frusco del piccolo Ges dentro al camino, e il frullo d'ali degli angeli che lo accompagnavano e disponevano nel salotto il presepio; e dopo aveva scorto dietro la finestra, ritta nel lettino, un fuggevole bianco che spariva. Come riviveva nel ricordo, l'odore d'arance e di ceppo che la casa aveva gi al principio dell'inverno e manteneva sino a primavera. Vedeva il presepio, tra i ceppi odorosi di muschio; sorrideva nel ricordo alla Madonna giovane e le diceva sommesso: Anche tu hai un bambino... Ma dopo ne arrossiva: Maria. E anche sorrideva a Ges e accarezzava con il pensiero l'asinello, la mucca, le pecore e ritrovava la stessa diffidenza che da bambina, le ispiravano i Re Magi. Il presepio spariva un giorno: Stanotte sono venuti gli angeli spiegava la mamma e lo hanno portato a Ges e sorrideva misteriosa.
Era una tristezza sentire ora, che non aveva saputo capire la poesia delle lunghe serate d'inverno silenziose, quando l'ombra irrompeva vibrante d'imagini paurose, oltre il crepuscolo. Il vento scoteva le finestre e oltre le vetrate si vedevano gli alberi del giardino avvicinarsi l'uno all'altro, piegarsi e tentennar le teste, cupi nell'ombra. Che si dicevano gli alberi, la sera, nel vento? Pareva che urlassero una loro tristezza che si trascinava nella notte con voci umane. Che si potevano dire, se vivevano vicini e sapevano l'uno la vita dell'altro? O forse che ciascuno aveva una sua vita segreta tra i suoi rami? O forse si raccontavano del vento, della pioggia, del sole e dell'azzurro, o forse parlavano degli uomini, dei bambini; perch gli alberi vogliono bene ai bambini.
O forse parlavano col vento.
E d'improvviso la voce del vento irrompeva nel caminetto ed il ceppo crocchiava e pareva che tutta la casa fosse invasa da figure strane, urlanti e spiritate, che andavano e venivano lamentandosi d'una pena di cui non si liberavano. E queste presenze paurose le davano un senso di angoscia.
Nella stanza il silenzio s'intiepidiva alla fiamma del caminetto e l'orologio diceva una calma lucentezza nel buio; e a poco a poco, anche le figure stravolte della paura, risalivano per il camino e cominciavano a riddare nella notte, infilando le loro scarne braccia fra le chiome scomposte degli alberi. E qualche favilla che cadeva nelle brace, aveva il tremolare e lo smorzarsi di una lucciola ritardataria. Poi nel silenzio della casa, s'apriva il cigolo d'una porta; e lo scoccare d'un passo distendeva un senso di calma.
D'inverno si sente che gli alberi sono vecchi.
La mamma aveva scritto che Maria venisse a casa per il Natale; poteva tornare poi, in citt, per riprendere le lezioni di cucito; non aveva insistito, ma si sentiva nel suo racconto che era triste.
Nevica, abbiamo preparato il ceppo di Natale. Sa di muschio e di resina. Al tuo posto, pap oggi ha messo una busta di denaro. Perch pap vuole sempre che il tuo posto sia preparato a tavola. Ti abbiamo fatto fare un mantello nuovo con il collo di pelliccia che desideravi; volevamo farti una sorpresa, pap sperava che saresti venuta. Vuol dire che te lo manderemo con qualcuno.
Natale lontano dalla casa, non era Natale. Chi sa come crocchiava il ceppo nel caminetto; e quanta neve c'era sui davanzali. Pigolii di passeri affamati e voci di campane: Ges bambino  nato in un presepio, fra la paglia che pare d'oro filato.
Cos sola nella citt, Natale era come un inverno senza neve.
E Natale venne con il sole. La signora Giovanna aveva tentato di ridare per quel giorno gli usi del paese; le arance, il ceppo, il dolce di Natale. Ma Natale era vecchio: non era Ges bambino con gli occhi azzurri e l'aureola d'oro tra i fili di paglia luccicanti.
In fondo al piatto delle feste, c'era un mazzo di fiori da campo che la minestra subito copriva sulla striscia aperta dal cucchiaio. La focaccia sul canterano odorava di dolce e di vaniglia; e i vecchi, cari ritratti guardavano dall'alto, sorridendo, sulla zuppiera fumante, grossa e bassa, mentre i piatti puliti, lisci e lucenti, deridevano i piatti opachi d'unto.
Che fame! Maria un tempo era stata schizzinosa; ora si sorprendeva a mangiare con golosa avidit il pane semplice anche quando era vecchio; e in quell'avidit sentiva una tenerezza strana verso s stessa, che era come una piet. Una parte di lei assisteva, materna, guardando la creatura fatta di debolezza, che nutriva in s e di s una vita; e quando i suoi occhi sfioravano una cosa con desiderio: una chicchera colma, un frutto, una fetta di pane, o se nel pensiero si affacciava il capriccio di un dato cibo, vi accondiscendeva subito. Un complesso di sentimenti sbocciati dalla tenerezza che sua madre ora avrebbe avuto per lei e anche dalle premure che l'uomo ha per la donna amata, quando in lei germoglia una vita creata dal suo amore. Maria aveva per s stessa la delicatezza del gesto di sua madre e la commozione che le pareva avrebbe dovuto vibrare nell'amore di Cesco.
Ma quanti desider che non poteva appagare! Maria poi ne soffriva e se li rimproverava come colpe: s'era fatta troppo ghiotta di dolci. Intorno a Natale le vetrine invogliavano con mille cose stuzzicanti. Maria vi passava dinanzi a testa bassa, per non patirne la tentazione; perch temeva che il bambino ne dovesse portare poi le tracce. La signora Giovanna aveva rafforzato questa sua credenza, sodisfando e prevenendo ogni suo desiderio di cibi. Per la strada, mentre di fianco le batteva negli occhi, obliqua, la luce delle vetrine, un odore di vaniglia, di cioccolata, le deliziava le nari e Maria camminava svelta per sfuggire la tentazione che prendeva forma, corpo, acquistava un sapore pi penetrante nella fantasia. E che serviva non guardare?
Qualche volta passando davanti alla fila dei negozi, non pensava di trovarvi la vetrina di una pasticceria, e il suo sguardo distratto sfiorava inconsciamente una scatola di dolci, un cestello colmo: e d'improvviso vedeva mucchi di cioccolata, frutta, caramelle, e non sapeva se fermarsi o fuggire. Aveva pochi soldi; e comperare una sola di queste cose sarebbe stato rubare al suo bambino una cuffietta o un poco di stoffa per una camicina. Non era golosa: aveva solo tanta paura che il suo bambino portasse dopo le conseguenze di questi desider violenti che ella non sapeva soffocare. Li ripensava alla notte; e qualche volta ne piangeva e non poteva dormire.
Anche, pensando al suo bambino, si domandava se un giorno sarebbe stato lontano da lei con l'anima e il pensiero e tutta la sua vita, come ella era lontana da sua madre. E la stupiva che tanto affetto non bastasse perch colei che aveva portato entro a s una vita, ne seguisse poi l'albeggiare e i fermenti nei nuovi impeti, nelle irruenze delle fiorite, nelle tempestose reazioni, negli scatti e nelle malinconie.
E pensando al passato, le veniva incontro l'imagine di s stessa bambina; ed ella si curvava sul ricordo, per alzarle il mento, sorridendo, come si fa con i bambini sconosciuti:
Racconta: come ti chiami?
Una mattina mentre Maria, in cucina, riscaldava il caff e latte, il campanello squill. Trasal: ora sempre pi ella credeva che Cesco le avrebbe scritto. Era il marito di Regina. Le portava un pacco per incarico della signora Giovanna che doveva fare ancora delle altre spese al mercato, ma sarebbe tornata presto.
Quando Maria rientr nella cucina, prov uno strano sgomento. Uno spavento folle le inchiod le ginocchia. Cap: erano le acque.
Si sorprese a tremare: un violento tremito al mento; batteva i denti. La sollev, l'anelito della fuga; e in quel brivido arroventato di pazzia, cap l'ansia di un'ala prigioniera e visse il patire che tante volte ella aveva osservato, estranea, nel disagio di sentire una mosca impigliata nei capelli: la pazzia di quel ronzo fitto e disperato, intonato al possente e rabbioso fremito d'ali. Ebbe nel pensiero l'imagine e il raffronto: nitidi. E nell'oppressione che le pesava nelle gambe, sent che quello da cui voleva fuggire lo portava in s stessa. E che non vi era scampo.
Subito ritrov s stessa in una brusca volont di agire; si sorprese anche a dirsi a voce alta: Calma. Calma. Non aver paura. Nel tempo della gravidanza spesso si ascoltava parlare a s stessa a voce alta; e questo le metteva lagrime negli occhi. Anche ora ebbe nel petto un nodo di pianto, buono, che disciolse i sussulti dell'ansia che ancora le serrava la gola. Per l'anticamera balbett: Mamma! e pi sommesso chiam: Mamma mia! Si stup della nitidezza lucida del pensiero che coglieva tutti i dettagli d'intorno; vide una macchia d'unto sul muro e pens che l'avrebbe mostrata alla signora Giovanna perch la pulisse. Parl con s stessa come se fosse un'altra, calma, sorridente, infondendo coraggio a quella che in lei, tremava sin nelle radici con un tremito irragionevole che somigliava a un terrore animale. Adesso si prepara un bel letto per te e per il pupo. Non sei contenta? Arriva il tuo bambino. Allegra! Allegra! Chi sa che occhietti avr!
E sorridendo, aveva una gran voglia di sgridarsi. Si stupiva anche, di non soffrire ancora.
Apr l'armadio (e nel cigolo del legno, sent una voce consueta, amica, che l'incoraggi) ne trasse una camicia di bucato che le scivol di tra le mani; ma come si curv per raccoglierla, una strana pesantezza e come un dolore le si destarono nel fondo della schiena. Allora si butt, vestita, sul letto ancora sfatto e grigio di quella tristezza che ha l'ombra del disordine della notte, sulle lenzuola. E aspett.
Quel contorcimento nel fondo della schiena, taceva. Pi tardi quando la chiave crocchi nella toppa e il passo della signora Giovanna discese il corridoio, Maria la chiam; e le parole dette a voce alta le si ripercossero nel petto. La signora Giovanna sporse la testa dentro alla stanza: e vide Maria, solo quando ne ud la voce dal letto:
Sono qua.
Da giorni la signora Giovanna aspettava il bambino.
Brava! Brava! sorrise. Adesso prepariamo tutto. E pareva s'accingesse ad apprestare la casa per una festa. Ma dentro, le tremava il cuore.
Maria la guardava fare; quel dolore nel fondo della schiena si ridestava, s'avvicinava, ingigantiva come le ombre paurose nella notte, era come qualche cosa di lontano, di soffocato che s'accentuava, si delineava con crescente nitidezza e faceva sentire vicino un che di acuto che ancora non era, ma di cui ella pativa gi nello spavento. Anche, seguendo con gli occhi attentissimi, i preparativi della signora Giovanna e il suo andare e venire dalla camera alla cucina, Maria aveva pi paura di quello che si preparava, che di ci che avveniva in lei.
Un momento solo: scendo da Regina perch vada a chiamare la levatrice.
Non mi lasci sola.
Il tempo di fare le scale. Torno subito.
E quando la signora Giovanna ritorn, trov Maria che sorrideva.
Non vuoi spogliarti? La signora Giovanna le tolse il vestito e le calze. E quando Maria ebbe messo la camicia fresca, le parve di essere bambina, come quando aveva la febbre e la mamma la portava a letto.
(Non voglio aver paura.) E per credere di non aver paura, domandava alla signora Giovanna tante cose indifferenti: dei vicini, del tempo, degli acquisti al mercato.
La signora Giovanna non osava chiedere se sentisse niente, ma seguitava ad andare su e gi dalla cucina alla camera e spiava il viso di Maria; e quando stava di l, tendeva l'orecchio.
La levatrice arriv subito, frettolosa e ciarliera.
Nevica disse e scrollava la testa per schizzar via la neve. Entrando, pi che guardare Maria, osserv tutto d'intorno come se cercasse in uno sguardo esperto, d'ambientarsi. La signora Giovanna parlava molto del pranzo che stava facendo, mentre trovava mille pretesti per affacciarsi ogni momento all'uscio. Tutti quei preparativi, quel far bollire l'acqua, quel disporre per la camera piatti, recipienti, lenzuola e panni, spaventarono Maria.
Perch? Perch? domandava, guardando la levatrice la quale s'era messa un grembiale bianco che pareva dovesse star su da solo, e mostrava le grosse braccia rosse e muscolose, ridendo con soli due denti nel nero sgangherato della bocca floscia, mentre uno sguardo tra il bonario e l'arguto, le sorrideva di sotto la fronte ammorbidita dall'argento che le alleggeriva i molti capelli biondi.
La prima doglia colse Maria quando Vittorina torn dall'ufficio e stava per entrare nella camera: le trafisse la schiena, l'avvinse, la scroll, l'inchiod di spavento.
 il bambino! Su... Su... da brava... balbettava la signora Giovanna, accarezzandole una mano fredda e sudata:  il tuo bambino. Ancora un poco e verr.
La levatrice volle vedere a che punto si era, e Vittorina fu mandata di l.
Vada, vada a pranzare disse la levatrice alla signora Giovanna e quando torna, trover un bel bambino.
Un'altra doglia: Maria si torse, grid, schiacci i lamenti fra le palme.
Un silenzio.
Un'altra doglia; un'altra ancora. Un gran odore di bruciaticcio veniva dalla cucina. La signora Giovanna disse qualche parola fuori dell'uscio; la levatrice, dalla stanza, rispose con voce allegra.
Uno schianto sollev Maria in un urlo inumano; la signora Giovanna entr.
Ancora niente?
Niente.
Ora Maria ricordava una bambola che le avevano regalata gli zii e di cui ella, bambina, non amava n la faccia, n il vestito. Anche se apriva gli occhi, vedeva quella bambola; e questo le dava noia.
Il ritmo delle doglie si serrava, accelerava. (Non voglio gridare! Non grido! No... No... S: grido! Grido! Grido!) Dopo ogni grido, si sentiva un sospiro dietro all'uscio; la signora Giovanna and sulla porta e mand Vittorina in cucina.
Perch non era qui la mamma? Che importava se la mamma avesse saputo! Avrebbe perdonato. Era terribile dover soffrire tanto e non vedere la mamma.
Maria s'accorse che il giorno s'oscurava; e la presenza di Vittorina che a quell'ora doveva essere all'ufficio, la impaur.
Perch Vittorina non  uscita?
Per essere pronta se occorre qualche cosa.
Maria tese un agguato nella domanda:
Che cosa potrebbe occorrere?
Del pollo per fare il brodo sugger il sorriso alla signora Giovanna o del buon vino. Rise: E poi chi sa che cosa vorr avere il pupo; e noi gli obbediremo.
Dovevano essere passate molte ore.
Signora Giovanna: un dottore.
La levatrice intervenne:
Non si spaventi. Io me ne intendo.  una storia un po' lunga, ma prima di sera tutto sar a posto.
Io so che ora !  gi sera. Voglio un dottore.
E la signora Giovanna mand Vittorina dal dottore.
Un silenzio. Dalla stanchezza saliva la nebbia di un sopore buono, un che d'offuscato, di velato, in cui si diffondeva il sorriso della mamma. (Se la mamma avesse saputo che ora nasceva il bambino! Povera mamma.) E in quelle soste, tutte le parole dette prima, e anche tutte le cose ascoltate, parevano lontane, sprofondate nel passato; e il passo del tempo sembrava capriccioso e bizzarro.
Una doglia violenta la torse; ne segu un'altra.
Dottore! Mi salvi lei! (Il dottore entrando, butt cappello e mantello.) Dottore!
Chi veniva dalla strada, portava dentro un odore di vento e d'aria fresca. Un acciottolo veniva a scatti dalla cucina; poi il rumore di qualche cosa che cadde e di vetri rotti.
Dove  andato il dottore? Perch non viene?
Il dottore somigliava a una di quelle figure scolpite nel legno, che il tempo, smussandone i tratti, appiattisce. Sorrideva, affettuoso, bonario, conciliante, ma aveva lo sguardo scuro.
Non voglio morire! Non voglio morire senza vedere la mia mamma e il mio pap. E poi una luce in fronte: Salvi il mio bambino!
Solo allora Maria cap di dover morire e tutta la sua vita s'aggrapp alla sola luce che aveva:
Lo chiami, signora Giovanna, lei  tanto buona. Vada a chiamarlo lei. Non sa? Cesco Telo... l'ingegnere Cesco Tela... L'indirizzo... e le pareva che la via e il numero le sfuggissero perch le doglie inghiottivano pensiero e voce. Voglio vederlo... gli dica... Verr. Vedr che verr.
Il dolore cedeva; un ronzo buono, fosco, saliva e si diffondeva per le membra.
Cesco sarebbe venuto. Un pensiero affior, lucido: ma se Cesco veniva, ella aveva detto il suo nome? Lo aveva tradito? Allora se ella moriva gli altri avrebbero saputo che era lui; e pap avrebbe potuto cercarlo, dirgli...
Non ho detto niente! Ho detto il nome? Signora Giovanna, dica lei che non  vero. Non  lui! Afferr il braccio al dottore: Dottore, mi giuri che non parler... che nessuno sapr... che non faranno niente a lui.
Una doglia soffoc le parole nell'urlo. (Sono parole, parole, dire: essere calma.)
Dottore. E il bambino?
Il pensiero del bambino d una grande calma. Una chiarezza che sta alta sopra il dolore e che diffonde un sorriso nel patire. Maria chiam a s la signora Giovanna.
 andata adesso Vittorina.
Cara... cara signora la lentezza delle parole e del gesto, diceva la fatica; sollev una mano della signora Giovanna, e vi pos la gota che scottava e poi le labbra aride: I primi tempi, tenga lei il bambino... Non pianga... Un giorno, parli lei alla mamma... No, non dica bugie... E che la mamma venga a vederlo. La mamma non lo abbandoner. La mano che stringe il braccio della signora Giovanna dice tutto il dolore, lo schianto di cui le sfugge a tratti un ruggito; poi la voce roca, stanca, implora:
Ma pap non deve sapere.
A ogni strepito nel casamento, Maria sussulta: qualche cosa in lei non affoga nel dolore, ma affiora nelle tregue dal suo sopore, sta alta, vigile; e aspetta e spera: (Verr... Verr.)
Non sente dei passi per le scale? Vada, vada a vedere. Forse c' qualcuno che non trova subito l'uscio.
Solo, d'un tratto, un pensiero sorse dietro il muro sordo della stanchezza: Quando sar morta, il babbo sapr. Perch non sappia, bisogna agire, muoversi, dire qualche cosa; ma per dire bisogna aprire gli occhi e non si pu; perch aprire gli occhi, vuol dire vedere che gli armad sono ubriachi e fanno le riverenze. Se gli armadi si fermassero si potrebbe fare qualche cosa perch pap non sapesse.
Non vede? Signora Giovanna... Lei, lei voglio! Non quella donna. Gli armad, si ammucchiano contro la porta. Non vede? E lui? E Cesco non potr entrare!
(Chi ride?)
Quando Cesco vedr gli armad, non sapr che sono qua dentro. Vada lei.
(La finestra ride.)
E si potrebbe dormire e scendere dormendo per quella strada, se la finestra non ridesse.
Qualcuno  nella stanza. Quel parlare sottovoce le d un benessere che somiglia a un movimento lieve lieve che concilia il sonno. Una nebbia densa invade la testa; ma tutto questo  cos soffice che par di affondare da capo a piedi nella piuma; pare quasi che respirando, l'alito debba alzare la piuma e farla nevicare d'intorno.
Un fiocco s'alza. Un altro; tanti fiocchi.  strano: nevica a rovescio. E i fiocchi salgono librandosi lievi su quella parola; e salendo, si disperdono. Le palpebre pesano, incollate da una nebbia fumosa. Volti, volti sconosciuti.
Ma la voce  buona.
Capelli bianchi. Signora Giovanna. Ritrovare un nome conosciuto che sfuggiva al pensiero come una palla liscia che correndo su una superfice inclinata, sfugge sotto la mano,  come poter respirare. Dietro a lei c' un lungo cammino. E ancora non approda.
Da una parte del letto, su dalle lenzuola affiora il viso di Vittorina; dall'altra parte, i capelli bianchi della signora Giovanna. E Maria non si domanda perch quei volti siano cos bassi. La signora Giovanna muove le labbra, ma la voce arriva da lontano.
Vittorina, abbassa le tende.
Il viso di Vittorina sale dalla sponda del letto e scompare.
Veli. Lembi di veli che si sfaldano nel fioccare lieve e silenzioso della piuma. E sempre nevica a rovescio. Scampanii lontani, nel bianco. Lievit. Onde impercettibili; e un disciogliersi aereo.
Subito dopo il pranzo, Maria usc. Era il primo giorno che usciva; la signora Giovanna insisteva per accompagnarla; Maria non volle:
No, guardi, sto un momento. Tanto che imposto la lettera per la mamma e le strinse la mano. Un'ombra che voleva essere un sorriso, le pieg le labbra: Non ci voleva che lei, questi mesi, per imparare a imitar la mia scrittura.
La signora Giovanna si scherm: fa cos sempre, quando le dicono grazie; e non  civetteria.  di quelle persone che a sentirsi dire grazie, ci soffrono; come se questa parola distruggesse la contentezza di aver fatto del bene.
Vittorina che  puntualissima, quel giorno ritardava di andare all'ufficio.
Se mi aspetti, grid dalla camera a Maria si scende insieme.
Quando erano gi sul pianerottolo, la signora Giovanna le rincorse con un bicchiere in mano.
Tieni Maria... Un sorso:  marsala vecchio. Ti far bene. La mia nonna, raccontava la mamma, quando lei era convalescente, le dava un goccio, prima di uscire e poi che Maria scoteva la testa con quel che di assente che da due mesi le metteva negli occhi una stanchezza opaca, preg: lo fai per me.
E Maria butt gi qualche sorso.
Davanti al portone di casa, Vittorina salut Maria e corse avanti per raggiungere il tram all'angolo della via.
Una nebbia dolce, come d'argento, filtrava l'azzurro tenue del pomeriggio. Febbraio era mite; nell'oro pallido del sole si sentiva una promessa di primavera: non l'oro violento sull'azzurro terso, quasi duro, del cielo d'inverno; ma nell'aria, come un ammorbidirsi, un intiepidirsi, un sorridere velato dell'azzurro che scende, s'avvicina a rallegrare gli alberi e le cose, nella promessa del rifiorire.
Maria sente la bont che  nell'aria, ma ne ha il cuore grosso: soffre come una donna sfiorita e tradita, che legge lettere d'amore ricevute in giovinezza e sente che non sono parole dette a lei.
Sui banchi del viale che mette tra la strada e i casamenti una parentesi di respiro, siede qualche vecchio con le mani riunite sul pomo del bastone e la testa affondata nella stanchezza delle spalle; e volge in giro gli occhi infantilmente chiari e attoniti, tra il gonfiore rosso e lagrimoso delle palpebre nude, masticando tra le sbavature delle labbra, con il taglio osseo delle gengive, parole senza voce: tremiti di ricordi, forse preghiere.
Sui banchi siede anche qualche donna giovane: gli occhi perduti nell'azzurro oltre i colli brulli che qualche casolare rallegra di bianco, le mani vigili sulla rapidit monotona dei ferri, mentre un piede d il ritmo alle ruote d'una carrozzella in cui un bambino dorme.
Infanzia e vecchiaia: due debolezze che si godono il sole.
Sul viale qualche bambino infagottato, pesante nel passo e nel gesto, scopre e raccoglie le varie meraviglie di cui la ghiaia  ricca. Maria si ferm a guardare un bambino che aveva occhi e capelli scuri. Pareva solo. Forse sua madre sedeva a quel banco laggi; o forse quel vecchio che svoltava lento e attento, una carta, era il nonno.
Le pareva che cos sarebbe stato il suo bambino. Ma quando il bambino s'avvicin, vide che suo figlio sarebbe stato diverso. E si scopr nel cuore una diffidenza verso tutti i bambini che mettevano sul viale colori d'aurora. Ricord quando da bambina era convalescente e usciva al sole nel pomeriggio. Sarebbe stato bello, poi con gli anni condurre il suo bambino a respirare al sole d'inverno; e pensare alla casa, senza tristezza. Allora la mamma gioisce con lui delle prime gemme e vive le stesse curiosit di lui: ridiventa bambina; c' in quel suo ringiovanire la fanciullesca gaiezza con cui sta sulle ginocchia per farsi piccola quanto lui, quando gli parla; ed ella gi pensa alla casa, poi all'ora del sonno, alla preghiera a Ges bambino (per la mamma e anche per il pap, per il pap lontano che non ha voluto il figlio, ma che pure  sempre il pap), alle lunghe serate sotto il lume quando il bambino dorme e la mamma, nel fargli i vestitini, mette nelle dita tanto sorriso e tanto tepore di pensieri che al vestitino piccolino che le esce di tra le mani, ella dice: buona sera e fa una riverenza buffa, come quando giocano insieme la mammina e il bambino.
Mentre camminava Maria si distraeva pensando a quello che avrebbe risposto al suo bambino, se le avesse potuto domandare di suo padre; poi tutto questo le diede un grande senso di solitudine. Il bambino, ora, vedeva, giudicava suo padre? Un bambino che non  nato, che  scivolato, silenzioso, dalla speranza nell'ombra, mantiene anche lass la sua innocenza e la bianchezza del non sapere? O la sua piccola anima randagia riceve la luce di lass e ne  tocca; e ne splende e giudica e vede? Iddio avr messo nell'anima del bambino senza padre, la chiarezza del perdono. E pensare che l'anima del bambino perdonava, le alleggeriva la sua pena. Ma anche sentiva che il pallore tepido del pomeriggio invernale era inutile, perch ella non vi traeva che un desolato senso di solitudine. E inutili erano quelle mele rosse e gialle nella vetrina di fronte, dove un bambino schiacciava sul lisciore del vetro, il naso e le piccole dita. Inutile, quel raggio di sole che accendeva d'un riflesso fulvo il tronco di quell'albero; e inutile anche il saltello gioioso di quel passerotto torno torno una foglia che pareva caduta da poco: rimasta l, fra i rami, chi sa, forse dall'autunno, per dire la tristezza del disfiorire; caduta ora, poich sospinta da un albeggiare di primavera che gonfia misteriosamente di tepore l'alito dell'inverno stanco, perch al posto del suo dondolo malinconico, inturgidisca una speranza di verde. Come ella avrebbe gioito della primavera che insinuava un fremito ancora soffocato, in questo dilatarsi che era nell'aria, se avesse avuto il suo bambino. Ma bisogna pensare che il bambino c'. E quando ella torner e la signora Giovanna verr ad aprire, di sull'uscio le domander: Cesco  stato buono? Ha pianto? La sua mamma arriva! La sua mamma. E non c' che una culla vuota. Anima senza voce. E un nome che il bambino ha lasciato, senza toccarlo con le piccole mani.
E sulla tristezza di quella solitudine affiorivano i ricordi dell'infanzia lontana: i pomeriggi d'inverno, lucidi di sole, in cui ella usciva con Nonna Maria e pregustava per la strada, il ritorno al tramonto, nella grande casa tepida, risonante di echi.
Camminavano insieme, la Nonna giovane e la bambina. Una sottana ampia, lunga, di seta frusciante, scura e una mantellina su cui correva una arricciatura lucente, disegnando fiori e tondi; e il cappellino legato sotto il mento. E su tutto quel nero, il suo sorriso. Nessuno sa sorridere come sorrideva Nonna Maria.
Ora Maria camminava lenta, sfiorando tutto con la stanchezza triste del pensiero. E d'improvviso sent che dovunque, ella sarebbe stata forestiera: dalla signora Giovanna che non intendeva il rallentare che ogni giorno metteva in lei, e voleva distrarla con le voci di tante cose che possono aver vita e colore, solo se ricevono luce dalla speranza. Forestiera nella sua casa che aveva conosciuto il suo passo lieve; le pareva che la soglia, le pareti, le cose e anche i suoi alberi, anche il ciliegio, l'avrebbero guardata con diffidenza quasi nemica: Chi sei? Abbiamo conosciuto il tuo riso. Quella fronte pensosa non  la tua, su cui la tristezza si diradava come le nuvole al sole di primavera!
Perch rivedere con altri occhi le cose passate, vuol dire sentirsi estranei, lontani, fra voci e volti conosciuti. Pens agli alberi del giardino, dell'orto, dei boschi e le pareva che quei vecchi amici non l'avrebbero pi voluta fra loro. Troppe cose erano state. E forse ora, ella non avrebbe capito le loro parole. Ora Maria si sentiva pi vicina agli alberi nudi del viale, che pativano il respiro della citt, reggendo con la magrezza deserta dei rami stanchi, un echeggiare di ricordi verdi nella libert distesa dei boschi; e sognavano ventate, nidi, trilli, voli, canzoni che animavano un tempo il frusciare della loro gaiezza, come lei ora, si volgeva a guardare il ricordo, di s fresca e fiduciosa, e sognava il saettare delle speranze.
E accompagnava con il pensiero la lettera per la mamma: la lettera che sarebbe sbucata dalla tasca del portalettere, per passare di mano in mano, dalla fattora alle donne di servizio ed entrare nella casa di cui il ricordo ora l'occupava tutta. A quest'ora la mamma sorvegliava le donne o metteva negli armad le file alte odorose di bucato; e il babbo andava per i campi battendo gli stivaloni nell'erba: la pipa fra i denti e un pensiero negli occhi e nel cuore. L'una e l'altro pensavano a Maria.
A quest'ora il sole metteva oltre le vetrate della porta di casa, i triangoli rossi e verdi. Ma tutto questo era lontano. Maria sentiva che bisognava scrollare quella stanchezza pigra; ma anche sentiva che al contatto del suo pensiero, ogni cosa si sfaldava in una lenta monotonia che s'adagiava nella pigrizia. Soltanto il pensiero di dover salire i quattro piani di casa le pare una fatica; o forse non  che debolezza. Che oppressione dover rientrare in quel casamento che sa di povert e di pettegolezzo, di muffa e di odor di gatto e che solo su per le scale, in alto, si rallegra al pensiero del sorriso della signora Giovanna e delle finestre che guardano sui giardini pubblici.
Il portalettere entrava allora nel portone. Maria lo raggiunse dentro e lo sorprese mentre sceglieva la posta nel suo pacco; attento e affaccendato. Quando gli fu al fianco, la speranza infantile che le stringeva la gola d'ansia e l'aveva tutta percorsa di tremore, s'oscur. Non gli domand nulla. Era fanciullesco pensare che Cesco avrebbe scritto: Vittorina quando era andata da lui quella sera e aveva saputo che egli era in viaggio, aveva pure lasciato il suo indirizzo. Ma forse Cesco era tornato appena; e gli avevano detto di quella sera.
Una lettera? Anche bastava una cartolina, una parola; solo vedere i suoi caratteri e cercarvi un poco il gesto della sua mano e quel suo atteggiamento sdegnoso e ironico in cui ancora ella crede di sentire di che cosa  fatta la superiorit di lui.
(Ma dovr amarlo ancora? Anche se egli non mi ama?)
Berardeschi? Il portalettere sput sull'indice e il pollice della destra e a una a una guard le lettere. Niente e, guardando intorno, borbott bonario, fra i baffi gialli di tabacco: Anche la portinaia  uscita con il bambino a prendere il sole. Poi di sotto al berretto, le sorrise dietro gli occhiali: Verr domani.
E Maria sent che nel fatto che il portalettere sarebbe venuto domani e tutti i giorni, c'era come una promessa; e per le scale pens che quello che oggi le pareva una speranza fanciullesca, domani poteva essere una realt; e per saper attendere, si consol con un pensiero: imagin che un giorno avrebbe incontrato Cesco. Non sapeva n quando n dove: l'imagine non era chiara che in questo: ella stava fra molti uomini, egli era solo e la guardava; ed ella gli passava accanto senza guardarlo e sentiva alle spalle i suoi occhi ansiosi, toccarla, e l'ansia gelosa di quello sguardo, investirla, scrollarla. Avrebbe saputo non voltarsi per dargli il suo sguardo e il suo sorriso? La sodisfazione che ella aveva avuto prima dall'imaginare questo, ora diventava pi profonda e s'ammorbidiva nel pensiero del perdono. Vedeva Cesco cercarla, seguirla, supplicarla:
Maria... Maria... E poi avventarsi tra lei e gli altri: Non mi ascolti? Ella ne incontrava lo sguardo supplice e insieme violento: Ti voglio bene. Non ho voluto bene che a te.
Non sapeva se egli lo dicesse a lei od ella a lui; ma quelle parole li avvicinavano: erano fra loro. E quando ella le disse a voce alta e le sent nel silenzio della sua camera dove la sera s'insinuava nella penombra, accese il lume. Ma quel pensiero era in lei ed ella vi tendeva la sua stanchezza con un grande bisogno di perdonare.
Maria non aveva ancora veduto Pietruccio. Tutte le volte che passava davanti alla portineria, se udiva la sua vocetta dentro, affrettava il passo che subito rallentava per le scale, perch ancora le gambe non la reggevano. Ma Pietruccio che ricordava i giochi con la signorina, un giorno quando di tra l'uscio socchiuso, ne sbirci la veste, verso la scala, apr la porta e la chiam tendendo le manine; e poi che Maria continuava diritta, senza voltarsi, la rincorse:
Frmati, signorina. Vieni. Aspetta che ti faccio vedere una cosa.
Regina apparve sulla porta:
Lascia la signorina. Non ha tempo.
E Maria scapp su per le scale. Era tanto stanca; e la signora Giovanna che sapeva la sua tristezza, tentava in mille modi di scoterla da quell'apata che le pesava nell'anima e la metteva ore ed ore in una poltrona, con gli occhi assenti e le mani supine. Maria non ascoltava; fissando il cielo, le pareva che gli occhi le si empissero d'una bianchezza pesante, fondendosi con la nebbia della lontananza in cui si perdeva lo sguardo: e sentiva che la lontananza sbiadiva i contorni delle cose, ne offuscava le linee, ne annullava i colori e si confondeva in un senso di somiglianza con la pigrizia che le smemorava il pensiero. E le pareva che le pupille le si sciogliessero in trasparenza.
La signora Giovanna che sentiva di giorno in giorno crescere in lei questa inerzia che le invadeva anche l'anima e il pensiero, inventava mille pretesti per occupare Maria con i lavori di casa. Un giorno la preg di contare il bucato con la lavandaia:
Bada che  una ragazza svelta di lingua e di mani. Quando conta la roba, sta attenta che non ti imbrogli.
Maria per accontentare la signora Giovanna, si sforzava di stare attenta; seduta su uno scanno in cucina, guardava la ragazza intenta ad ammucchiare la roba da lavare, in un fagotto. Neppure la volont riesciva a scrollare l'inerzia del pensiero; e una cosa semplicissima le parve cos difficile che ne aveva la testa dolente e il petto oppresso: in che modo la ragazza l'avrebbe imbrogliata? Se prendeva due pezzi e ne contava uno solo o se ne contava due e ne prendeva uno? Bisognava sorvegliare il suo gesto o la sua voce? Perch sorvegliare la rispondenza dell'uno nell'altra, l'affaticava troppo. Era tutta sudata e affannata per la fatica.
Solo un giorno una voce di bambino la scosse da quell'apata. Per la strada, un giorno di pioggia, verso sera, tra il riflesso dei lumi che guizza [...](1) solo che correva piangendo, sgusciando tra la gente che s'arrestava a guardarlo; qualcuno lo chiamava.
Maria non poteva correre, ma accelerava il passo e ansando, lo chiamava: Frmati, bambino!
Camminava senza guardare dove metteva i piedi; l'acqua le entrava nelle scarpe. Aveva il fiato grosso:
Non correre!
Il bambino fuggiva.
Perch piangi?
Ebbe paura che si perdesse tra la gente e alz la voce:
Bambino! Non correre! Ascolta!
Il bambino, scendendo dal marciapiede, inciamp; e Maria che lo raggiunse, lo rialz e vide una faccina rossa e lagrimosa che nel pianto appariva una comune faccia di bambino. Mentre si stropicciava gli occhi con le manine sporche e le lagrime gli scendevano, grigie, per le gote, il bambino singhiozzava:
Mamma...
Perch piangi? (Il bambino si dibatteva chiamando la mamma.) Dov' la tua mamma? Se mi dici dove sta, andiamo da lei.
Egli addit un punto, tentando di fuggire; ma ella lo teneva stretto con un braccio intorno alle spalle, inginocchiata nell'acqua, sotto la pioggia: l'ombrello capovolto da un lato, che accoglieva nel cavo, il picchietto fitto della pioggia e il cappello che le scendeva sulla nuca e l'acqua che le gocciolava nel collo dentro al mantello. Poi lo segu a fatica tenendolo per mano e il bambino che correva sotto il muro, imbuc una strada silenziosa in cui due file di lampioni ai lati, pareva si toccassero nel fondo; e sempre chiamava:
Mamma!
Quando si ferm davanti a una bottega, prima che Maria aprisse la porta, l'uscio si scost e una donna grid di sulla soglia: Carlo!
Il bambino quando l'ebbe vista, le si butt con il viso nel grembiale, abbracciandole le ginocchia; e singhiozzava. La donna tentava di staccarlo da s e gli palpava la testa e le braccia:
D a mamma tua... d... che ti hanno fatto?
Nella panetteria non c'era che un ragazzo che sbadigliava. Dentro, la donna sedette su uno sgabello dietro al banco e ascolt il bambino che raccontava di due ragazzi grandi che l'avevano picchiato e poi che egli chiamava la sua mamma, gli avevano detto che avrebbero picchiato anche lei. Egli aveva avuto paura che fossero gi venuti; per questo correva tanto.
Maria aspettava in piedi.
Grazie, signora le sorrise la donna che aveva il bambino in braccio e stava curva sotto quel peso, mentre la sua fatica spariva nel sorriso che ogni madre ha negli occhi quando la sua voce rasserena il bambino. E mentre con l'altra mano accennava a voler toglierle il fango dal mantello, domand:
Anche lei ha un bambino?
Allora Maria si volse e infil l'uscio.
Per la strada sent che sotto il mantello, sul seno, la veste era tutta molle di pioggia: e le pareva che fossero le lagrime del bambino.
La sorella le scrisse poche righe; e mand con la serva il telegramma del babbo. Maria part con Anna e Pietro alla sera. Fra le lagrime l'incontro con Pietro non fu ostile. Non c' niente come il dolore, di fronte a cui gli uomini sentono la loro piccolezza, per far cadere gli od.
All'arrivo, la mattina, nessuno era alla stazione. Andarono direttamente in casa dello zio Alberto con cui abitava la Nonna.
La mamma li accolse in anticamera; tese le braccia a Maria poi ad Anna. Anche Giacomo era arrivato. Erano venuti tutti da lontano: gli zii con le mogli e i figlioli e anche i figli dei figli.
Maria vide il babbo, in piedi, presso la finestra; egli non sapeva che Maria fosse arrivata.
Pap! E il babbo singhiozzando, l'abbracci; le faceva pena, tanta pena, vedere quest'uomo vecchio che piangeva sulle sue braccia e le bagnava di pianto le gote e i capelli. Piangevano abbracciati e il babbo singhiozzava: La Nonna... La Nonna... e balbettava parole rotte, mentre la mano di Maria che gli batteva lieve le spalle, pareva sciogliesse il suo dolore in quel pianto. Non aveva pianto ancora il babbo; e ora ritrovava quel bene, nel rivedere Maria.
Uno a uno, gli zii, i cugini, vennero a salutare Maria; e fra tutti questi parenti che vivevano lontani ed erano tanto diversi e quasi estranei fra di loro per usi e per idee, c'era un'intesa silenziosa che scioglieva le barriere della distanza: si ritrovavano tutti intorno al tronco da cui le loro esistenze si erano diramate incontro al sole; e tutti sentivano che una grande voce li univa: la famiglia. E i ragazzi si sentivano buoni; e tutti sentivano la falsit delle ambizioni, delle piccole cattiverie, delle ipocrisie e delle parole su cui gli uomini fanno la loro vita; e a tutti pareva che avrebbero saputo vivere semplicemente poi che avevano imparato qualche cosa che non sapevano che fosse ed era come una ricchezza di profondo sapere che la loro mamma, andando, aveva loro lasciato, quasi che volesse con tutto, donare qualche cosa ai figli: sempre donare.
Alla sera, lo zio Alberto che era il figlio pi vecchio, port nella sala da pranzo una scatola della Nonna. Sedevano tutti intorno al grande tavolo sotto il lume: i figli, i nipoti e i figli dei nipoti. Lo zio Alberto mise la scatola sulla tavola (era una scatola di cartone) e l'apr; gli tremavano le mani. Pareva pi vecchio, questo zio tanto vecchio che aveva nella voce, a dire: mamma, un pianto di bambino. Faceva pena. Con le dita tremanti trasse dalla scatola una spilla di mosaico di Venezia e la mostr sul palmo della mano.
Guardate, il solo gioiello che aveva guard in alto, e pareva quasi che non fosse triste:  stata una grande donna. Sola, con otto figli da crescere; ed ha saputo farne otto uomini. Se oggi noi siamo quello che siamo, lo dobbiamo a lei che ci ha insegnato a portar alto il nostro vecchio nome, dovunque. Tutto per gli altri, diede tutto ai figlioli...
A ogni parola pareva che la voce gli si rompesse; butt le braccia sulla tavola e vi nascose il viso. E tutti: i figli, ma sopra tutto i ragazzi, ebbero nell'anima un silenzio che aveva la solennit d'un rito. E ciascuno sent di che cosa  fatta un'aureola.
Cos la tristezza di Maria s'insinu, inosservata, in quella tristezza.
...
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PARTE SECONDA.
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PIET.
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Che lentezza esasperante avevano i giorni! Pareva che le ore sonnecchiassero pigre e dispettose, che s'impuntassero, s'arrestassero, imprigionassero il tempo in un cerchio d'inutilit. Poter risorgere, scrollare l'apatia grigia che s'addensa e sale da ogni pensiero: sentir scattare dentro, l'ansia e quel senso di fresca forza che d ogni idea che sprona l'attivit e par rimetta in movimento il meccanismo pigro del tempo che s'era fermato.
Poter muoversi! Una smania di muoversi: e allora Maria girava per la casa, usciva nel giardino, nell'orto, nel bosco; e le pareva che il suo camminare sospingesse, mettesse in moto il tempo; ma anche le pareva che le ore si muovessero appena; e non sentiva che il peso della stanchezza che afflosciava sulla lentezza del tempo. Cos, anche ogni gesto le sembrava inutile perch ne derivava un'apatia pi profonda. Un senso d'ombra la invadeva tutta; e il pensiero che nella sua irrequietezza illumina tutte le cose nell'anelito della speranza, ne era offuscato, smussato: da quel potente inarcarsi che era stata la sua forza, ora anche il pensiero rallentava, stagnava, diventava un lento logoro che restringeva il cerchio del suo slancio intorno alle cose vicine e ne ingrandiva i tratti, per avere un pretesto di sostare (pur rodendo infaticabilmente), per non dover sostenere la fatica di un volo alto.
Tutto il giorno Maria aspettava qualche cosa; e non sapeva che cosa; si metteva ad aspettare alla mattina e fremeva della lentezza del tempo che non l'avvicinava cos rapidamente come ella avrebbe voluto, a questo qualche cosa che ella aspettava. S'affacciava nel suo aspettare, un segreto tremore che somiglia alla speranza dell'indomani, non rivelata: quella che si crede curiosit, irrequietezza, e non  che un promettere istintivo e inconscio: domani, domani...
Questa, era una giornata.
Una serie di giornate tutte eguali, infilate l'una nell'altra come le maglie d'una catena; e che si succedevano automaticamente, senza che il loro respiro si dilatasse a cogliere un alito nuovo. Solo che a traverso il sovrapporsi delle loro faccie identiche e sbiadite, giungevano il tepido respiro dell'estate, il rabbrividire autunnale, le ventate dell'inverno e il fresco, odoroso alito della primavera.
Era passato un anno, silenziosamente.
Qualche volta Maria tentava di dare forma alla sua ansia. Una lettera? E di chi? Se lo domandava, ma sapeva che la lettera era di Cesco. Di questa lettera ella godeva solo al pensiero che non vi avrebbe risposto; e si figurava l'ansia di lui che aspettava la risposta; e gi quel pensiero cresceva, prendeva corpo ed ella quasi sapeva che la lettera sarebbe arrivata e si stupiva che non arrivasse oggi. E si diceva: domani; e l'indomani seguitava a dire: domani; e non si stupiva che questa parola dicesse un'imagine vicina che con le ore, non si spostava nella sua distanza dall'oggi, ma neppure s'avvicinava con l'andar dei giorni, per diventare un presente, e manteneva un margine esatto sospeso sull'ansia, e pareva si muovesse avanzando con il passar dei giorni, senza che questa distanza (la quale per uno strano riflesso illogico o per l'essere confusa con le nebbie del futuro, costituiva la sua precedenza sull'oggi) s'accorciasse n s'allungasse, ma pareva fosse legata in capo all'oggi per precederlo come un lume sul suo cammino. Ne aveva l'angoscia che si ha tendendo le mani nel sogno, verso qualche cosa che nell'attimo in cui la mano la raggiunge, sfugge, attirando in una corsa folle, la nostra volont di conquista.
(Non gli risponder.) Che la gioia di questa lettera fosse soltanto nel non rispondere?
Cesco le avrebbe scritto che pensava a lei e che voleva vederla. E tanto Maria ci credeva, che era come se la lettera fosse gi arrivata. Solo che non vi poteva rispondere. Perch ora sapeva che gli avrebbe risposto.
Come poco a poco la riprendevano le voci della casa! Ma come, in quelle voci, ella trovava una dissonanza fra le sensazioni d'un tempo e quelle di adesso. Una stessa voce parlava ora diversamente alla sua tristezza: c'era nel suo dolore d'un tempo, quasi una speranza che la premeva verso il domani; mentre la sua tristezza ora, non era che un supino adagiarsi nell'indifferenza.
Qualche volta pensando a una giornata che era finita, Maria non vi trovava che l'eco di una pigrizia indifferente; e le pareva strano che le ore fossero trascorse nell'ozio. E pi le pareva strano che ella non si fosse accorta di non fare niente; e allora si proponeva di fare qualche cosa l'indomani. Che cosa, non sapeva. Ci sono tante cose da fare in una casa, ma appunto perch sono tante e si sa di non poter farle tutte, si pensa che non vale la pena di fare niente; il gesto s'affloscia e nel sentire l'inutilit delle cose, anche la volont sbiadisce, cede.
La primavera era pigra e velata.
Ieri con la pioggia, l'olmo portava appena qualche speranza di verde; oggi gli sono sbocciati sui rami tremolii gialli di germogli cos giovani e freschi nel sole, contro l'azzurro giovane del cielo. C' nell'aria un senso di freschezza che allarga il respiro in una vastit di gioia. Ancora l'altro giorno, i rami erano spogli e scuri; oggi portano come faville di sorriso. Timidi sorrisi. L'olmo, alto, fresco, contro il vecchio cipresso, pare un grande fanciullo ridente che, teso verso l'azzurra promessa dell'infinito, sorge nello slancio gagliardo della speranza, accanto a un piccolo vecchio scuro il quale, scotendo la testa, guarda le vecchie foglie che stanno al suolo.
E pure anche sotto la pioggia, gli alberi hanno aspetti diversi o forse vi si vede riflesso l'avvicendarsi della propria tristezza e del proprio sorriso. Maria vive vicina alla vita degli alberi. Cos fiorito di un giallo tenero tra cui appare le secchezza dei rami, l'olmo aveva un sorriso di convalescente, fatto di stanchezza, di bont e di malinconia; e faceva pensare a un bambino debole che bisognava proteggere. Guardando dinanzi a s, Maria pensava che vi erano ancora tanti giorni da vivere e sentiva che erano troppi; ma ricordando il passato, vedeva che pure dietro a lei stavano tanti giorni vissuti; e si domandava dove aveva trovato la forza di viverli. Questo l'inquietava: gli alberi sarebbero fioriti di verde tante e tante volte; ed ella avrebbe dovuto trascinarsi nel rosario dei giorni ed aspettare. Maria misurava il tempo nella vita degli alberi: perch ogni albero mettesse le gemme, le schiudesse e fiorisse e portasse foglie e fiori e frutta e poi ingiallisse e avvizzisse e si sfogliasse, ci voleva tanto tempo. Come poteva ella aspettare che gli alberi fiorissero, sfiorissero e rifiorissero? In questo rinnovarsi della terra, c'era il ritmo del tempo: la greve, lenta, catena dei giorni.
Niente l'attirava. Solo qualche volta, ora, sostava allo specchio; e si vedeva bella. E ne era triste, perch anche questo era inutile. Ma si scrutava il viso per vedere di scoprirvi qualche piega sottile agli angoli della bocca e intorno agli occhi; e stava delle ore a guardarsi e tentava di vedere nello specchio come ogni ora la invecchiasse e le rapisse faville di giovinezza, cos come da bambina e qualche volta ancora adesso, ella guardava sull'orologio il rapido andare delle lancette che segnavano i minuti, e con la fissit attenta dello sguardo, voleva vedere l'impercettibile movimento degli attimi, che le sfuggiva. E come allora guardando l'orologio, ella si perdeva nei pensieri, e si ritrovava pi tardi (come se si fosse addormentata a una riva e risvegliata all'altra riva, senza poter ricordare quello spazio vuoto di pensiero), sorpresa di vedere che la lancetta dell'orologio aveva camminato senza che ne avesse scoperto il movimento, ora ella si ritrovava allo specchio con una ruga fonda tra le ciglia, e si stupiva che il tempo l'avesse sfiorata, derubandola impercettibilmente, senza che ella se ne accorgesse. E le pareva d'essere vecchia. In fondo a questa tristezza scopr come l'eco di un'ambizione, una volont di essere bella: e se ne rimprover.
Poteva una donna cui era morto un bambino, ancora pensare a questo?
La pioggia, intanto, ammorbidiva di verde la campagna soffice e chiara; e nel fermento della terra saliva in un aspro odore di freschezza, il soffio del risveglio che ha balenii di sorriso, tra il vibrar delle ciglia ancora socchiuse e grevi di un silenzioso polvero di sonno. Pure Maria sentiva che la pioggia di primavera  triste: primavera deve sorridere. Le giornate di pioggia, di primavera, hanno l'aria di un'infanzia senza gaiezza. Gli acquazzoni sono diversi ch scrosciano, avvicendati da lampi di sole che irrompono tra le nubi rotte e incalzate dal gioco del vento giovane e ridanciano: hanno la volubilit dei bambini che dal pianto passano al riso, in un batter di ciglia. Sulle gote dei bambini le lagrime sono come la rugiada. Primavera  giovane; gi donna, nei bisbigli, nella mollezza tepida, ma fresca, impetuosa, infantile, canora: un'adolescenza che si inturgidisce d'una promessa di giovinezza mentre ancora ha nel riso, la squillante allegria dell'infanzia.
Primavera irruppe poi, violenta di sole e d'ardore; e d'intorno era tutto un fiorire, un vibrare. I giorni diventavano lunghi; e in ogni cosa sbocciava un germoglio e i viluppi si sfogliavano lenti, cadevano: e ne emergeva un caldo riso di vita. Allora la casa silenziosa le apparve pi tetra; perch dalle cose nel sole, s'alzava una voce buona; e Maria sorrideva ai fiori e alle cose e le pareva di fiorire con loro. Parlava agli alberi ed ai fiori come a bambini, con una voce materna: una voce che a poco a poco si rischiar. Anche ella fioriva.
Affondava nell'erba e chiudeva gli occhi; e si sentiva bella. Sentiva la propria bellezza salire a onde incontro al sole e diffondersi e confondersi al raggio di sole, che scendeva su lei in una nebbia dorata. E avrebbe voluto spogliarsi. Udiva alle spalle, delle voci sonore, maschie, di cui una diceva il suo nome; balzava in piedi, sbigottita: si volgeva a guardare, ma nei campi ebri di sole, non c'era nessuno. Pure l'eco di quella voce maschia era in lei e le ripeteva il suo nome, tenace, avvampante, nel silenzio delle sue notti. Allora Maria pens che un altro uomo avrebbe potuto amarla. E questo pensiero le parve una grande colpa. Ma come il pensiero ritornava e s'era fatto assillante, s'abitu al suo volto che portava un sorriso nella sua vita e lo accolse come un compagno; e quando non se lo ritrovava alle spalle (perch questo pensiero sorgeva sempre in lei nell'atteggiamento d'inseguirla, poi che anche cercandolo, ella aveva istintivo l'atto di sfuggirlo) lo invocava; e cominci a voler sentirselo accanto come un amico con cui si cammina tenendosi per mano, senza parlare, cullati dal suono del suo passo, protetti dalla forza che viene dal sentirselo accanto.
Era lui che ella trovava curvo sulla sua pena, nei risvegli; era lui che le parlava nella solitudine delle sue giornate; era lui che alla sera le diceva parole sorridenti. Qualche volta non parlava con lui, ma per essere contenta, voleva sentirselo vicino, come il bambino che cammina accanto alla mamma e di tratto in tratto si volta senza parlare e le sorride, per poter sentire nella luce di quello sguardo, l'ala della bont che lo protegge.
Lui? Un pensiero: l'amore.
In quel pensiero il suo bambino non era con lei; e le pareva che il pensiero si mettesse fra lei e il bambino e glielo nascondesse.
E si rimproverava di parlare agli alberi ed ai fiori con la voce con cui un tempo ella parlava al suo bambino. Allora sorgeva in lei un'ansia di respingere quel pensiero che le nascondeva il volto del bambino e soffocava in lei quella voce di bambino, cui ella dava l'anima del suo dolore. Ed ella cominci a confondere il volto del suo bambino con quello della sua tristezza; e quasi non s'accorgeva che ella tentava di svincolarsi da un'imagine che si profilava, sorgendo da una bruma autunnale, con due ali cupe di rimprovero, mentre quel pensiero chiaro e forte, le tendeva una mano salda e la sospingeva lentamente verso una via che scendeva tra i fiori al sole.
Ma era lei quella che voleva staccarsi dall'altra, la madre, e lasciare la donna triste, vestita d'ombra e con la voce di pianto, sola e dimenticata; e voltarle le spalle e ritrovarsi giovane e leggera, con un'ansia di volo che le incalzava, frullando, le caviglie e con il petto gonfio e dilatato di speranza?
Una mattina di sole, mentre si vestiva, s'accorse che cantava. Ammutol d'improvviso. L'altra, quella che aveva il suo nome e portava la sua pena d'un tempo, chiusa nell'ombra che era come l'alone del suo dolore, le si rizz contro e le disse una parola aspra.
Ella pieg la testa; ma sent sulla nuca un raggio di sole che irrompeva per la finestra aperta. Tra i rami era tutto un volo di uccelletti. Due passeri si rincorrevano a piccoli voli, a piccoli saltellii, di ramo in ramo. Maria sporse il petto gonfio di sospiri e pens con un senso di respiro, che gli alberi avrebbero portato le prime gemme ogni anno; e in questo sentiva anche per lei una promessa. Ora non la sgomentava il pensiero di tanti giorni che ella aveva dinanzi, quasi le sembravano pochi, perch il sorriso che le inturgidiva il petto voleva dilatarsi in un senso di vastit. E anche, volgendosi indietro, le pareva che il passato non fosse che l'eco di un passo nella polvere, di cui un vento primaverile cancella le orme.
Un giorno si spogli davanti allo specchio e si guardava. Era bella.
Sent d'amare il suo corpo con la stessa gioia con cui amava i fiori della primavera; e soffriva che nessuno la vedesse; e sentiva la sua bellezza come una fioritura inutile, come una finestra fiorita che aveva veduta un tempo nell'ombra d'un cortile e che sarebbe sfiorita cos, senza donare quella freschezza.
Si scrutava i fianchi che erano agili e forti e le spalle di cui amava la curva e il colore tenue. La maternit non l'aveva sfiorita, ma appena sfiorata; aveva solo dato al germoglio, una freschezza pi rigogliosa di fiore. Quando ella pens al suo bambino, subito si copr. E si sent colpevole. L'altra, quella che portava la sua pena, taceva; ma quel silenzio era pi che un rimprovero.
Le cime degli alberi del giardino devono essere gelose di quelle alte, che sembrano toccare il cielo, in vetta al colle. Che segreti d'ombra, che fruscii di parole, nel folto delle foglie! Si ascolta quasi con il cuore ansioso d'essere colti in fallo. Pare che tra le foglie, la tenuit del cielo segni una trasparenza che s'alleggerisce verso i rami alti, per aprirsi in una vastit d'infinito. Chi sa dove vanno quelle nuvole. Le nuvole parlano fra loro? Le nubi piccole e bianche, devono temere i nuvoloni. Anche gli uccelletti hanno paura dei nuvoloni e quando il cielo pesa di minaccia, volano bassi a fior dei tetti, chiamandosi fra loro.
Pure le nuvole bianche e lievi, devono essere come compagne di volo, per gli uccelletti: sorelle timide che, incalzate, ondeggiano e si sfaldano e, raggiunte, si dissolvono come i sogni.
Cos fugge l'impalpabile frusco delle ore.
Il giardino  oppresso d'oro. Curva sul davanzale, Maria respirava il meriggio. Una gallina che aveva fatto l'uovo, pareva solcasse con il vibrare quasi metallico del suo canto, l'oro compatto, morbido e pigro della caldura estiva. Pareva che quel chiocciare stridulo muovesse l'aria con l'inquietudine rotta di due ali svolazzanti. Un altro canto di gallina sorse a fuso e tagli l'altra voce che era pi bassa, con un ritmo diverso; e le due voci parvero a tratti sfuggirsi, divergendo e, a tratti, rincorrersi con un ritmo svariato e nemico, sin che l'una s'incontr con l'altra e ambidue si levarono alte, parendo voler sopraffarsi. Poi un silenzio; e dopo un chiocciare roco e sommesso che aveva un che della voce del divino istinto generatore in cui c' sempre un'eco profonda di dolore. Poi anche l'altro chiocciare discese a un bollore basso, che affievol nel silenzio largo, dorato, turgido che dilagava dai campi e in cui grattava solo l'aspro e fitto stridore dei grilli. Dalla cucina venivano un rumore di legna battute e voci di gente affaccendata.
Uno sbatacchiare d'usci in casa; dei passi sonori, estranei. Anche delle voci; e fra queste, una voce sconosciuta.
Chi ?
 arrivato Giacomo.
Giacomo? Si sente la voce ansiosa e gioiosa della mamma, per le scale.
Anche Maria scende affannata; ma trova un uscio chiuso dietro cui s'alza, a tratti, la voce severa del babbo.
Giacomo  arrivato dicono le donne con un signore del collegio.
All'ora di colazione, Giacomo non si vede; e il signore  partito. Pi tardi Maria raggiunge la mamma nello stanzone accanto alla cucina.
Portaglielo tu e la mamma le tende un vassoio, pesante, colmo di piatti Che non abbia a vergognarsi della gente di casa. Giacomo adesso, non  pi un bambino. E questo, la mamma lo dice con un sospiro.
Dov'?
In camera sua. La mamma ha le lagrime agli occhi: Va tu. Io non posso; pap non vuole. Ho tanta paura di saperlo cos solo lass. Tu sai come  pap. Forse  stato troppo severo. Poi gli perdoner: ci sono qua io. Diglielo tu. Va... Va...
Ma che  stato? Nessuno mi dice niente.
La mamma  impacciata:
Pap non vuole che tu lo sappia. Sono cose, dice lui, che una ragazza non deve sapere.
Ma Giacomo  un ragazzo! E non  curiosit quella che trema nella voce di Maria.
Hanno pigliato lui, perch gli altri si sono dileguati. E Giacomo non li ha traditi. (Orgoglio, negli occhi, nella voce della mamma.)
Ma che ha fatto?
La mamma si guarda le dita, e c' un che di primaverile nel rossore che le ringiovanisce come d'una ventata di giovinezza, l'argento dei capelli:
Usciva alla notte... per divertirsi... e l'angoscia della mamma balbetta: Pensa: il mio bambino. Chi sa come me l'hanno guastato!  fresca e ingenua e farebbe quasi sorridere di tenerezza, cara mamma.
Giacomo, quando Maria bussa, subito non risponde. Ora, Maria ha bussato d'istinto; un tempo, entrando nella camera di suo fratello, spalancava l'uscio. La voce di Maria sorride,  come un tendere le mani:
Non mi si saluta?
Giacomo si alza;  accigliato, impacciato; e Maria s'accorge anche lei di non saper dargli un bacio. Vorrebbe dirgli le parole che ha nel cuore, ma dire questo le pare sia come inginocchiarsi con lui in un senso di complicit. Giacomo in quel silenzio, sente il rimprovero che  negli occhi di tutti; e il suo orgoglio di fanciullo che ha saggiato questa divina cosa che  la vita, insorge a foggiare il suo sdegnoso e distratto atteggiamento d'uomo, che poi, di fronte al piatto colmo, al bel pane bianco, alla ricchezza turgida delle frutta succose, cede alla sana, fanciullesca irruenza dell'appetito.
Quando Giacomo alza gli occhi e incontra il sorriso di Maria che lo guardava mangiare, i loro sguardi hanno il calore delle loro guance vicine un tempo non ancora lontano, nei giochi infantili.
Quanto tempo che non si sta un poco insieme! E per dire qualche cosa: Quanti anni hai? gli domanda Maria.
Diciasette.
Diavolo! Un uomo.
Allora Giacomo sorridendo, con un fare quasi di protezione, trae qualche cosa dalla tasca e gliela mette sotto il naso:
Vuoi?
Che? Fumi?
Tu no?
Non so come si fa.
Vuoi che t'insegni io?
Non voglio.
 tanto dolce non sapere qualche cosa. E Maria vi si rifugia con un gran desiderio di purezza. Giacomo, con la testa arrovesciata sulla spalliera, la guarda tra le spirali sottili che gli escono dal naso, snodandosi come un nastro azzurro. Maria d'un tratto, si sente smarrire in una grande vergogna e le pare che gli occhi di suo fratello le dicano che sanno che una donna giovane, con ogni respiro e ogni sussulto, anela l'amore. Ha vergogna del proprio respiro, le pare che ogni gesto riveli le tepide sinuosit del suo corpo e diffonda d'intorno i suoi fremiti ansiosi. E anche sorge in lei un'oscura ribellione al pensiero che quella fresca bocca di fanciullo conosce altre bocche, impure e sfiorite nell'arida menzogna dei baci. C' qualche cosa che si ribella profondamente in noi, quando le imagini della vita offuscano quella purezza che avevamo negli occhi, nel cuore e sulle labbra nell'infanzia. Le creature che noi guardiamo con occhi puri, dovrebbero prendere alla vita solo le apparenze, ma nutrirle d'una trasparenza che noi abbiamo creato con i sogni e la fede.
Perch un poco di quel bianco che era in Maria, quando credeva d'essere stata portata alla mamma dalla cicogna, per un regalo che le faceva pap, e quando domandava se la mamma e pap erano fratelli prima di sposarsi, e concludeva: Allora quando sar grande, sposo Giacomo, anche se  pi piccolo di me!  rimasto e si diffonde in questa fede.
C' un momento in cui si insorge quasi nemici della mamma e del babbo, quasi a rimproverare loro di non essere quelli che li credemmo; e si vorrebbe (e quasi lo si crede!) essere sbocciati come fiori da una speranza, perch niente ci offende come il pensiero che la mamma e il babbo sono una donna e un uomo. Tenace, fanciullesca, ma grande, bella, la nostra fede insiste e fiorisce: sono la mamma e il babbo, alti sopra tutti e sopra tutte le cose.
Cos, ritrovare anche Giacomo fra gli altri, era una tristezza. E le pareva che ora guardando suo fratello, si oscurasse qualche cosa che, nel suo affetto, era tutto bianco di leggerezza; e anche sentiva che fra loro n gesti, n parole avrebbero avuto la spontanea schiettezza d'un tempo.
Il ragazzo crede quel silenzio gonfio d'ammirazione.
E tu le chiede affettuoso hai gi vent'un anni?
La lettera di Pietro diceva che Anna aveva preso la difterite dalla bambina.
Vado io disse Maria. (Il babbo tacque; la mamma fece un gesto.) Vado io insist Maria.
E part l'indomani.
Sentiva quella leggerezza gioiosa che  in chi perdona e ha detto la prima parola per abolire il vecchio rancore, come continuando una cordialit che  sempre stata, come se la mano che oggi si tende affettuosa, si riallacciasse a un gesto che ieri ripeteva una consuetudine.
Era contenta di poter ricordare le vecchie buone parole di Anna e le vecchie cortesie scherzose di Pietro; e quasi era riconoscente ad Anna e a Lisa che le offrissero un modo di essere utile agli altri e di dimenticare s stessa.
Lisa domandava della nonna e Maria avrebbe voluto trovare in lei qualche somiglianza nella voce o nel fare, con sua madre.
Chiamami Maria.
Zia Maria.
No: zia,  brutto. Invecchia. Non voglio.
 difficile spiegare a una bambina che cosa vuol dire invecchiare:
 come somigliare alle tue bambole quando le butti via.
Lisa  una brutta bambina; gracile, secca: una bambina vecchia. E quella piet per Lisa, riconcilia Maria con tutti i bambini. Maria, per ogni cosa sa trovare un nome e una storia; e ogni ora che affaccia la testa, furtiva, nella stanza, fa una smorfia divertita e fruscia via.
A poco a poco dalle voci e dai ricordi, s'alza e e fluttua per la casa l'aria del paese. E un giorno, Anna chiama Maria e se la fa sedere vicina:
Vuoi restare un po' con noi? Ti faremo divertire. Abbiamo tanti amici.  peccato che nessuno ti veda... Pietro conosce tutti. Anche noi abbiamo spesso gente la sera. Si fanno magari sacrifici, per fare buona figura. Resta. Ti porter dalla mia sarta e dalla mia modista. Scriveremo a pap di mandare il denaro.
Sono parole che somigliano a dita leggere che asciugano le lagrime, mentre fra le ciglia, gi albeggia un sorriso. C' d'intorno il senso del rifiorire. E bisogna pure sorridere al domani, perch il domani sorrida. E quando la signora Giovanna viene a salutare Maria e manda su la portinaia a dirle che l'aspetta gi, Maria  contenta di non dover andare a trovarla a casa sua.
Ci vedremo qualche volta? Verr a prenderti per fare una passeggiata e quando avr tempo, verr anche Vittorina.
E Maria sente che ora pu guardare la signora Giovanna, senza pensare al bambino.
Ti sei messa un collettino chiaro? osserv Anna ingenuamente.
In Maria, che da tanto tempo vestiva di scuro, questo aveva un che di fresco e d'insolito che la ringiovaniva.
Maria si stropicci le gote per nascondere il rossore; sentiva sul collo gli sguardi di Pietro e di Anna, ma sopra tutto di lui; poi scapp di l.
Avere qualche cosa da nascondere, d la sensazione di portare questo segreto negli occhi e di essere in bala della curiosit di tutti. E non era un segreto. Una semplice simpatia che non si esprimeva.
Una sera mentre Guido Poderri, curvo sotto il lume nella stanza da pranzo, aiutava Pietro a cercare delle carte fra i registri, Maria aveva osservato che nella lentezza paziente del suo gesto, c'era un qualche cosa che ispirava fiducia. E aveva veduto una mano di donna che si sarebbe tesa a lui nei gesti di tutti i giorni; e s'era accorta di desiderare che quella mano fosse la sua.
Lo aveva veduto spesso prima, ma gli aveva parlato appena, distratta, assorta in altri pensieri. Quella sera, lo aveva guardato, curvo sul tavolo; aveva ricordato il pomeriggio in cui l'aveva conosciuto: Pietro era entrato con Guido mentre ella stava in piedi con un ginocchio sollevato e un piede poggiato su una sedia, per attaccarsi un bottone sul vestito. Ella aveva sorpreso gli occhi di Guido che le guardava le gambe, e dopo aveva capito che ne era stata contenta.
Adesso il collettino chiaro le sembrava rivelatore di questi turbamenti; e ricordava come in quella sera guardando Guido, aveva ripensato alla contentezza di sorprendere il suo sguardo salire, accarezzandola, su per la gamba, al ginocchio; ed era in lei la stessa ansia di sorpresa che si ha qualche volta guardando dentro a s, d'improvviso, per una semplice cosa che obbliga a rispondere a una domanda precisa fatta a s stessi.
Si ricordava anche come in quella sera mentre ella pensava questo, Guido aveva alzato la testa, sentendosi guardato e le aveva sorriso. Da quella sera ci fu tra loro la complicit che  fra l'uomo e la donna, quando l'uomo sente che ella gli ha letto negli occhi: sei bella, e gli ha risposto: lo so.
Quel collettino bianco la ringiovanisce; e adesso che Maria  ritornata di l, Guido pensa che ella deve essere molto superba e che, a giudicare dalle caviglie, deve avere una snellezza pieghevole. Ma con quel collettino bianco, gli pare che ella gli sorrida anche quando non lo guarda. E ne  sorpreso e felice.
Maria lo trova brutto, molto brutto; e questo l'avvicina a lui. Gli legge nello sguardo l'umilt della sua bruttezza e lo sente disarmato di fronte a lei; e questo la commuove.
Gli racconterebbe volentieri le sue pene.
Un giorno si sorprese a pensare che avrebbe voluto Guido la vedesse fra tanti uomini e la guardasse da lontano, con tristezza (e in lui  qualche cosa di Cesco; no: solo la voce; neppure la voce:  la tristezza di vederla sola fra tanti uomini.) E avrebbe voluto avvicinarsi a lui e parlargli con bont.
Guido doveva essere timido e violento. Lo pens quando una volta i loro sguardi s'incontrarono ed egli abbass gli occhi; e anche lo pens quando gli vide tremare tra le ciglia, la paura di sembrarle impacciato, e gli offr un sorriso in cui egli si specchi: e non si vide brutto.
E Maria si sent legata a lui da quel sorriso. Perch pensare che cosa poteva germogliare da quel sorriso? Pensando a lui, le pareva di non essere sola; ed era anche un desiderio di proteggere; e pi egli le pareva brutto e pi si sentiva attratta da quell'uomo che aveva l'aria di un fanciullo cresciuto all'ombra dell'arida bont di parenti ricchi: solitario e selvatico.
Che egli avesse qualche cosa da dirle, era chiaro, ma anche Maria sentiva che Guido non osava parlare e alzava verso di lei gli occhi raggianti di preghiera. In lui, sentiva di amare la felicit che ella avrebbe potuto donare a quella solitudine. Le parve che la sua bellezza sarebbe stata quasi sciupata da quella bruttezza che ritrovava solo nello sguardo, un sorridere sfuggente, per chiedere perdono di quelle mani troppo grosse, di quella robustezza massiccia e pesante, di quella testa affondata nella rotondit pigra delle spalle e della paffutezza rubiconda di quel viso di bambino cresciuto in fretta e attonito di vedersi mani e piedi da uomo; e anche le parve che subire le carezze di lui sarebbe stato un modo di farsi perdonare il passato. E quando pens al bacio di lui, pens solo alla gioia che Guido ne avrebbe avuta. Ma era triste che in cambio di quanto ella gli voleva donare, egli avrebbe dovuto perdonare il passato. Il suo orgoglio non voleva che dare. Si domand: Gli voglio bene? Era tanto brutto e aveva troppi capelli; ed ella era pi alta di lui, cos che per guardarlo, doveva piegarsi.
E fu quello l'atteggiamento in cui anche le loro anime si trovarono. Andando verso di lui ella sentiva di camminare come quando si va con qualche peso tra le braccia.
Un pomeriggio, il silenzio fu tagliato dall'asprezza d'una scampanellata che sembr ripercotersi sulla facciata lucida della casa di fronte. Dalla stanza, Anna che lavorava d'ago, grid verso l'acciottolo che veniva dalla cucina:
Se c' gente, d che dormiamo.
Maria rammendava un vestito cui aveva voluto bene perch le parlava ancora di Cesco, e che ora ella amava inconsciamente; alz la testa e guard la casa di faccia tra le piante sul davanzale, che offrivano le foglie al gioco del vento. E poi che vi sentiva un sussurro tepido di primavera, imagin un bel vestito che avrebbe voluto avere: chiaro e lieve. Non ne sapeva il colore, ma subito pensando a un colore, ricord il suo ciliegio al paese. Un vestito fatto di petali. E sorrise.
Qualcuno parlava in anticamera; poi la serva inquadr sulla soglia, l'unto del grembiale e il peso slabbrato dei seni.
C' il signor Poderri. Gli ho detto che le signore riposano, ma ha insistito. Dice che aspetter.
Va tu disse Anna e si lisci i capelli: Io devo vestirmi. Vengo subito. E alzandosi, s'accomod la veste sul petto. Si sentiva venire dalla cucina la voce della serva che canterellava; e dalla camera la voce di Lisa.
Guido Poderri aspettava in piedi.
Disturbo?
Maria gli tese le dita:
Le pare? S'accomodi.
Egli sedette discosto; si guardava le mani. A Maria pareva di sentire solo adesso il suo nome; e lo diceva in s, saggiandolo. Guido: una trasparenza fatta di una luce d'oro; un nome che sorgeva a fuso, ma s'allargava ad imbuto. Tutti i nomi che cominciano con la "g" sono gialli; ma nel loro colore si infiltra il colore delle lettere che la seguono; e il giallo che predomina ne  o rischiarato o oscurato, o compone un altro colore che per ha per elemento il giallo.
Quando Maria abbass gli occhi, sent lo sguardo di lui che le indugiava nel collo.
Le dispiace che sono venuto?
Perch? ella incontr i suoi occhi.
Egli sentiva di dover parlare e non sapeva che cosa dire. Ripeteva:
Le dispiace? e gli tremavano le labbra.
Maria tent di sorridere; ma sent che egli doveva vedere che i suoi occhi non cedevano a quel sorriso. E anche le parve che lo sguardo di lui le facesse scendere le vesti; ed ebbe nelle spalle un senso di nudit cos vibrante, che ne trasal; e avrebbe voluto fuggire.
Mi vuole bene? (D'un tratto Maria ebbe anche nel collo l'avvampare delle sue parole.) Maria? Dica se m'illudo.
Vada via! Vada via! Subito Maria si pent di quello che aveva detto, perch Guido avrebbe potuto pensare che ella lo disprezzasse.
Egli non ascoltava le parole, ch il tremore di Maria diradava i suoi dubbi; e gli rideva dentro la speranza.
Ella svincol le mani:
Mi lasci. Lei non sa. Vada via.  meglio per lei... Vide che vi erano dei fiori sulla tavola; un'ape era entrata nella stanza e la penombra fra le tende, vibrava del suo ronzo. Io non sono degna parlando, si tormentava le dita e guardava di tra le imposte, una finestra della casa di faccia, senza pensare che era una finestra. Si ricord d'una donna che incontrava tutti i giorni alla stessa ora e che forse era un'impiegata: n vecchia n giovane, n bella n brutta; pensando a lei, ne vedeva la faccia, ma non sapeva se quella donna fosse bionda o avesse i capelli scuri, n poteva ricordare che colore avessero i suoi occhi. Non aveva alcun che di buffo, e pure era ridicola. E Maria pens con invidia a quella donna che non doveva avere un passato, n doveva soffrire la tristezza di confessarlo. L'ape volava bassa sui fiori, poi gir intorno alla testa di lui. Un pensiero guizz dietro l'imagine della donna, mentre Maria ne ricordava il passo lento, ritmico che le pareva ora accelerasse, accordandosi al battere della sua ansia: egli non ha detto di voler sposarmi. Ma subito pens che parlandole d'amore, Guido non poteva aver pensato ad altro. E si sent colpevole di aver dubitato di lui; e questo le diede una grande volont di dire.
Ho voluto molto bene a un altro. Lo rassicur: Un tempo.
Guido la vedeva bella e le era grato di questa sincerit, perch Maria gli dava il modo di guardarla dall'alto. Am s stesso e la propria voce (si vide, ed ebbe in s l'allegria rumorosa fatta gesto e bonariet condiscendente, che gli dilatava il sorriso quando usciva con un vestito nuovo all'inizio di stagione: si sent rinnovato, quasi bello), mentre diceva parole che Maria non comprendeva.
Ella apr una scatola che era sul tavolo, vi cerc qualche cosa che non trov; si alz, spalanc la finestra e torn verso di lui: e aspett in piedi. Cont con le dita i bottoni della sua veste e con lo sguardo quelli che egli aveva sulla giacca e sul panciotto: Guido ne aveva quattro pi di lei; tir un bottone che le pareva le pendesse da un filo, poi disse in fretta:
Ho avuto un bambino e gli volt le spalle. Per l'andito incontr Anna che andava in salotto.
Alla sera arriv una lettera: egli perdonava. Tante parole da cui sorgeva in un tremore di lagrime, una speranza. E Maria non sentiva il peso di una parola che per lei non era che bont: perdono.
E le parve che essere bella fosse una colpa, perch essere bella, era un poco come essere di tutti: ch d'una donna bella, gioisce ogni sguardo; e pensando a Guido, gli chiedeva perdono, anche perch accanto alla sua bellezza, egli pareva pi brutto.
La vita poteva dare ancora una freschezza?
Egli le disse che dovevano essere prudenti, ed era bene vedersi altrove; Maria obbed, ma spesso egli parlava di quando sarebbero stati sposati. E questo le bastava.
Dopo il primo bacio, ella si domand se fosse l'amore. E fu come un ridestarsi: le parve di aver agito leggermente, ma anche pens che se tutto fosse stato da rifare, avrebbe detto a Guido le stesse parole. Rifioriva in lei come un sorridere di bambino: questo, lo doveva a lui. E volle, perch anche egli sorridesse, dargli l'illusione di non essere brutto; e poi che non gli voleva mentire, volle convincere s stessa che Guido non era brutto. Vi riusc. Ingannare s stessa le era facile, quando in lei saliva un bisogno di bont.
L'imagine di Cesco s'affacciava lontana. Non lo giudicava; lo dimenticava; ma pensava che se Guido avesse veduto in lei il ricordo dell'altro, avrebbe sofferto di vederlo cos bello; e volle sovrapporre a quell'imagine, l'amore di questo uomo brutto che l'amava, perch sperava che nei gesti dell'amore, la personalit di Guido avrebbe oscurato quella, lontana, di Cesco.
Fu Maria che lo spinse a domandare ci che egli non sperava d'ottenere; e l'ardore di lui la invest, sfiorando solo la sua gioia di dare: Maria non lo sub, lo pat; ma ne ebbe l'anima cos chiara, che subito gli offr un sorriso, quasi senza sentire l'offesa del disordine delle vesti, sul divanuccio d'anticamera, di fronte all'arredo d'ufficio che ha per carattere l'indifferenza a buon mercato.
Ma poi che cap che egli aveva interpretato il suo gesto con la fatuit che nel maschio  come l'egoismo, sent che non sapeva disilluderlo; n voleva mentirgli con un silenzio; e volle convincere s stessa che lo amava.
Da allora egli le parl molto poco del matrimonio. E anche, Maria sent che per credere all'amore, ella doveva oscurare il ricordo di Cesco con qualche cosa in cui ella amasse ci che donava a Guido: sent che per amare un uomo, bisogna aver sofferto per lui; perch niente avvince la donna come quello che ella ha dato all'uomo soffrendo, felice di quel soffrire in cui egli sente il suo amore.
E desider un figlio di lui; e non pensava alle ansie patite e non ebbe paura di andare sola con un figlio tra le braccia. Ella non poteva amare Guido come aveva amato Cesco, se da lui non aveva un patimento che superasse quello d'un tempo.
Un uomo non l'avrebbe capita.
Le pareva che in quel figlio, ella e Guido si sarebbero trovati, senza ricordi. A Cesco, ella aveva dato il suo martirio; e il ricordo di questo li divideva: nel figlio, il nuovo martirio li avrebbe come sposati.
Una sera tornando da una passeggiata, glielo disse:
Un figlio nostro! Nell'ombra, la sua voce pareva una luce.
Egli si ferm. Rise:
Che idea! Dal silenzio di lei, cap di averla ferita. Le strinse il braccio, promise: Un giorno... Ma ora sarebbe una sciocchezza.
Maria si sent lontana; le balen una frase di Cesco e ne fu distratta: pens che aveva appreso da Cesco qualche modo di dire; e le piacque sentirsi legata a lui in tante cose. Ritrovava anche in s un che del suo modo di pensare; Cesco era un'intelligenza che predominava sul sentimento. Poi Maria ripens alle parole di Guido: perch non voleva? Aveva paura. E lo sent piccolo.
Il sospetto che egli non volesse da lei ci che forse aveva avuto da un'altra, la allontan da lui, sferzando il suo orgoglio.
Amare una donna sta nel chiederle la santit dell'amore, volendo da lei un figlio. (Ma di portarne poi, anche la responsabilit disse l'altra voce, amara, in lei.)
Ma tu, hai avuto un figlio? (Egli esit.) Maria attese. Dicevo, se forse hai creduto di averlo?
Un tempo... ma forse non era mio. La ragazza aveva anche un tale che la manteneva. Ero studente. Chi sa di chi sar stato.
Maria lo guard: e lo vide diverso. Aveva avuto una donna che egli sapeva di un altro, e ne divideva le carezze? Ma sopra il disprezzo, s'inarc la punta della sua gelosia; ed era troppo orgogliosa per dirglielo.
Perch non parli? (Egli credette che Maria pensasse al suo bambino.) A che pensi?
Gli domand:
Credi che un uomo voglia pi bene a una donna, quando ne ha avuto un figlio?
Egli fu sincero:
Se  sposato, s. Dal tono di lui s'alzava un fare di padronanza, molto diverso dall'umilt che aveva attirato Maria e l'aveva piegata a sorridergli, un tempo. Sei in collera?
Tu non capisci... Avrebbe voluto dirgli che egli la legasse a s con un figlio, perch ancora nel ricordo del suo bambino c'era il ricordo di quell'altro: di Cesco. Ma questo pensiero sbiadiva, poi che sorgeva l'imagine di quella donna da cui Guido forse aveva avuto un figlio. Ora Maria dimenticava la sofferenza di ricordare l'uomo che le aveva dato un figlio; pensava solo che Guido aveva forse avuto un bambino da quella donna che ella non conosceva. Pensava egli, a quel figlio? Sotto la sua indifferenza, forse persisteva un ricordo. L'altra voce domand: aveva ella il diritto d'essere gelosa? Le pareva che in quella voce ci fosse la voce di Cesco, sorridente di quel sorriso fermo e luccicante, dietro cui ella temeva di sentir balenare l'ira. Ritrov in s un riflesso della logica di Cesco; e sent che il ricordo di lui la legava pi che l'amore di Guido.
Perch non serve alla pupilla che ricorda, fissarsi sull'imagine vicina per imbeversi di lei e farla sua? Che sempre dentro agli occhi debba essere, nitida e lucente, l'imagine che non il tempo, ma neppure le imagini nuove possono oscurare?
Ancora pensi a quelle sciocchezze? Egli si spazient (vi sono voci cui l'ironia s'addice come un cappello troppo piccolo sta a una faccia troppo larga), ma quando Maria si volse sotto la luce d'un lampione, gli parve molto bella.
Mi vuoi bene?
Ella che ricordava l'altra domanda, volle dirgli: Se tu non vuoi un figlio da me, non mi ami ma poi che sent di soffrire per lui, credette di volergli bene; e felice di non dover mentire, gli rispose di s.
Gli aveva detto poco del suo bambino; e anche parlargli di Cesco, le pareva fosse un tradimento. Egli sapeva il fatto: questo importava. I dettagli erano suoi. Quando pi tardi gli disse il nome, Maria parl distratta; e Guido non os farle delle domande, forse anche perch quando l'aveva vicina, gli pareva inutile parlare: Maria era molto bella.
Poi l'amore di lui la soggiog: si sent amata e si adagiava su quell'amore e ascoltava le parole di lui, pensando che un tempo una parola distratta di Cesco, in cui ella cercava di sentire l'amore che egli non le diceva, aveva per lei un valore che non avevano neppure le parole della passione di Guido. E se ne rimprover come di un'infedelt.
Per convincere s stessa di amare Guido, ebbe parole e gesti in cui egli non vide che ci che gli parve l'ombra del passato. Ingannare s stessa era un modo di essere sincera con lui. E anche germogliava in lei tanta riconoscenza per l'amore di lui che saliva a parole folli, turgido di grida e di violenze, che pens nessun'altra donna fosse stata amata da lui, cos. E quando era con lui, in ogni donna che incontrava, pensava di vedere una donna che egli aveva amata; e le diceva dall'alto, nello sguardo che scendeva, filtrato dalle ciglia socchiuse, inarcando la persona: Io, gli voglio bene. Tu non lo hai amato. Anche soffriva che Guido vedesse le altre donne. Camminandole accanto, egli si volgeva a guardare ogni donna e aveva frasi d'ammirazione: Carina. Hai visto che gambette? o: Ha gli occhi belli, belli. (Un suo modo di dire.) Ti piace, quella? Che bel sorriso! E anche, ha un modo di alzare gli occhi, che  delizioso. Frasi che l'offendevano.
Che ci fossero altre donne belle, Maria lo sapeva; e pi belle di lei. Per d'intorno c'erano anche tanti uomini; e Maria non vedeva che un uomo: lui. Raccontandole di donne che erano state sue, Guido ne studiava ogni particolare bellezza con una voce gonfia d'ammirazione, forse per quel senso di onest di giudizio che  nell'uomo, di fronte alla bellezza femminile, forse per quella riconoscenza che persiste nell'uomo, quando pensa che quella bellezza gli  stata data, o forse anche per giustificare agli occhi di lei, e pi agli occhi di s stesso, le pazze che egli aveva fatte per qualche donna: pazze, che egli ora non diceva a lei, ma credeva ella dovesse sapere; perch a volte parlando di un fatto passato, si crede istintivamente che l'altro sia a giorno anche dei dettagli. Ella pativa di questo vantare la bellezza di donne che egli aveva amate; e un pensiero si insinuava, subdolo e consolatore: Ora molte di queste donne amate un tempo, forse erano sciupate; e della loro bellezza non restava che il ricordo. Per egli vedeva il ricordo; ed era quella irrealt che valeva. Maria era gelosa dei ricordi.
La gelosia fra loro ebbe un viso dallo sguardo e dal sorriso d'una giovane donna che incontravano in casa d'amici. Piaceva agli uomini, perch sapeva darsi l'aria d'ascoltarli e ammorbidire di malinconia pensosa gli occhi, che erano bellissimi e bastavano a comprendere nel raggio della loro bellezza, la bocca troppo sottile, il sorriso opaco e il mento puntuto che le invecchiava il viso e s'accordava con qualche cosa di stanco, di sfiorito che ella aveva tra le grinze sottili intorno agli occhi e alla bocca, e che la cipria accentuava. Alta, snella; e sapeva le linee, i colori e gli atteggiamenti che davano rilievo al tipo che ella aveva per modello; e sapeva capire a prima vista, le parole diverse che ogni uomo desiderava da lei. Non era rivalit di donne, pure Maria che prima aveva avuto per lei quella rapida simpatia quasi affettuosa, che nasce qualche volta all'incontro fra due donne belle che gli uomini hanno fatte soffrire, ma che subito dopo diventa indifferenza, se non ostilit, s'irritava che Guido non ne vedesse i difetti.
Maria gli disse che quella donna era bella; ma a poco a poco tent impercettibilmente di farne rilevare le grinze e la durezza puntuta del mento. E Guido non vedeva che quegli occhi; guardandoli, anche quelli non parvero a Maria tanto belli. (In me egli vedrebbe quei difetti; in quell'altra non li vede. Se io avessi quelle grinze egli penserebbe:  sciupata; e forse ne avrebbe anche piet. Per, le vedrebbe. Perch in quella donna non le vede?) Da qualche osservazione di lui, cap che egli aveva guardato quella donna con un interesse che la stupiva; anche soffriva che Guido si lasciasse pigliare al gioco di una donnetta qualunque che sapeva rigirare gli occhi abilmente, fingere di prestare attenzione ai suoi discorsi, come faceva con tutti; perch in lei non erano sincere le parole, n l'azzurra malinconia degli occhi: Maria ne scrut le espressioni e scopr che pi lo sguardo incupiva e si raddolciva di tristezza, pi ella rideva, divertita di burlare gli uomini. E Maria si sent troppo semplice e si domand se ella, cos schietta, poteva piacere agli uomini. Cesco l'aveva lasciata; e Guido amando lei, vedeva belle altre donne. Anche si domand se non fosse sciocco che quando ella amava, non sapeva neppure pensare che gli altri uomini erano uomini. E avrebbe voluto essere diversa; ma sent che allora avrebbe disprezzato s stessa.
Sper di far soffrire Guido quanto ella soffriva, parlandogli con ammirazione di altri uomini. E disse a proposito di uomini indifferenti: Che bell'uomo! E si stizziva con s stessa che egli non vi facesse caso. (Non l'ho detto d'un uomo che lo merita, per questo egli non ne soffre.) E si sent sola; e si sorprendeva a pensare a Cesco, con amicizia; pure nella gelosia che scattava dal suo orgoglio violento, Maria credette di ritrovare un soffrire d'amore: amava Guido? Gli riparlava di quella donna scrutandogli gli occhi. (Se gli sembra pi bella di me e anche gli pare intelligente e buona, lo dice lui, perch s' innamorato di me? E avrebbe voluto dirglielo.)
La pioggia batteva fitta e tenace, sul terrazzino, e doveva, picchiettando, percotere qualche cosa di metallico da cui traeva un senso di vuoto; un sordo tamburellare che fece nascere in Maria l'imagine di un ragazzo il quale, un cappello guerresco fatto d'un giornale, posato sull'arruffo dei capelli, batteva sul pezzo d'una vecchia grondaia raccolto sul selciato, come su un tamburo.
Dall'alto della grondaia, forse due passerotti sporgevano il tondo sussultante della testa, piegando in gi l'aguzzo del becco, a guardare nell'imbuto fondo del cortile popolato di finestre, dove al posto del bianco che nei giorni di sereno attendeva il sole, ora lagrimava il verde lucido di qualche pianta che fra tanto grigio, faceva nascere la nostalgia del verde.
Maria vedeva tutto questo dietro le palpebre; e dal battere tenace sul vuoto del terrazzino, che dava vibrazioni di metallo percosso, traeva un'eco della vita delle cose, nel grande casamento. Qualche voce di comare, un rumore svogliato di stoviglie e il canto di un canarino becchettante tra una palla di zucchero e una foglia d'insalata, trillante sulla finestra d'una cucina e intento a raccontare a due mani rosse, sempre in lite con l'unto delle pentole, d'un azzurro che c' fuori dal grigio di quelle mura: un azzurro chiaro, trasparente, libero, immenso, risonante d'oro.
Maria tentava di sommergere il pensiero dietro la densit morbida delle palpebre, stanche di contenere le idee che saettavano a ogni gesto di Guido. Lo sentiva dismemore, fra le sue braccia: i fianchi assillati dalla bramosia della gioia che egli cercava in lei, rapido e inconscio, in quel correre cieco, impaziente pi che di raggiungere, di superare un culmine d'ardore, per piombare subito in una fiacca profondit di riposo. Da ogni gesto di lui, rinasceva il ricordo di un gesto di Cesco, ed ella avrebbe voluto che quelle imagini si sfaldassero e si sentiva colpevole quasi di una infedelt, nell'inconscio sovrapporre ai baci di lui, il ricordo di un altro. Pareva che il battere della pioggia accompagnasse il pensiero e lo stimolasse a quella fissit logorante.
Di fronte all'uomo, ella sentiva la tortura del suo pensiero vigilante sempre: dritto, tenace, lucido e acuto, e che batteva, batteva dietro la sua fronte s che gli occhi le s'aprirono: e oltre l'arruffo dei capelli di lui, le apparve il grigio lucido delle vetrate che un bianco fitto, serrato, rigava contro il nero d'una finestra opposta alla stanza e aperta sulla parete di faccia del cortile, per dare luce alla scala.
Maria si sorprese a pensare alla gente che andava su e gi per le scale; e se ne rimprover poi che avrebbe dovuto pensare a Guido, mentre l'alito di lui le avvampava il collo.
(Pure mi piace; e gli voglio bene.)
Rivide s stessa quasi bambina con il pensiero sommerso nella violenza di ci che le pareva l'amore; e d'improvviso sent quasi in un trasalire di forza, che le diede un senso di superiorit e di orgoglio, che i suoi occhi s'aprivano e scrutavano: l'uomo teneva stretto a s un giudice che lo guardava in fondo, con un pensiero d'acciaio.
Orgoglio; ma anche solitudine e quella malinconia che si ha sentendo negli altri l'intensit di un sentimento o di qualche altra cosa che noi non sappiamo raggiungere. Nel tempo stesso le pareva che ci fosse una colpa e tentava di buttarsi come desiderosa di perdono, verso l'oblo di un attimo che le avrebbe fermato dietro la fronte il logoro di quella lucida punta tesa a cogliere le imagini, e da cui ella aveva un'impressione di acutezza metallica.
Ma oltre quell'attimo di respiro, la attendeva il battito che riprendeva tenace, con un senso quasi d'eternit e scattava dall'interno, con la punta lampeggiante rivolta verso la parete dentro alla sua fronte, tesa a scrutare come un occhio che spiasse non visto; e s'incontrava con l'aguzzo tenace di un'altra punta che era volta dall'esterno contro la sua fronte come contro una liscia parete; e da quel toccarsi sottile di punte, sprizzavano i pensieri.
Ella avrebbe voluto farsi perdonare da lui questi pensieri; e voleva trovare un gesto, una parola, qualche cosa che nascesse da quella sua tristezza e avesse un calore di bont. Ma tutto: parole, gesti, carezze, riflettevano un'ombra di altri ricordi; in tutto si specchiava l'eco di un altro sorriso, di un'altra voce. Ed ella si sentiva arida, spremuta, sfiorita, perch ogni carezza era stata data, ogni parola detta; e non c'era pi nulla che potesse vibrare con un fremito nuovo.
(Pure, gli voglio tanto bene.)
Una pena sorda, lenta. Un tempo, era stato diverso: perch per una mano che prende, la freschezza ha un chiaro fluire di sorgente; e da ogni fiore colto, rigermoglia una fiorita; ma quando su quella freschezza s' profilata l'ombra del gesto di una mano obliqua che ruba, quando quella mano vi ha riflesso l'atto di carpire, ogni trasparenza s'intorbida: e sullo specchio fermo del ricordo, non c' che l'ombra torva di una tristezza. Cos ogni gesto di lui le ricordava un gesto di Cesco, ogni parola l'eco dell'altra voce e ogni carezza la carezza di altre mani, traendo dall'ombra una ridda d'imagini che passavano tra lei e lui e addensavano tra i loro respiri, l'alito della malinconia.
La punta del pensiero si smussava ora, nel grigio d'una stanchezza simile a quella che sollevava l'uomo a spiarle fra le ciglia il pensiero.
Dormi?
Lo sguardo di Maria s'accese; le ciglia vibrarono e vi pes un languore che le labbra di lui insinuavano, lente, strisciando dalla gola alle spalle, lungo la tenuit azzurra delle braccia, nel cavo delle mani supine. Ma oltre quel languore, era pur sempre il sordo logoro di quella tristezza.
Egli la sent inerte:
Che hai?
Gli occhi parevano fiorire alla luce come corolle scure dopo la notte: fresche all'oro del sole e attonite dopo i sussurrii morbidi dell'ombra. Ella gli vide tremare sulle tempie un pensiero che non trovava parole, fatto d'ansia.
Per non dover sorridergli gli offr la bocca. Un'aridit deserta le si scavava nell'anima; e l'imagine ridente della sua purezza s'annebbiava e spariva. Sent che avrebbe voluto avere per lui la sua freschezza sfiorita e uno scoramento opaco, supino, le dilag nell'anima: ripens alla sua purezza come a una trasparenza lontana e anche pens che niente le avrebbe ridato la sua freschezza; in lei era morta qualche cosa che forse non aveva un nome, ma era cos grande e chiara come se dentro vi fluissero tutta la luce del sole e l'argento limpido di tutte le sorgenti.
Perch esiste la memoria? Non basta chiudere gli occhi e sporgere l'anima sul domani: ch gli occhi, i grandi occhi grigi del pensiero sono spalancati sull'oggi, sul ieri e sul domani e seguono il sorgere d'ogni ombra, il ritmo d'ogni realt, il vibrare d'ogni speranza.
Stanchezza che un accoramento ammorbidiva di lagrime; rivedeva l'imagine di s d'un tempo quando ella era una freschezza canora, aerea, che portava sulle palme tese, un fiorire di sogni. Ora Maria sentiva che quella di allora era stata sorella di tutte le fanciulle; ed ebbe per tutte le fanciulle, anche per quelle di cui non sapeva n il volto n il nome, una piet e una bont triste di sorella, e un'ansia di madre per quelle freschezze che anelavano cantando, verso un domani d'ignoto.
E sent e cap, come se nella sua anima passasse il sospirare di tutte le donne che amavano e soffrivano, che per ogni amore la donna vorrebbe sentir rifiorire miracolosamente la sua purezza, per sorreggere con la forza del non sapere, il peso di questo suo grande dono sorridente.
Egli volle svegliarla con le labbra. Ora Guido ricordava uno sguardo di Maria che egli aveva sorpreso una sera mentre ella gli parlava di un altro, e in cui gli era parso vi fosse dell'ammirazione per quell'uomo; e con le sue carezze voleva distrarla per sentire se gli riesciva di ghermire anche il suo pensiero. E non sentiva che pi egli si impadroniva del suo corpo e pi il pensiero di lei sfuggiva anelante di libert.
Dormivi?
No. Vedo tante imagini che non ti so dire.
Ella soffr di queste parole dette a lui, perch se sentiva che vi erano pensieri che neppure il suo gran desiderio di sincerit le poteva far dire, anche sentiva che quelle sue parole, pur nascendo da un sentimento buono, nascondevano delle imagini da cui scendeva sull'anima, sospinto come da un battito d'ali, un fioccare di tristezza, ed erano menzogne.
Egli la sentiva lontana. Non sapeva se triste od ostile, certo assorta e distratta. Lo prese una violenta curiosit di quella vita che era in lei, dietro a quegli occhi che ora, scrutati, s'abbassavano e poi si rialzavano morbidi d'una lucentezza fra il sorriso e le lagrime: dentro, dentro in un'intimit, forse oscura, forse luminosa, che l'ansia del suo pensiero non sapeva raggiungere. Cercarla, conoscerla. Se il fermento di quella vita in cui si rifletteva un che dell'oggi, gli sfuggiva, c'era in lei un mistero pi profondo. Che le era rimasto dentro, di quell'altro? Quali pensieri? Quali ricordi? E fu l'angoscia che si ha guardandosi nello specchio dove si sa che un altro s' specchiato prima e si cerca dietro alla propria imagine, come l'alito dell'altra: un'ombra che fluttua nel ricordo e intorbida il proprio viso e lo fa sembrare quasi lontano e nemico.
Ed era anche curiosit di frugare, per cercare in lei l'imagine di s stesso: l'angoscia greve e cupa che prende per il petto se si passa davanti a uno specchio al buio e si sente che lo specchio  l, nell'oscurit, come una muta presenza, e anche si sa che l'imagine nostra  nello specchio e che basterebbe uno scatto di luce, per darci il colore e la forma di noi stessi che tace, riflessa nella lastra, nella complicit dell'ombra.
Le sfior la fronte e gli parve di sentire sulle dita il freddo liscio della lastra lucente; ne ebbe un'inquietudine smaniosa:
Che pensi? Che vedi?
Maria pens che Cesco non le chiedeva mai a che cosa pensasse; e ne ricordava le parole e i gesti, come se ascoltasse parole dette ad un'altra; ma l'eco della sua voce era in lei, vicina. Ed ella non voleva dirlo a Guido, per non dargli troppa tristezza. Nel silenzio l'ansia di lui batteva come l'anelito di un'ala imprigionata, di cui la mano accerchia l'immobilit, ma sente il segreto vibrare. La pioggia percoteva il terrazzino. Subito sal in lei un ricordo, ed ella lo accolse con l'anima spalancata, per poter dire a lui quello che pensava, senza dover mentire.
Pensavo a un giorno di pioggia.
Non seppe dire altro; e ne soffr. Poi gli disse che era una giornata di pioggia lontana: un dormiveglia fra le braccia di Cesco che ella non voleva guardare poich ne temeva le parole che le nascondevano il suo pensiero: ella voleva adagiarsi sul tepore di quel silenzio morbido d'illusioni e taceva per evitare che le voci la traessero da quella dolcezza assopita nella pigrizia. Dicendo questo le parve di aver dato molto a Guido.
Egli si curvava sul passato di lei, ma sentiva fra lei e lui una barriera liscia di silenzio: e non fatta di cose che ella non volesse dire, ma di inafferrabili guizzi di pensiero; e non era curioso dell'altro, ma voleva sapere quali pensieri, quali gesti quell'uomo aveva destati in lei e forse traeva ancora da lei. Allora volle accennare a ci che egli non le aveva detto di s, per farle sentire che se ella gli nascondeva un suo volto d'un tempo solcato da altre lagrime o rischiarato da altri sorrisi, anche egli aveva dietro a s una vita densa di cose che ella ignorava; e volle far balenare dinanzi a lei un tratto, un episodio, un profilo, un nome:
Anch'io un istante fa, pensavo a un giorno lontano. (Il pensiero gli rievoc la donna d'allora: non era bella e lo aveva tradito.) Una povera creatura disse che mi voleva bene. Si lisci i capelli, poi accese lentamente una sigaretta. Le ho voluto bene anch'io... Gli parve che Maria avrebbe sospettato che egli aveva parlato per farla soffrire, e ne avrebbe sorriso. (Ella non rispondeva.) Poi sottovoce, quasi a s stesso: Era bellissima. Non guardava Maria, ma tentava d'indovinare nel ritmo del suo respiro, di cui sentiva il calore, un'eco di quello che egli sperava fosse il soffrire di lei, e anche spiava se nel suo respiro ci fosse un che di sorriso. E pensava a quell'altra, con riconoscenza.
Maria continuava a tacere. Un senso d'amaro le stringeva la gola, le scendeva nel petto, le dilatava il respiro. L'accoramento di occultargli i suoi pensieri, si sciolse in un'indifferenza incolore: e vi serpeggi violenta, oscura, ma rotta da barbagli vermigli di orgoglio, la gioia di sentir gravare in s il peso di un dolore che ella gli poteva nascondere: qualche cosa che ella aveva dato ad altri e che non avrebbe dato a lui, e di cui ora il ricordo apparteneva a lei sola; e insieme la mordeva un inquieto bisogno di conoscere il volto, la voce, i gesti di quella donna che aveva lasciato in lui un ricordo e che appariva ancora tanto viva e vicina, da far tremare nella voce di lui un riflesso d'ardore.
Alz la testa ed ebbe nella nuca che si sollevava sferzata dall'orgoglio, una fierezza che le balen negli occhi, e nella quale c'era lo sguardo con cui avrebbe colpito l'altra del suo disprezzo. Ma volle che la sua voce fosse indifferente:
Anche a te, la pioggia desta dei ricordi?
S. Anche quello era un giorno di pioggia. E fu la prima volta. Le avevo tolto le scarpe... Sorrideva.
Ella vedeva la donna molto bella, le scarpe sfilate e la veste sciolta, gli occhi assorti, e quel sorriso molle di lagrime con cui sapeva che le donne tentano di stimolare nell'uomo la riconoscenza. Avrebbe voluto chiedere, sapere, conoscere tutto di quella donna che ora stava fra loro.
(Perch mi ha detto questo?)
Maria si pentiva ora della sua tristezza e del suo desiderio di avere una freschezza da offrirgli; e tentava di ridestare i ricordi di Cesco e gli era grata delle orme che egli le aveva lasciate nell'anima e che ora le parevano poche, sfuggenti, perch ella vi rivolgeva la sua ansia.
E pens come una donna che non aveva un passato, doveva sentirsi indifesa di fronte ai ricordi di un uomo. Adesso soltanto sentiva Guido vicino: il pensiero avvinto a lui, dal male che egli le faceva; e il ricordo della voce di Cesco e delle sue parole, sbiadiva, mentre quella donna sconosciuta le apparve in un largo sorriso che dava l'imagine di una ricchezza d'uva, pesante gi dagli orli di una cesta colma: un inturgidirsi di rigoglio dorato e succoso, un riso che gorgogliava, canoro e procace, in una gola bianca offerta, e che allontanava l'anima dai ricordi di Cesco; ed ella si ripiegava in un inseguire faticoso la memoria che fuggiva, perch voleva essere quasi riposseduta dalle loro ombre.
Si chiamava Paola.
Chi? domand Maria, fingendosi distratta.
Lei. Egli pensava che Maria non lo aveva ascoltato, distratta dai suoi ricordi. Vestita, ora gli pareva pi lontana; ed egli pensava a ci che di lei potevano sentire gli uomini che la incontravano; e gli pareva di essere anche egli confuso fra quelli che di lei non sapevano nulla, ma tuttavia potevano godere il ritmo del suo passo, l'ondulare delle sue movenze e lo sbocciare del suo riso. D'un tratto sent di disprezzarla: Maria parlava del suo passato, con una semplicit franca in cui egli non sentiva che l'abitudine. Pudori non aveva. Rispondeva a qualsiasi domanda. Ora egli non le rimproverava pi in s, quei silenzi nei quali si nascondevano e gli sfuggivano i guizzi pi profondi di quello che ella aveva dato ad un altro. E gli pareva che nella sincerit di lei, ci fosse una spensieratezza colpevole.
Ho visto ieri a teatro quell'ingegnere le disse alle spalle mentre ella s'annodava le trecce sulla nuca, tenendo il pettine fra i denti, ed egli le reggeva un piccolo specchio. Ella alz gli occhi; gli sguardi s'incontrarono, si tennero.
Ma tu gli hai voluto bene?
Rinnegare quello che allora ella aveva creduto fosse l'amore, ora se pur ella sapeva che non era stato l'amore, le sembrava vile.
S. La voce chiara, lo sguardo diritto.
Egli invece avrebbe desiderato che Maria gli mentisse; e insieme si inaspriva la sua volont di frugare in lei e di capire quel passato nel quale qualche cosa di lei gli sfuggiva.
Fu allora che Maria pens che un giorno avrebbe amato un altro: e vide la propria imagine e ud la propria voce con cui avrebbe detto a lui che non gli voleva pi bene. Ed ebbe per lui tanta piet; e pensando che l'anima e il pensiero esistevano in lei, ribelli al suo volere, e che ella era uno strumento del capriccio, che la sua avidit di conoscere e di indagare sferzava, e del quale la sua sincerit svelava l'inquieto cercare, sent in s un pianto senza voce. Dimentic il riso gonfio d'oro della donna; e ancora nel petto le pes un'angoscia gioiosa:
Ti voglio bene.
Ed egli pens che ella gli mentiva.
Quando Maria and al paese per il Natale, Guido le scrisse qualche lettera che arrivava inosservata fra le tante lettere d'amici che venivano dalla citt. Per sentire il valore delle parole d'amore che egli le diceva, Maria doveva pensare che fossero scritte ad un'altra; e solo nella gelosia che ne scattava, ella assaporava la parola che era per lei.
Rileggendo le lettere di lui, soffriva delle sue frasi goffe; e inconsciamente le ricostruiva come ella le avrebbe scritte. Due sentimenti tentavano di sovrapporsi l'uno all'altro: una piet quasi sorridente e commossa e un'irritazione sorda, aggrottata, poi che Guido avrebbe potuto con le stesse parole dette bene, destare forse in lei un sentimento.
Si pent d'aver tentato d'imitare i caratteri di lui per dargli la gioia di sentire che ella si lasciava foggiare da lui anche in questo. Le era costato molta fatica imitare la calligrafia di lui, ordinata e rotonda, perch la sua individualit prepotente, incalzava la penna e ne faceva scorrere linee irte e violente.
Sorrise un giorno che si sorprese a scrivere con i caratteri di lui, parole e pensieri che avevano l'impronta di Cesco. E subito quasi per svincolarsi da quella prigionia, scrisse a Guido una lettera balzante di linee disordinate; dopo se ne pent. E s'accus d'essere cattiva; ma pens che se Guido non le aveva detto una parola a quel suo avvicinarsi, non doveva aver osservato in quel sottile particolare, il dono di s che ella gli faceva; e ora neppure avrebbe capito che riprendere la sua calligrafia disordinata, era un insorgere di ribellione: era ritrovare la propria personalit. E s'irritava che egli non sentisse come ella gli sfuggiva, perch in fondo era contenta che egli soffrisse.
Ma poich non voleva sfuggirgli, tentava di ricostruire nelle lettere un che del loro passato che era d'un tempo vicino e cui pure la parola passato dava gi un che di lontano e di sbiadito: qualche cosa cui egli credesse, per sentirlo poi sicuro dell'amore di lei (come fanno i bambini, quando chiedono agli altri se hanno paura, per poter dire a s stessi di non aver paura) perch capiva che una donna sincera  disarmata quando l'uomo crede ella non gli possa sfuggire; perch quella fiducia in lei, crea come un dovere. E anche, parlando del loro amore voleva creare una realt cui ella stessa credesse.
Ma anche Maria s'irritava che egli non capisse il tono sforzato delle sue parole; e lo accusava d'essere poco svelto d'intuito. E mentre prima voleva convincere Guido del suo amore, ora voleva che sotto a quelle parole che non erano bugie ma un tentativo di bont (e che ora le pesava), egli scoprisse la fatica che faceva per credere di volergli bene. Nelle lettere, badava ad insinuare in lui la punta di un pensiero logorante: ella un giorno mi pu sfuggire. Le pareva di essere cattiva, ma anche, con questo ella difendeva l'amore. Se egli ci teneva al suo amore, badasse a conservarselo. Era stanca di dover difendere il proprio amore; e tutto questo forse non nasceva che dalla sua paura di non amarlo pi, un giorno. Troppo inquieta, era la sua avidit di tutto frugare e conoscere! Ed ella non voleva non amarlo.
Una frase di Cesco, quella che l'aveva soffocata, sommersa, annientata, distrutta nell'angoscia, la inseguiva con un riso beffardo: I sentimenti non hanno a che fare con la volont.
Si poteva non saper pi amare un uomo che si voleva ancora amare? Farlo dubitare, era come scrollare Guido dal suo sazio e pigro dormiveglia e spronarlo a difendere questa donna di cui egli non temeva e che aveva una grande nemica: la curiosit. Ch, sola, ella era troppo indifesa di fronte a s stessa; e Maria pensava a s stessa con l'inimicizia gonfia di rancore che si ha per un padrone che sottomette. Non voleva far soffrire Guido; allora lo amava? Se lo chiedeva e non sapeva rispondere. Per tentare di giustificare a s stessa il bisogno d'insinuare in lui l'irrequietezza dei sospetti, pens che lo faceva anche perch ingelosirlo, voleva dire fare che Guido non la tradisse. Non s'illudeva in fatto di uomini: un uomo lontano, sente rinascere in s tutti gli stimoli randagi che prima egli sacrificava a una sola donna e concentrava in lei, e che ora egli rivolge alla donna in genere poi che vede la donna in ogni donna che passa e lo sfiora. Lontano, un uomo che vuole essere fedele, non la cerca, ma cede all'occasione. Ancora era la voce di Cesco, beffarda, pungente di pensiero.
Maria era inquieta: le voci della casa non la toccavano, non le risonavano dentro. Mille volte al giorno, a un'ora qualunque, pensava: In questo momento forse egli mi tradisce. Bisognava sapere.
Ma come fa una donna lontana per sapere che cos' la vita estranea di un uomo, se anche quando gli  vicina, la vita di lui le rappresenta un ignoto? Pure si diceva che un uomo in queste cose,  ingenuo, si tradisce: potr ingannare in qualche irruenza di superstite ardore, ma poi superato l'ardore, s'annoia a continuare la commedia delle parole d'amore.
Cos Maria scopriva in s una donna nuova, scaltra, che sapeva ragionare. Dove era la freschezza d'un tempo, quando l'amore si chiamava fiducia? Credere, sorridendo; e dare cantando. Si sentiva invecchiata; e da ogni angolo della casa sorgeva un ricordo della sua voce d'un tempo. Nelle lettere, Guido non si mostrava geloso di lei, che egli sapeva sola: questo, le parve un indizio che egli la tradisse. Sapeva che sarebbe stato abile dissimulare i sospetti; ma poi che non voleva nascondergli i suoi pensieri, parl francamente. Guido le rispose irritato; la sua stizza era chiara:
Cos siete voi donne: se un uomo  geloso, glielo rimproverate; se non lo , vi arrabbiate.
Qualche volta Maria credeva alla fedelt di lui e s'inteneriva; e gli era grata che egli la sapesse amare con limpidezza. Altre volte dubitava.
Maria non sa mantenere il dubbio: non conosce incertezze, ondeggiamenti, colori indefiniti. Tinte chiare, linee decise. Due mesi che Guido era solo: Guido aveva un'altra donna.
Maria si stup che in citt, il nascere della primavera fosse tanto diverso dal fermento primaverile al paese. Anche, Guido era lui e pure pareva un altro. Maria lo sent quasi ostile perch egli l'accusava dentro a s, di non sapere i suoi affanni, di cui egli non le aveva parlato. A lui, anche ella parve diversa:
Che c'?
Allora Maria che non gli sapeva tacere la sua gelosia, gli disse:
Tu non rispondermi. Io ti racconto di una mia gelosia, ma tu, promettimi di non dire nulla. E sperava che Guido le rispondesse.
Egli non le rispose; sarebbe stato facile addormentare quella gelosia, con una parola; ma per rispondere bisognava affaticarsi a pensare; gli parve molto comodo che Maria non domandasse una risposta. Tacevano: ella, ansiosa, vibrante; egli pigro e sodisfatto. Il silenzio fra loro diventava un abisso.
Le parl un giorno: affari, carte, fallimenti, un grosso debito. Maria cap in una confusione di cifre e di nomi, che se egli non pagava, era perduto.
Se quell'altro non dice una parola!
Quell'altro? Chi?
L'avvocato Ciurri.
Sottovoce Maria disse:
Lo conosco.
E poi? Che vuol dire questo?
Ripet:
Lo conosco. E guardava diritto avanti a s. (Vide quel piccolo uomo scarno, scuro, perduto fra le grinze, che muovendo la testa, distendeva o ripiegava la pelle del collo, come un'armonica.)
Egli seguiva il suo pensiero:
Che uomo ?
L'ho incontrato in casa d'amici. Conosce Pietro.
E con questo? Spero che non penserai di parlargli tu! Sperava che Maria lo pensasse; ma non voleva che ella sospettasse il suo pensiero.
Non insistette.
E Maria gli era grata di averle dato il modo di essere legata a lui anche in questo. E la sua voce tremava, umile di riconoscenza.
Entr in tre portoni e fece anche tre volte le scale, perch non ricordava l'indirizzo esatto; sapeva da quello che aveva detto Pietro, la strada e la casa; ma la casa aveva tre ingressi. Dovette sostare a ogni pianerottolo e a ogni porta; e arriv davanti alla porta dell'ufficio, affannata. Una targa lucente: Avvocato Armando Ciurri. E sotto, nero sul bianco: Avanti. Una parola che vale per tutti, senza la bonariet o il sorriso di una preferenza. Poco incoraggiante.
Attese in una stanza: osservava una dattilografa e due impiegati; il ticchetto delle macchine le incalzava i pensieri. Dalla porta, a destra, dove uno degli impiegati era entrato con il suo biglietto, uscivano uomini affaccendati che facevano scattare in piedi gli altri impiegati, cui rispondevano con cenni distratti della mano. Tutti la guardavano con una punta di sorriso.
L'avvocato  occupato. S'accomodi l'impiegato le offr una sedia.
Maria prepar le parole che avrebbe dette e le impar a memoria. Quelle pensate alla notte e le altre pensate per la strada, le sembravano ora sciocche, infantili. La sua ansia rallentava nell'attesa; si guardava d'intorno per far amicizia con le cose, le pareti, i mobili, gli oggetti su cui pesava il grigiore che  nello sguardo, nella voce, nel fare e nelle vesti di quelle donne che ancora bambine, dimostrano d'essere nate per restar zitelle. La tappezzeria diceva una malinconia: quella che nel vestire  come il simbolo della virt di quelle donne che non avrebbero potuto non essere virtuose. Roselline rosa, dai gambi d'oro a ghirigori che disegnavano arditi svolazzi per formare una ricca decorazione, sullo sfondo d'un verde chiaro colore di miseria.
Dalla sua sedia davanti la finestra, Maria vedeva la casa di faccia; e nella casa, una finestra aperta; e sulla finestra un fonografo al quale rispondeva un abbaiare furioso, dalla strada.
Marzo era dolce, e il pomeriggio radioso. Alla finestra vicina a quella del fonografo, s'affacciava accanto a una gabbia, una vecchietta rugosa che trasse qualche cosa dalla gabbia e la lanci sulla strada; e il cane tacque e s'ud solo la monotonia rauca del fonografo che avvicendava un voco stridulo a un brontolare cavernoso, oltre un crepito che pareva fosse di una terza voce che volesse soverchiare le altre.
Guardando la vecchietta alla finestra, le parve che parlare all'avvocato fosse una cosa semplice e sentiva le parole che gli avrebbe dette; e desider che la porta s'aprisse e l'impiegato le dicesse d'entrare. Ma quando sent avvicinarsi dei passi dietro la porta, le parve che le parole le sfuggissero come le maglie cadute nel tessuto d'una calza; e allora il desiderio che la porta non si aprisse, super quello di saper parlare.
La dattilografa la sbirciava da lontano, parlando con gli impiegati; la vecchietta alla finestra ritir la gabbia e chiuse le vetrate. Il cane taceva; solo il fonografo all'altra finestra, brontolava o strillava crepitando.
La porta s'apr; sulla soglia apparve l'avvocato Lari, un collega di Pietro impiegato con lui nello studio dell'avvocato Bretti. Maria tent di abbassare il capo perch egli non la riconoscesse. (Roselline rosa, a ghirigori, a svolazzi d'oro sul fondo verde chiaro: Maria guarda a capo basso la tappezzeria verso l'orlo del pavimento. Una macchia d'inchiostro oscura met d'una rosa. Ella ha negli occhi un abbaglio di rosa. Quel rosa che stride su quel verde che le pare un colore cattivo, somiglia alle caramelle che l'attiravano per la vivacit lucente del colore, nella vetrinetta d'una latteria al paese. Vede le padrone della bottega: due sorelle vecchie, zitelle, con un'aria ripugnante da marito e moglie: l'una alta, bruna, grossa, muscolosa e accigliata, con i baffetti arditi e la voce rimbombante; l'altra, piccola, bionda, molle e sorridente, con una vocetta sottile e la pelle delicata. Maria ricorda come da bambina credeva che a toccarle il grasso delle gote, ne sarebbe schizzato il latte. (Per questo, pensava allora, la bottega si chiamava latteria.) La macchia d'inchiostro s'allarga inghiotte la rosa; i contorni s'offuscano, oscillano, il rosa invade il verde e, invadendolo, si discioglie; e anche l'oro sbiadisce e non rimane che una macchia scura, su uno sfondo che mette negli occhi l'ondeggiare bianco che abbaglia premendo le palpebre con le mani per guardare dentro a s.)
L'avvocato Lari attratto dal mistero del mantello da cui sbucavano le gambe snelle e dal pallore che tagliava l'ombra tra il bavero e l'ala del cappello, si ferm e indugi ad accomodarsi la cravatta (Maria non alz il capo); ancora sull'uscio egli si volt a guardare.
Un nuovo tormento si sovrappose all'ansia di Maria: l'aveva riconosciuta? Che avrebbe ella detto a Pietro, se le avesse domandato che cosa era andata a fare in quell'ufficio?
Un campanello squill. Un impiegato usc, rientr:
Passi. L'avvocato l'aspetta.
Ella si trov di fronte a lui. Lo vide alzarsi dietro la scrivania, sullo sfondo di una libreria vetrata e tendere una mano verso una poltrona di velluto, davanti alla quale rivolse la sua sedia:
Devo dirle che la sua visita mi ha stupito?
Maria ritrov la calma. Sulla parete a destra della scrivania, c'era un quadro: l'avvocato da giovane. Lo riconobbe dagli occhi. La cornice era troppo lucida. Torn a guardare lui: secco, piccolo, tutto grinze. Ne incontr gli occhi grigi, lucenti, quando egli soffi per diradare le spirali dense della sigaretta.
Permette? Le sorrise e non pareva spazientito: L'ascolto?
Vorrei che anzitutto lei mi promettesse il segreto. (Un gesto: accordato.) Perch se mio cognato sapesse...
Subito egli pens: debiti; e la guard dal cappello alle scarpe: bellissime gambette, calze discrete, scarpe troppo grandi.
Si tratta di Guido Poderri. (L'avvocato fece un gesto di cui Maria non seppe capire il significato, ma prima che egli parlasse alz la testa fieramente.) Vengo a sua insaputa; e lei mi deve promettere che nessuno lo sapr. (L'avvocato sorrise.) So che lei solo pu salvarlo. Poi disse semplicemente: Gli voglio bene.
Ma lui,  il suo fidanzato? gli parve di avere il diritto di farle quella domanda. (Ella taceva, cercando una parola.) Dico... Se la sposer?
No e alz gli occhi.
Ah! L'avvocato allung le braccia e le gambe, affondando nel seggiolone, pigramente; la guardava e gli brillavano gli occhi; poi scosse la sigaretta sulla scrivania, ma subito quando vide che aveva impolverato una carta, la ripul soffiandovi sopra; s'accorse che s'era anche insudiciato le ginocchia e le spolver con le mani; poi riprese a fumare.
La ragazza veniva a proporre un affare. Era graziosa; anzi, bella. Che una donna mentisse, non lo stupiva: sfacciata, questa, ma bellissima.
Gli voglio molto bene. Lei mi deve capire. Ho saputo che tutto dipende da lei. Maria parlava in fretta, affannata, per sopraffare con le parole il rifiuto per il quale le pareva l'avvocato meditasse e preparasse nel silenzio, un'espressione cortese, ma energica. L'avvocato era un uomo di cuore, bastava parlare con lui, per capirlo: e glielo diceva sorridendo e non le pareva di mentire.
Egli la guardava. (Se io acconsento e in cambio non le domando nulla, sono un galantuomo. Ma c' chi direbbe che sono un grande imbecille. Anche quel suo Poderri. Forse  lui che la manda; e dopo rideranno a mie spalle.) Avrebbe fatto fatica ad allungare la mano; gli doleva il braccio che avrebbe dovuto muovere per toccarla. Ma lo pungeva che lo credessero un imbecille. Volle far l'atto di prenderle tra due dita, la guancia; le sfior solo una mano. Che ella ritrasse.
Gli voglio tanto bene. Faccia questo per lui. Una sua parola pu salvarlo. Maria ha visto che negli occhi dell'avvocato s' acceso un sorriso. Ella crede che la sincerit abbia una voce che tocca ogni cuore; anche vorrebbe dirgli che  tanto bello poter fare felice qualcuno; ma non osa, perch sente che la trasparenza di quello che gli vorrebbe dire si offusca nelle parole. L'avvocato gioca con una statuina: una figura di ballerina fatta per essere maneggiata su un tavolo d'ufficio. Maria guarda la fotografia di una donna vecchia sulla scrivania. Egli si volta a seguire il suo sguardo, mette gi la statuina; poi sottovoce:
La mamma. Ha tra le dita la sigaretta. Non parla; guarda il ritratto; e forse ora non ricorda che quella donna  l e aspetta da lui una parola. Qualche cosa  entrata nella camera.
Il telefono squilla. L'avvocato si scote e risponde, serio e lento. Ha ripreso la sigaretta; aggrotta le ciglia e scrive qualche riga; quando poi parlando, egli alza lo sguardo Maria vede che i suoi occhi somigliano a quelli della vecchia nel ritratto. L'avvocato mette gi il ricevitore e dice davanti a s:
La mamma. Non sorride; ma un sorriso gli passa sul viso come l'eco di una carezza.
Le somiglia.
Gli occhi?
S e anche il sorriso.
 una semplice donna, la mamma; e tanto buona. Ora l'avvocato le parla quasi con benevolenza; e Maria guarda il ritratto e gli dice: grazie.
Il telefono squilla ancora. L'avvocato risponde brusco: al posto del sorriso che, al pensiero di sua madre, gli distendeva la stanchezza delle ciglia, c' una ruga dritta:
Non pago. Non pago. E glielo dica. Stizzito sbatte il ricevitore.
Maria si alza:
Allora ho la sua parola?
L'avvocato sta seduto:
Dica la verit: lei non gli ha detto che mi conosce?
Trattandosi di lui, la bugia le pare un diritto:
Le pare? Non vorrei neppure che egli lo sospettasse. E conto su di lei...
Ma gli vuole tanto bene? L'avvocato  in piedi e le sorride: Creda a me: non si fidi degli uomini.  un uomo che glielo dice. (Parlando, ha suonato il campanello.) E del resto neppure gli uomini devono fidarsi delle donne. S' fatto serio. Forse una donna, se vuole bene, sa fare ci che un uomo non saprebbe. (L'impiegato  sulla soglia; l'avvocato gli fa cenno d'aspettare.) Ma quelle sono poche. Arrivederla signorina.
Maria vorrebbe farsi ripetere la promessa. Un altro impiegato  entrato.
Il commendatore Garri? Fa passare. Arrivederla. L'avvocato sente la domanda: Ma s, quando le ho detto! Si fidi.
E come farlo sapere a Guido ora? Gli telefoner: perch nel sorriso che ella ha nella voce, egli capisca. Non vuole che egli soffra ancora, quando ella gi sa che  salvo.
Lo chiam nel suo ufficio: era uscito. L'indomani lo vide; cap che Guido sapeva, ma anche sent, e ne era contenta, che egli non l'avrebbe ringraziata. Maria taceva; ma sperava da lui una qualunque parola buona. Guido l'am in fretta. E dopo le parl d'una cena con gli amici (e se ella soffr di quella indifferenza, anche era lieta di saperlo spensierato). Non vide la tristezza di lei. Raccontava della moglie di un suo amico.
Che donna! disse. Per lui, quella, farebbe anche la serva.
Maria non gli rispose.
E io? Io? scatt il suo orgoglio. L'odio.
La solitudine morale ha due atteggiamenti: o un'apatia supina che si trascina nei giorni in una smemorata e fiacca pigrizia; o un attaccamento puerile per le piccole cose: una comprensione profonda, di tutte le semplici ed umili apparenze, che  quasi la strana gioia dell'approfondire la piet di s stessi, riflessa nelle cose che ai nostri occhi sembrano sole e tristi, e nelle quali troviamo, se pur diversa di toni, qualche eco del nostro soffrire.
Maria piombava dall'uno all'altro atteggiamento. Qualche volta, ricordando una parola di lui, in cui ella credeva di scoprire qualche indizio d'un suo tradimento, la ripeteva in s e si esaltava; e a furia di ripeterla cercandovi un valore e un significato che la parola, detta ingenuamente, non aveva, ella creava uno stato d'animo corrispondente a un tradimento di lui: e credeva a questo tradimento, che nella sua fantasia assurgeva al valore di una realt. E Guido che l'aveva veduta prima docile e affettuosa, la ritrovava aspra e silenziosa: diversa. E ne accusava i suoi capricci.
Maria non si sarebbe piegata a dirgli che soffriva per lui, che smaniava di gelosia; ed egli, cui quell'atteggiamento pareva d'indifferenza, la credeva volubile e bizzarra. Se Guido era di buon umore, seccato di non trovare in lei una gaiezza che rispondesse alla sua allegria puerile e rumorosa, s'allontanava stizzito. E Maria sentiva rinascere in lei la creatura dolce ed umile; si scrollava dalla morsa dell'orgoglio, ribelle contro s stessa; e gli tendeva le braccia, affettuosa. Quando egli aveva bisogno d'una parola buona, vedendo Maria scura ed ostile, si faceva supplice: Maria che lo sentiva in suo potere, lo disprezzava per questo; ma poi cedeva a quel senso di piet che sentiva di fronte a ogni tristezza, poi che aveva bisogno di creare il sorriso. Tuttavia un'ombra di quel disprezzo restava in fondo a lei e saliva ad oscurare le parole e i gesti di lui: in quello scontento Maria non discerneva se quel disprezzo fosse un sentimento che Guido aveva destato in lei, o fosse una sua incomprensione di lui; e gi sotto il turbamento delle carezze, rimproverava s stessa di non saper amarlo. Aveva allora per lui parole d'ardore, di cui Guido soffriva, torvo e nemico, poi che nella loro audacia gli pareva di scoprire le tracce del passato di lei, che egli non sapeva dimenticare.
Maria tentava di esprimere nei gesti un amore che ella non sentiva, ma che voleva sentire: per creare una realt cui ella stessa potesse credere; per non dover mentire a lui, tentava d'ingannare s stessa: se uno di loro doveva essere ingannato, voleva essere lei quella. Dare gesti, voce, cio apparenza, a un sentimento che non esiste in noi, vuol dire creare la sua realt esteriore (che  solo apparenza) da cui nasce la fede nella sua realt interiore. Voleva credere di amarlo: lo amava.
Qualche volta quando ella disapprovava o non amava qualche cosa di lui, non sapeva se dirglielo, perch con lui voleva essere sincera, o se tacere, per quel rispetto che la donna dovrebbe avere dell'uomo. Non si deve amare tutto, anche i difetti, dell'uomo che si ama? O il fatto di distinguere in lui i difetti e di riconoscerli tali, vuol dire che quello non  amore?
Anche, Maria si sorprendeva a desiderare che egli la tradisse per avere qualche cosa da perdonargli e si raccontava una lunga storia nella quale lo scopriva fra le braccia di un'altra e s'allontanava da lui, sdegnosa e ferita. Poi, in queste fantasie, Guido ritornava a lei e le diceva di non amare che lei. E Maria perdonava.
Il pensiero d'avere qualche cosa da perdonargli, l'avvicinava a lui. Quando Maria era serena nell'amore, doveva creare un tormento alla sua irrequietezza, perch da quel soffrire prendeva lo slancio per amare e credere al suo amore; nella serenit fluttuava una silenziosa monotonia. La noia. E pure un tempo Maria non aveva pensato alla noia; era tanto semplice amare.
Ora per non dubitare del proprio amore, doveva dubitare dell'amore di Guido; per amarlo, doveva pensare che egli aveva amato altre donne: questo la sferzava. Perch se pensava che Guido l'amava, sentiva che non c'era pi niente da conquistare in lui; forse che in lui non aveva amato che la conquista. Cos Guido non conosceva ora di lei, che due atteggiamenti: o l'ostilit o un sorriso distratto.
A furia di domandarsi perch desiderava che egli la tradisse e di frugare in s stessa per capirlo, Maria sent che evocare accanto a lui le imagini di altre donne belle, per una stranezza della psiche, la eccitava. Cos, poteva desiderarlo; ed era la sua volont di amarlo che la spingeva a costruire le imagini del tradimento di lui o a pensare alle donne che egli aveva amate. Di lui, poco sapeva. Se anche un uomo racconta di un suo amore,  troppo poco:  come ascoltare una voce che legge un racconto; per sentirlo, per viverlo, bisogna leggere con i propri occhi e cercare l'imagine nelle parole che si vedono, e costruirla e crearla con la nostra sensibilit, non della voce di chi legge.
 bene conoscere le donne che sono state nel passato di un uomo, perch la gelosia gode a trovarne i difetti; mentre nella fantasia, l'imagine della donna che non si conosce, appare bella, perfetta in ogni espressione.
Maria anche sentiva che conoscere le donne che un uomo ha amate,  come conoscere un poco lui: quella parte di lui che sfugge alla donna che ama, perch nel fatto che egli ama lei, ella non pu giudicare il gusto di lui; qualunque donna non pu che dare ragione all'uomo che l'ha scelta.
Pensando alle donne belle che Guido aveva amate, Maria soffriva di una solitudine che ella voleva spiegare a s stessa con il pensiero d'un tradimento di lui; e l'ombra di quel tradimento che era solo nella fantasia di lei, creava tra loro un'ostilit che Guido non capiva.
Una volta, turbato e dismemore nei baci, egli le parl nel suo dialetto che non era quello di lei; a Maria parve egli si fosse tradito parlandole come a un'altra: una donna del suo paese che egli forse aveva amata. Non batt ciglio, non fiat, sperando gli sfuggisse il nome dell'altra; e non sent che nel fatto di parlarle nel proprio dialetto, che in ogni uomo ha radici profonde, egli s'avvicinava a lei, si dava a lei, ispirato solo dall'istinto in cui affioravano voci lontane, dalle radici dell'essere.
E Maria gli sfugg con tutti i pensieri, convinta di un tradimento. Ne nasceva in lei uno stato d'anima sospettoso: parole che egli aveva dette a proposito di cose indifferenti, assumevano nel ricordo il balenare obliquo di sospetti; frasi con cui egli aveva parlato di donne conoscenti, prendevano il sapore ambiguo di allusioni o di quel tradirsi voluto e disonesto, con cui alcuni uomini vantano, senza confessarle, le loro conquiste, agli occhi di una donna attenta e gelosa. E ogni volta che Guido parlava di una donna, ella trasaliva tentando di sembrare distratta o indifferente. E dopo ricordava il tono della voce di lui, l'oggetto su cui s'era fermato il suo sguardo o quello che egli aveva sfiorato con le dita, dicendo il nome di una donna che era o l'amante o la fidanzata o la moglie di un altro.
Da ogni parola sbucava, strisciando, e innalzava la lingua biforcuta del dubbio, un sospetto: ed ella ne traeva ragionamenti lampeggianti d'astuzia in favore dei suoi dubb. Voleva conoscere il tradimento; era stanca di sospettare, temendo d'ingannarsi; e inarcava e curvava la sua attenzione su s stessa, per cercare arditamente il perch della sua gelosia. Lo amava? Era amore questo martirio di dubbi e di sospetti? Ma nettamente in lei, s'illuminava un pensiero: era dunque orgoglio? L'orgoglio d'essere l'amata, superiore a tutte, la sola che egli potesse amare? Solo orgoglio?
E allora ella tornava a lui in uno slancio di bont; e non sapeva se soffrisse pi del sospetto d'essere tradita o del tormento di non saper amare; e tentava di desiderare Guido ed eccitando la propria fantasia assetata di passione, di ardore e di sensazioni, ella creava in s una parvenza d'amore. Desiderio d'amore; ma ella credeva con gioia, fosse desiderio di lui. E lo credeva anche Guido che, per quei suoi risvegli irrequieti e bizzarri, la disprezzava. Ella, che lo sentiva fiducioso, s'irritava con lui, poi che egli non intendeva quanto  difficile farsi amare da una donna. Ma poi le pareva che la fiduciosa, fosse lei e che egli ridesse nel sentirla credula e ingenua. Una volta gli disse:
Come la donna deve apparire ridicola agli occhi dell'uomo che la tradisce, quando nel suo silenzio egli crede di sentire la fiducia. (Guido non intese che la superficialit della frase e le sorrise; quel sorriso le parve ambiguo.) Maria guard dall'altra parte: Se per l'uomo, sapesse, che quel silenzio  disprezzo! E lo sbirci di sotto in su e poi che egli, preso e tentato dal lampo che le era balenato fra le ciglia, si pieg a baciarla, Maria pens che Guido lo avesse fatto perch non voleva guardarla negli occhi.
Ella sentiva dietro ogni parola di lui, una bugia; e poi che aveva paura egli si tradisse e ne aveva quasi un senso di disagio per lui, parlargli o fargli delle domande, metteva nella sua voce la stessa incertezza, e nel suo tremore lo stesso fastidio irritato, che si ha scrivendo sopra una carta messa su una stoffa, quando la carta cede alla pressione e pare voglia fendersi. Un giorno gli domand:
Tu credi di conoscermi?
Egli non lo credeva ma, un poco per non dirle qualche cosa che le dispiacesse e un poco per non mostrarsi quale egli era di fronte a lei, afferm:
Credo che ti conosco.
Scontenta, Maria si scost per sfuggire al suo bacio:
Ma tu conosci quella di ieri, forse neppure quella che sono oggi. (Perch ella sentiva che in questo pensiero, ella non era gi quella che prima vibrava ai suoi baci; e tent di dirgli questo, ma come gli parlava, sentiva che egli non l'avrebbe capita.)
Ma questa  volubilit! E allora la fiducia?
Si volse, aspra:
Che c'entra la fiducia? Non vuol dire che la donna sia diversa nel sentimento. Una donna si trasforma ogni ora: nelle sfumature, nelle curiosit, nei desider, nelle sensazioni. Ah! tu non mi capisci! Subito si pent d'averglielo detto, perch niente irritava Guido quanto sentirsi dire da lei: non mi capisci; e dopo egli s'arrabbiava con lei, di non capirla. Nulla stizzisce l'uomo come sentirsi dire la propria verit da una donna. Il ragionamento era questo: io sono un uomo intelligente; se io non ti capisco, vuol dire che la colpa  tua; un uomo ha altro per la testa, che seguire le stranezze d'una donna e sciogliere i problemi che ella gli pone con i suoi capricci. La donna non deve affaticare: deve essere il riposo di un uomo che lavora.
Il solito egoismo! scatt in lei il pensiero, quando egli glielo disse. Una grande amarezza era in lei poi che sentiva tutta la ricchezza gagliarda e rigogliosa della sua vita interiore, sprecata accanto a questo uomo che la ignorava e, se ne giungeva a lui qualche riflesso, non ne capiva l'ardente e luminosa essenza, ma l'abbassava alla portata della propria mentalit.
Cos qualche volta egli diminuiva Maria anche agli occhi di s stessa; e nei momenti di debolezza ella cominciava a dubitare di s, a pensare che la sua irrequietezza fertile e assetata, non fosse che leggerezza e volubilit. E ne soffriva. Poi nei suoi scatti di volont, ella guardava dentro a s: e si riaccendeva quel senso di forza che le faceva sentire la sua bellezza e tutto ci che ella era, sprecati nelle braccia di un piccolo uomo. Era in lei un sottile scontento che fluttuava sotto la superfice del suo stato d'anima, di cui l'apparenza ingannava anche lei stessa. Qualche cosa che pungeva e insinuava in lei una malinconia che non aveva la bont della tristezza.
Allora arditamente Maria scrutava in s: e scorgeva l'ombra d'un sospetto sfuggente, lo scontento per una parola o uno sguardo che Guido aveva avuto per un'altra. E sentiva tutto ci che ella era, doppiamente sprecato, perch l'uomo che non ne capiva il valore, la abbassava, nel tradirla, e la confondeva alle altre donne. Furibondo orgoglio.
Si sentiva isolata al di sopra di tutte, ed era in lei lo stupore che egli non la vedesse cos alta e lontana dalle altre donne; e di questo soffriva per ogni parola di lui. Un giorno Guido le disse:
L'altro mese, portavi un cappello con le falde larghe e spioventi; ora che l'hanno tutte, ne porti uno diverso.
Appunto perch l'hanno tutte.
Egli sorrise:
Stravaganze.
Maria avrebbe voluto egli sentisse che ella era diversa in tutto; ma dirglielo, sarebbe stato come vantare il proprio valore. E s'allontanava da lui, fiera e sdegnosa. Nel sentire che egli la confondeva alle altre donne, provava la noia che soffriva per la strada, quando il passo di un estraneo s'accordava al suo passo ed ella si trovava al fianco una persona qualunque, come se camminassero vicine; e, volendo sfuggire la molestia di quella vicinanza, s'imbatteva in un'altra persona che, venendole incontro, la faceva sostare o deviare, o incontrava sul marciapiede qualcuno intento a guardare una vetrina, il quale la obbligava a camminare ancora accanto a quell'estraneo di cui il passo s'era accordato per caso, qualche attimo, al suo passo.
Tu non vuoi fare come le altre. Affetti vesti, modi, tutto diverso. Perch? (Pensava:  ridicolo; non glielo diceva, ma ella lo sentiva nel suo sguardo.)
Appunto perch sono io.
Vuoi sembrare diversa.
Lo sono.
Maria si sentiva non soltanto diversa dalle altre donne, ma anche diversa da quella che ella era stata un tempo: con Cesco ella non era che un'umilt. L'avevano fatta diventare un'altra! Un pensiero scatt: perch accusare gli altri? Gli anni e i dolori l'avevano temprata. Ma anche sentiva che era pi dolce essere umile e piccola, accanto a un uomo gagliardo e dominatore. Che dolcezza poter guardare l'uomo alto sopra la donna, di sotto in su, quasi attonita della propria piccolezza; perch guardare dall'alto sull'uomo,  solitudine: orgogliosa e amara solitudine.
Orgoglio, di cui ogni dolcezza, ogni freschezza e tutto quello che  fresco fiorire, sono prigionieri! Poter ancora avere negli occhi il barbaglio dei risvegli e quella canora semplicit, sgomenta e smarrita per il troppo sole! Tutto sfiorito, ora, tutto frugato e messo contro luce dal pensiero che non sosta, ma batte irrequieto, cerca, spietato e tenace, scruta, sfronda e distrugge! Ah freschezza del non sapere, limpidit dismemore e felice: quanti fiori, quante luci, quante freschezze!
Ora non c' che quel battere, tenace ed acuto, dietro il muro della volont: un'ansia che cerca, un'irrequietezza che medita l'atto con cui poi si impadronisce d'ogni forma, d'ogni essenza, d'ogni apparenza, d'ogni pi aerea levit e la circonda e la imprigiona e ne spreme una parola che stiller solo amarezza. Poter solo un attimo assopire la punta di quell'ansia e affogare in una spensierata morbidezza di sogno: poter non pensare!
Questo troppo pensare l'affaticava. Ne aveva un senso d'eccitazione spirituale: un'acutezza morbosa e una prodigiosa sensibilit del pensiero; era uno stato di esaltazione in cui la potenza della percezione spirituale saliva a vette inimmaginabili, penetrava a sottigliezze fantastiche, scendeva a profondit immense. Tutto l'attirava; nelle ore di grande stanchezza del pensiero, questa ansia assumeva caratteri quasi puerili: diventava una smania di leggere ogni carta, di scrutare in ogni cosa.
Da ogni cosa che Maria osservava, una carta, un vestito, il disegno d'una tappezzeria, ella traeva una fonte di ragionamento, una sorgente d'idee nuove: c'era in lei quasi quella smania creatrice, dolorosa e gioiosa, che  in tutte le creature che vogliono foggiare e imprimere di s, non solo le apparenze delle cose, ma vogliono plasmare e ispirare di s, le essenze delle cose. Un bisogno di perpetuarsi nelle cose.
Un giorno credette di sentire in questo, un desiderio di maternit: quell'ansia e quell'angoscia di plasmare di s tutte le cose, non erano che il divino bisogno dell'istinto: perpetuarsi nel fiorire d'una creatura.
Il pensiero s'affaticava, incalzato da un affanno tormentoso; e ne scattavano mille pensieri contemporanei che volevano soverchiarsi l'uno l'altro; ed ella tentava di cercare riposo nelle figure e nei colori del paesaggio; le pareva che scrutando l'azzurro cupo della sera, poi che queste eccitazioni la prendevano specie nella solitudine della sera dopo che ella aveva molto pensato, ne avrebbe avuto un senso di freschezza. Era tanto stanca. Ascoltava salire dall'ombra e affiorare nel silenzio, il respiro della notte, come dalla folla, a volte, sale il mormoro della moltitudine che pi che una voce,  il confondersi delle voci in uno smorzato rombare di tuono. Anche dai fantasmi della sera saettavano mille pensieri faticosi; e Maria voleva assopire la mente, pensando a cose futili; ma sentiva che le cose in s non sono futili, e acquistano valore dalla forza che ne sa trarre il pensiero. Cos anche dall'imagine d'un vestito (che ella credeva frivola), il pensiero traeva mille idee per creare nuove vesti belle, che Maria avrebbe voluto avere. Non c'era riposo: pensare, pensare. Affaticarsi a seguire il ritmo del pensiero: e violentare ogni barriera e impadronirsi di tutto, in una ventata di potenza che batte lo spazio come un'ala. In questa sua fertilit spirituale, Maria avrebbe saputo discutere di tutto e trovare gli argomenti dissimili per vantare prima e per poi combattere una stessa cosa, poi che ne sapeva osservare e valutare le apparenze, dai var punti di vista; e pur soffrendo di questa duttilit tortuosa e insidiosa del pensiero, ella ne gio perch le si aprivano nella mente nuovi orizzonti dei quali non avrebbe approfittato che per farsene una difesa contro gli inganni degli altri. In quei momenti sentiva la propria forza; ma non ne sentiva tanto l'orgoglio, quanto soffriva della stanchezza del suo pensiero irrequieto. E allora nasceva in lei un grande desiderio d'incontrare un pensiero forte come il suo: un pensiero maschio che superasse la forza del suo pensiero e lo soggiogasse e se ne facesse pi che un alleato, uno schiavo. Essere dominata tutta. E con che gioia, forte e selvaggia, ella avrebbe dato la sua forza al vincitore!
Ed ella odiava la sua forza, perch se era fonte d'orgoglio era anche solitudine. Dopo questi voli, nella luminosit del pensiero, dopo queste ansie e queste ventate di vittorie, ascoltare le parole di Guido, era come affogare nella quotidianit grigia ed opaca. Egli sentiva dietro le parole di Maria, qualche cosa che ella non plasmava nell'espressione: perch ella amava far balenare dietro la frase un'ampiezza, una profondit, un senso di luce di cui la parola rifletteva solo un lampo, e che aizzavano in lui la curiosit di questa donna cos vicina e tanto lontana. Solo in questo, Guido sentiva che ella gli sfuggiva; ma non vi scorgeva il mondo vasto della sua irrequietezza; quello che di lei egli non capiva, non gli pareva che un riflesso del passato; e di non saper penetrarvi, ne rimproverava lei: lei e il suo passato, del quale sorgevano ora le ombre a profilare le loro ambigue forme d'ignoto, sulle piccole apparenze di tutti i giorni.
Prima egli aveva accennato al suo passato, con la delicatezza della mano che sfiora un'antica ferita; poi vi aveva indugiato con un fare ostile e stizzito che l'aveva offesa; e ora non c'era cosa che egli non sapesse sfruttare per farne un accenno al suo passato: e il rimprovero si mascherava d'una piet che della piet non aveva n la levit che  [...] fatto di tristezza(2); ma aveva solo lo sguardo torbido e la bocca sottile dell'odio.
Che egli fosse geloso, Maria era contenta; ma che le parlasse del passato, le pareva una slealt. Lo aveva creduto curioso e ansioso di lei; nelle sue domande non aveva sentito n il rimprovero n l'egoismo dell'uomo. Poi egli le si rivel. Se un tempo ella gli aveva parlato con umilt e aveva sentito di fronte a lui, il suo passato, come una colpa, ora guardava al passato come a una luce. Soffriva un disprezzo sdegnoso per quell'uomo che dalla sua sincerit, non traeva che l'argomento per opprimerla con il rimprovero ostile della sua gelosia; ed ella sorgeva a difendere i ricordi di quello che, se era stato il suo martirio, era anche l'imagine della sua freschezza. Non umile, ora; la sua sincerit non capita n apprezzata, diventava una tristezza che le induriva nell'anima un senso di solitudine sdegnosa. Perch dalla sincerit di lei, nasceva la sfiducia di lui? Guido le parlava ora con padronanza brutale; ella non voleva che un uomo le dicesse: voglio. E pure era questa la sola parola che ella desiderava e attendeva dall'uomo. Si diceva che aveva obbedito a Guido, solo perch aveva voluto obbedire; non per docilit. Ma amato, avrebbe solo l'uomo che avrebbe saputo piegarla con la tenacia della mano gagliarda, facendola trasalire di quella felicit che  solo nell'essere docile, supina: vinta.
A che serve essere una donna energica, forte e ribelle, se non per essere vinta dall'uomo: per offrirgli questa forza e questa volont?
Quando egli le disse la rovina, tutto ci che non era il soffrire di lui, fu dimenticato, e Maria non fu che una volont: essere la compagna nelle ore di lotta; e ritrov per lui la piet di quando lo aveva veduto tanto brutto e gli aveva voluto bene per questo.
Se anche ella non s'intendeva d'affari, quando Guido le spieg la sua situazione, subito ne ebbe una visione nitida e la domin: non bastava un credito come l'altra volta. Maria sapeva che egli s'era rivolto al commendatore Folchi, il direttore di una grande banca, e che non aveva avuto il denaro.
Bisognerebbe andare da lui. Guido pareva pensieroso.
Vuoi che ci vada io? e lo guard, timida.
Lo conosci?
No.
E allora?
Ci penso io a parlargli.
E una mattina Maria si fece annunziare al commendatore Folchi. Lo scalone era troppo vasto e lucente; troppi ori, troppi tappeti; ma tutto questo, se pure le pes sul petto come in uno sgomento, non smorz il suo ardore di agire.
Il Direttore dice che non la conosce brontol l'usciere annoiato, scotendo il biglietto su cui Maria aveva scritto in fretta, con la matita, il suo nome.
Gli dica che ho urgente bisogno di parlargli.
Se non la conosce? Pure obbed alla sua voce quando ella gli disse:
Vada a dirglielo.
E torn con la risposta:
Aspetti. Ma non la fece entrare come tanti altri, che egli aveva accolti con un inchino davanti a un uscio con le dorature; perch gli uscieri ostentano con i visitatori modesti, la commedia della superiorit che i padroni fanno con loro.
Maria aspett in piedi. Guardava i vetri lucenti, le poltrone di velluto, gli specchi, le dorature, i tappeti, e soffriva di quel che di afono e di freddo che era nell'aria: forse l'eco delle cifre, nemiche d'ogni gentilezza, che turbinavano fra telefoni, cervelli e macchine da scrivere, dietro a quegli usci. Qualche campanello squill; alcuni uomini che passavano silenziosi e frettolosi, la guardarono; poi l'usciere la fece passare. Entrando, non vide subito il commendatore Folchi nella grande sala che specchiava da tutte le parti, ma ud la sua voce che, si sentiva, conosceva solo il comando; e si guard d'intorno, stupita, non sapendo seguire la direzione della voce. Il commendatore borbott: Entri senza alzare il capo e seguit a dettare numeri a un impiegato.
Aveva una testa bianca e spettinata e una ruga dritta alla radice del naso. Quando egli alz lo sguardo, Maria vide due occhi scuri che si rischiaravano ed ebbero, sfiorandola, quasi una dolcezza tra il grigio e l'azzurro. Non s'era alzato in piedi:
Segga e accenn una sedia. E mentre ella s'avvicinava al tavolo: Io non la conosco brontol, sfogliando alcune carte. (Maria disse il nome.) Egli seguit a scrivere e dopo un poco si rivolse a lei: Anche il suo nome non mi dice niente e leggendo, disse in fretta: Si spicci, signorina... o signora.
Dovrei parlarle da sola.
L'impiegato non si mosse, l'impiegata che aspettava dall'altra parte del tavolo, ebbe un corrugare di ciglia, che il commendatore osserv e cui rispose con una rapida occhiata; subito la signorina usc. L'impiegato aspettava.
Prepari quelle lettere. E mi faccia parlare con Sua Eccellenza Bonelli. Quando furono soli: Ecco, sono con lei. Dica e la guardava; ma subito il campanello squill:  lei, Eccellenza? E disse sottovoce cifre e parole strane che Maria non cap. Poi, pos il ricevitore: L'ascolto.
Sono venuta per parlare dell'uomo che amo. (Maria sent le proprie parole, infantili e quasi ridicole.)
Dietro gli occhiali, il grigiore distratto dello sguardo incup:
Chi?
Ho saputo che egli ha molti impegni... e ha bisogno d'un prestito. Io non so altro. So che per lui,  la rovina... Parlava sommesso, intimidita: i pensieri le si sfaldavano; e solo questo capiva e sapeva dire: che Guido era rovinato e che il commendatore potevo salvarlo.
Mi pu dire chi ? Quando ella disse con voce ferma il nome, egli sobbalz: Poderri? Rise: Ha mandato lei, sperando che mi avrebbe commosso?
Sono io che ho voluto venire.
Ma faccia il piacere! E lo racconta a me? Vada via, non mi faccia dire quello che non vorrei! Raccolse distrattamente, per dare un pretesto di movimento alle mani nervose, alcune carte sul tavolo: Che un uomo arrivi a questo! (Smarrita, Maria sentiva che tutto crollava e non sapeva rispondere all'irruenza di quell'ira, forse anche perch quelle parole richiamavano il ricordo delle parole di Ciurri.) E lei, che si presta! E ancora con quell'aria da ingenua!
Allora Maria insorse:
Pu anche dirmi che non vuole fare niente, ma trattarmi cos ... (Non dire! ordin una voce in lei. Dico si rispose, fiera.) ...  indegno. E si volse per andare.
Quello sdegno gli parve sincero; gli occhi gli si rischiararono, poi incupirono. Sulla porta Maria si volse:
Per chi mi ha presa? Era ferita: tutto il suo orgoglio insorgeva: Se sono venuta a pregarla di salvarlo, mi pare che non sia niente di male. E anche lei... potrebbe... (La voce in lei insistette: Adesso l'hai offeso, Volevi aiutare Guido ed hai imbrogliato la cosa.) Volle soffocare le lagrime; e per vincere quel tremito, alz la voce: ... potrebbe capire... che pregare... Nemica, con gli occhi sfavillanti: Potrebbe anche capire che soffro. E chin la testa perch egli non le vedesse gli occhi.
Il commendatore la ferm col gesto:
Venga avanti figliola. Si metta a sedere. Le and incontro e le tese le mani: Non ci badi se ho parlato cos. Un uomo d'affari,  stanco. Venga qua; e abbia confidenza. Quel Poderri (Ella fece un gesto.) Poderri, che cos' per lei? Sia franca.
Maria non sapeva dire. Ogni parola che avrebbe detta, avrebbe messo il suo amore in una luce diversa.
Una donna, quando vuol bene non pensa ad altro. No... Non mi sposer.
Egli non disse niente; la testa piegata, guardava di sotto in su, con uno sguardo distratto. Poi brusco:
Lei lo conosce bene? e aggrott le ciglia.
Gli apr nella tristezza dello sguardo, un sorriso:
Se lo amo!
Questo non vuol dire niente. Lei  giovane. Si fa presto a ingannare una donna. E lei, mi scusi, glielo posso dire perch sono un vecchio, lei mi pare molto ingenua. Risponda sinceramente,  per il bene di lei. Lei sa perch si sent che voleva dire qualche altra cosa e che si pent Poderri ha questi, come lei dice, impegni? E fissandola negli occhi: Lo sa?
Le parve che dire che non sapeva, fosse come dubitare di Guido; e volle con la sua fiducia, innalzarlo agli occhi del commendatore:
Mi ha detto tutto.
Il tono, era sincero; e che ella non capisse, gli parve strano. O dicendo che sapeva, mentiva; o era disonesta anche lei. Egli volle girare la domanda, abilmente:
E che pensa di tutto questo?
Se lui l'ha fatto!
Senta figliola, lei non sa quello che dice. Che lei abbia fiducia in lui, lo capisco. Le parlo schietto, come a una mia figlia. Voglio credere che lei non sappia di lui, di quella... diremo di quella leggerezza. Se lei non lo sa, non sar io che glielo dir. Ma non dica ad altri che lei sa, perch si accusa: si mette in una brutta luce.
Maria non vuole che il commendatore senta che ella dubita di Guido, perch agli occhi degli altri, la fiducia di una donna pu tenere alto un uomo. Si alza, e gli tende la mano:
Posso dirle questo, commendatore: che gli voglio bene.
Se lo faccio,  per lei. Un prestito alla banca, no, perch sarebbe assurdo. Ma parler a qualcuno. Non voglio che se lui dovesse andare... si riprese: Non voglio che lei ne abbia a soffrire. E non mi dica grazie. Non ne vale la pena. E sulla porta, mentre con una mano tiene l'uscio, le mette l'altra mano sulla spalla: Pensi a quello che fa. Io non so niente di lei, ma sento che non  come le altre. Poderri non  uomo per lei.
Anche il commendatore Folchi le aveva parlato come Ciurri. Prima, ella aveva difeso Guido con ardore e con fede, credendo in lui, forse solo perch credeva alla propria volont di difenderlo; ma ora la sua fiducia cedeva al ragionamento. Ora capiva: Guido non avrebbe dovuto mandarla da Folchi. Pensava anche altro: che cosa aveva voluto Guido da lei? Ma subito un'altra voce la fece trasalire di dolcezza: l'aveva amata. L'amava. Forse Guido era ci che gli altri credevano; ma per lei sarebbe diventato buono, onesto. C'era ancora qualche cosa da dare e da perdonare: ora ella non gli voleva sfuggire, perch egli soffriva; la sua miseria morale la riattaccava a lui. Amare, forse, era questo.
La voce in lei insisteva: Ma perch ti ha mandata da Folchi?
Guido la invest:
Che hai detto a Folchi?
Perch? Che ha fatto?
Sei tu che devi rispondere. Che cosa gli hai detto di me? e la guardava, torvo. Le parve diverso: ora appena le pareva di vederlo. La sua bruttezza aveva il volto della sua voce.
Gli ho detto di aiutarti.
Ma come gli hai parlato di me?
Maria non gli voleva dire di quelle parole che a lui potevano sembrare fanciullesche, perch sentiva come il riso di Guido l'avrebbe ferita.
Gli ho detto che ti voglio bene.
E che lui mi aiuti perch mi vuoi bene? Bel ragionamento! Di me e le scroll un braccio che hai detto?
Di te? Niente.
Sentiamo. Forse gli hai fatto capire che ti mandavo io?
Gli occhi negli occhi, Maria disse:
 lui che me l'ha domandato.
E tu?
Gli ho detto che non ne sapevi niente.
Se lo hai detto cos, non avr creduto. Non si dovrebbe permettere a una donna d'intromettersi nei propri affari. Un'altra volta ti proibisco e ripeteva sillabando: ti proibisco, di occuparti dei miei affari.
Maria non rispose. ( lui che parla?) Si sent sola; tutti nemici, tutti ostili.
Di questi, non ne ha dati Guido sfreg il pollice e l'indice ma ha ottenuto dagli altri, che aspettassero. Il suo sguardo era ostile: Se gli avessi parlato io!
Ella lo fiss negli occhi:
E perch non gli hai parlato tu?
Egli abbass lo sguardo, scosse le spalle:
Io? Io? E non avevi detto che volevi andare tu? Poi che sentiva di avere torto, volle dirle una parola aspra: Avrei dovuto andar io. Chi sa che cosa avr pensato di te. (Maria credette che in quelle parole ci fosse una tristezza per lei; e ne fu contenta; ora non si sentiva pi sola.) Poi la voce di Guido, disse: Un uomo che se ne intende, vede se una donna la sa lunga. Anche chi sa che cosa avr pensato di me!
Non ferita, annientata, ella balbett:
Che vuol dire? Pens di non aver capito: Di'... Come dicevi? Poi dalla nuca alla caviglia, non fu che uno scatto d'ira: Tu, dici questo? Cerc in s una parola che gli dicesse il suo disprezzo; e sottovoce, roca: Va via! Va via! E non pensava che era in casa di lui.
Guido sorrise; allora Maria pens che egli avesse detto per gioco e aspett che ridesse; ma anche sent che lo scherzo era volgare; e gli era molto lontana:
Che cosa mi rimproveri?
Adesso fai le meraviglie? Mi hai detto o non mi hai detto di te?
Che cosa? Dillo.
Forse non mi hai raccontato che avevi avuto un'amante?
E che vuol dire? Un uomo che ho amato. Che orgoglio era ancora in lei, del suo amore d'un tempo!
Capirai che una donna che ha avuto un amante e se ne piglia un altro, ispira poca fiducia.
E perch mi hai creduto?
Si pu ingannarsi.
Che cosa mi rimproveri?
Quello che qualunque ti rimprovererebbe.
Con che diritto?
Con quello di chi non si fa gabbare.
Io, ti ho gabbato? (Le parole del commendatore Folchi la sollevarono: fiera, sdegnosa): Io ti ho detto di me. Ma tu? (Parlando, le parve che dirgli questo, fosse molto vile. E subito prese un altro atteggiamento, in cui il suo sdegno insorse sincero.) Ti ho forse ingannato, se prima ho amato un altro? E non te l'ho detto? E perch mi parli sempre del mio passato? (Si ricord delle parole di lui, un tempo: e vide le parole che egli le aveva scritte e pens dove aveva la lettera, per poter fargliela vedere. Poi tutto questo le parve molto meschino.) E la sua ira soffocata, scatur aggressiva e furente:
E sono meno bella, perch un altro mi ha annata? Forse la mia sincerit non  sincerit, perch ho voluto bene a un altro?
Se tu avessi avuto tanti meriti, non ti avrebbe piantata con un figlio!
Una grande tristezza. Non gli rispose. Le tremava la bocca; e il pianto saliva. Disse, serrando le labbra a ogni parola:
Se lui mi ha, come tu dici, piantata, non mi trattava cos, non mi parlava come tu mi parli.
Ma lui, a quanto pare, non aveva predecessori.
D'un tratto Maria pens che la donna doveva essere sottomessa all'uomo e che ella non doveva rispondergli; si volse.
Guido la raggiunse:
Perch te ne vai? (Maria si infilava il mantello.) Ora fa lei l'offesa.
Non pretenderai che ti chieda scusa io?
Era irritato che ella se ne andasse; e voleva pregarla di restare per poter poi dire a s stesso che egli era stato gentile e che il cattivo carattere, lo aveva lei.
Su, Maria. Guardami.
Ella lo vide brutto, goffo, cattivo; e si sent cos bella e cos alta, che la sua ira scatt:
Perch vuoi che io resti? Se per te valgo quanto una donna qualunque? Sono stanca. Che cosa credi che io sia stata, anche se ho voluto bene a un altro?
Uno solo? E io?
Maria sent nelle proprie parole qualche cosa che le era estraneo: la parola, il tono, tutto era basso e volgare. E soffr di essere giunta a questo; e odi Guido che l'aveva portata a questa volgarit.
Non te ne andare, Maria. Egli la raggiunse sull'uscio. Tu sai che quando m'arrabbio, non so quello che dico. Anche sai quanti pensieri ho in questi giorni. Sii buona, perdonami. Non lasciarmi. Se tu mi lasci ora, io non ho pi nessuno. (Un uomo che implora, ha una tristezza che commuove.) Resta, Maria. Guido piangeva. Ed erano lagrime sincere. Veder piangere un uomo  una grande tristezza. La donna ne  smarrita perch sente di non credere pi alla forza; e quasi sente gravare su di s il peso di tutta la vita, perch ora che l'uomo le ha rivelato la sua debolezza, ella sente di andare sola nel mondo. Allora Maria, semplicemente, poggi il cappello e il mantello, su una sedia. C'era ancora tanto da poter dare.
Era un mantello all'uncinetto per l'inverno, che Anna faceva per Lisa. La lana fioccava, lieve, tra le dita.
Guarda domand Anna le andr bene?
Prendile la lunghezza consigli Maria.
Lisa! chiam Anna e poi che Lisa non rispose subito, la voce le trem: Lisa.
Il sole invase la camera e la bambina apparve sulla soglia del balcone.
Perch non hai risposto subito? le domand la mamma.
Maria s'alz per accostare le grandi imposte del balcone:
C' troppa luce; il riflesso acceca.
Anna prendeva le misure: Stai ferma, pi sgambetti e pi ti tengo in prova. Poi pettin Lisa con le dita e le accomod il nastro fra i capelli: Adesso va e mentre Lisa scappava: Che fai sul balcone? Giochi? Lascia pure le imposte aperte, ch ti senta.
Ci mettiamo dall'altra parte disse Maria.
La zona di sole accecava battendo sul pavimento e sulle pareti, violenta.
Anna mostr la lana a Maria che mise gi il lavoro di rammendo e osserv i punti e diede qualche consiglio. Sollevando gli occhi, a vederla cos da vicino, Anna disse:
Non mi somigli. Non si direbbe che tu sia mia sorella.
Maria rise. Tacevano.
La lana fioccava sul tessuto; non c' nessun lavoro pi gaio di quello ad uncinetto: la lana chiacchera,  pettegola,  insinuante, leggera; sfugge, bisbiglia favole ovattate e nebbiose; e la trama pare tessuta di fiori.
Lisa comparve sulla soglia: Mamma rise. E ripeteva il gioco, aprendo e chiudendo le imposte; e la sua voce s'alzava dalla violenza del raggio di sole, e poi tagliava d'oro la penombra invadente.
Quando un momento il gioco tacque, Anna stette con le mani sul lavoro:
Sai chi  l'amante di Pietro? (Maria alz la testa.)  l'impiegata d'ufficio. (Lisa andava e veniva sulla soglia: Mamma e Anna aspettava che uscisse dal balcone per parlare.) Quella piccola... la bionda. Gli costa parecchio. E a me rise non vuole pagare un vestito.
Chi ti ha detto questo? Sono pettegolezzi.
Chi me l'ha detto, lo sa.
Chi?
Ho promesso di non dirlo. Di Pietro poi lo sanno tutti.
Anna trasal: la penombra pesava di silenzio.
Lisa chiam Lisa ripet e c'era oltre la voce, un silenzio. Lisa e la voce trem; e ancora Anna stava seduta. Attese. Lisa! E urlando, s'avvent: Lisa! Lisa! L'urlo cadde dall'alto sulla strada, buttato da due braccia gi dal balcone.
Poi come una saetta, gi per la scala, si precipit sulla strada la torcia viva e urlante della disperazione.
Alcuni giorni prima che Maria partisse per accompagnare al paese Anna che era un'ombra senza voce n volont, Guido mentre Maria balbettava: Tu non sai che cosa vorrei fare per te... le prese una mano, e disse distrattamente:
Io ci penso da giorni... Se noi ci si sposasse? e aspett che Maria rispondesse, senza guardarla.
Ella vibrava ancora delle parole dette allora: di qualche soldo che ella aveva, ma non poteva spendere che con il permesso di suo padre, e che ella gli avrebbe offerto (perch essendo di lei, era anche di lui), se avesse potuto. Taceva tutto in lei, quello che non era la volont di dare.
Il pensiero che la salvezza di Guido era nelle sue mani (subito pens: La dote che mi dar il babbo servir a pagare i suoi debiti) la stordiva e anche la esaltava un poco. Non vedeva che il gesto che egli chiedeva a lei: un gesto che le sembrava semplice, quasi un dovere. Perch anche sentiva che si ha sempre il dovere di salvare qualcuno, quando la sua salvezza dipende dalla nostra volont. Non pensava alla sua vita; e non pensava che questo voleva dire: incatenarsi a Guido.
S bisbigli; e poi che dall'ombra che oscur gli occhi di Guido, le parve egli avesse colto nella sua voce un esitare, mise nelle parole un calore e una vivacit che nascevano solo dalla volont d'essere buona. E da questa sua ansia, fresca e profonda, sbocci una parola sorridente e quasi umile: Grazie.
Allora Guido l'abbracci stretta e tent una carezza che la dismemorasse. Ella non vi cedette, perch non la sent. Guido non sapeva parlare che al suo cuore. Inconsciamente egli era contento che quella carezza non l'avesse turbata: troppi erano i suoi pensieri, perch egli potesse sommergerli in quei travolgimenti. Ma se ne irrit per ragionamento: resistere alla sua carezza invitante, era insorgere d'un tratto a una personalit che egli non usava ammettere in Maria e che ora lo sgomentava, poi che egli aveva sempre creduto di dominare Maria con le carezze.
Ma ella era cos lontana, intenta a pensare a questo matrimonio che, ora, divenuto un fatto a portata di mano, le mostrava tante difficolt (e s'affannava a trovare qualche idea per superarle, e non sapeva come), che non sent la carezza con cui egli tent ancora d'impadronirsi della sua volont.
Bisognerebbe parlare subito a mio padre.
Qualche cosa le pesava sul cuore; ma come si provava a dirgli questo, sentiva che qualunque parola trasformava il suo pensiero e poteva far sembrare la sua ansia molto diversa; e allora, quasi umile nella voce e nel gesto, quasi che ella sentisse su di s pesare le colpe di Guido, implor:
Ma tu devi aiutarmi, insegnarmi a parlare. Perch pap, puoi capirlo... domander, vorr sapere... S'informer. E non vorrei, che sapendo... Tu capisci che un padre  padre poi tesa nella volont di vincere: Ma tu non dubitare. Sapr parlargli.
Soffriva di dover dire questo a Guido; e pi ancora soffriva di un'ansia che non gli poteva dire, ma che subito alle prime parole di lui, l'aveva oppressa in un pensiero: Mio padre non sa quanto Guido fa, dimenticando il mio passato, e potr rinfacciargli quello che sa di lui. E Guido dovr tacere. Pensare che Guido sarebbe stato esposto per lei a questa umiliazione, le struggeva il cuore. E avrebbe voluto che egli lo capisse.
La voce di lui la scosse:
E che pretenderebbe tuo padre?
Ora ella guarda le mani di lui e le sembrano goffe e volgari e le ricordano la ripugnanza che ella ebbe, quando lo vide, per la sua bruttezza. Ma ora non ne sente piet. Le pare che quelle mani esprimano il pensiero di lui, e pi che il pensiero, l'anima di Guido.
D'istinto, ella fu dalla parte di suo padre:
Pap non pretende niente. Perch non sa niente, n di noi, n d'altro. Dicevo per dire. Ora ella sfuggiva quasi a quel discorso, per non sentire l'insolenza di quella voce; e le pareva di dover scendere in fondo alla propria anima, per ritrovare un'eco di quel desiderio d'essere buona che prima, l'invadeva tutta e le correva a fior di pelle.
Tu, non darti pensiero: gli parli subito. E nel caso che tuo padre facesse delle difficolt, gli scrivo io. Vedrai che metter le cose a posto.
E cio?
Come scatti!  semplice: gli direi che anch'io devo inghiottire tante cose; e che se non s'incontra uno buono come me... dico: buono... non  facile trovare marito a una come te... Giocava tutto, Guido; e in lui il giocatore esasperato, s'era fatto brutale e violento, come al mattino al tavolo da gioco, quando si spengono i lumi, e sul tavolo verde che la chiarezza del giorno fa apparire pi tetro, persiste una tenace volont di vincere.
Fu allora che Maria s'accorse di essere molto pi alta di lui (e quel particolare, in quel momento, le rivel un mondo) quando, balzata in piedi, gli butt le parole dall'alto:
Tu gli diresti questo?
Vergogna, solo vergogna: una vergogna che  pi forte dell'ira e del disprezzo; ma che nasce dal disprezzo e lo supera.
E quelle mani l'hanno toccata; quell'uomo l'ha baciata!
Rauca, torva, con nell'atteggiamento la potenza che nell'immobilit della belva in agguato, fa sentire l'arco teso dello slancio, disse, e fissava un punto con la coda dell'occhio, distratta, assente:
Il mio segreto!
Non aveva voce. Sent che qualunque parola d'odio o di disprezzo era cos poco di fronte alla violenza d'ira che saliva in lei e la soffocava, che parlare era diminuire il proprio disprezzo.
Ed egli la lasci andare.
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FINE Parte 1.